Home MusicaDonatella Rettore: «Quel giorno con Bowie dal panettiere», intervista

Donatella Rettore: «Quel giorno con Bowie dal panettiere», intervista

L'artista rivela progetti e rievoca episodi della sua vita pazzesca: drammi, successi, rivalità e incontri

30 Giugno 2017 | 16:21 di Antonella Silvestri

Donatella Rettore mi dà appuntamento in un bell’albergo adagiato sulle colline alle porte di Roma. «Venga lì, chiacchieriamo al fresco» mi dice al telefono. Durante il viaggio ascolto dall’autoradio le sue canzoni più famose e faccio un salto indietro nel tempo. Quando arrivo a destinazione stanno finendo le note di «Femme fatale». E nello stesso istante mi appare lei. Con la sua aria fintamente distratta, Donatella (che ama però farsi chiamare Dada) ha un portamento da diva e un atteggiamento pieno di grazia e gentilezza. «Voglio spiegare a voi di Sorrisi una volta per tutte che nel 1980 non sono arrivata seconda al Festivalbar dopo Miguel Bosé che cantava “Olympic games” ma arrivammo a pari merito. Sono io la regina del Festivalbar, perché ho collezionato un miliardo di “gettonature”» puntualizza così, a freddo.

Non volevo cominciare l’intervista parlando al passato. Invertiamo la rotta. Che cosa sta facendo ora?
«Sto lavorando a un disco nuovo di inediti, “Stralunata 2”. Uscirà nel 2018. E poi c’è un altro progetto legato a una richiesta sanremese…».

Farà il prossimo Festival?
«Le richieste ci sono sempre. Ho partecipato a quattro edizioni, è impegnativo ma è sempre una buona vetrina. Il Festivalbar lo farei tutti i giorni, comprese quelle manifestazioni estive che oggi ne hanno preso il posto. Comunque io ci sarei per entrambi».

Si parlava di lei anche per «Pechino Express».
«Era circolata la notizia che non avevo trovato il compagno d’avventura. Bugia, perché ce l’avevo. Era il mio truccatore, che è un autentico artista. Non ci sono andata perché era un progetto mio e volevo gestire io la faccenda con Magnolia (i produttori del programma, ndr) senza l’intermediazione del mio manager. Collaboro con lui da 18 anni, però questa cosa volevo farla a modo mio. Il programma lo adoro e spero che l’anno prossimo mi richiamino».

Lei ha esordito nel 1974 a Sanremo con «Capelli sciolti».
«Ero un tipo cicciottello. All’epoca ero all’ultimo anno del liceo linguistico, perché i miei volevano che studiassi. Però prima dell’Ariston è stato Lucio Dalla, di cui mi considero figlia, a scoprirmi a un concorso di voci nuove di Peschiera del Garda. Dopo avermi sentito mi disse: “Questo è il tuo lavoro. Non deve rimanere un’avventura”. Io volevo cantare e laurearmi in Agraria ma i miei volevano che frequentassi un’altra facoltà e allora non feci nulla».  

I suoi genitori l’hanno sostenuta?
«Ero figlia unica con una madre attrice goldoniana e un padre commerciante. Sono cresciuta in un ambiente artistico legato alla prosa. Impegnativo per una ragazzina…».

Quando è diventata famosa sua madre era orgogliosa di lei?
«Nel periodo del mio massimo successo, quando lei entrava nella mia stanza, disordinata e piena di abiti strani, la prima cosa che diceva, storcendo il naso, era: “Questa camera mi sembra quella di una soubrettina di terza categoria…”».

Ecco da chi ha preso il suo stile graffiante. 
«Sa quante donne si sono liberate grazie alle mie canzoni e al mio look alternativo?».

È vero che per i suoi look si è ispirata a David Bowie, che era suo vicino di casa?
«Sì. Abitavamo tutti e due a Oakley Street a Londra. Ogni mattina lo incrociavo dal panettiere sotto casa e lui, nel suo impeccabile trench grigio fino ai piedi, era schivo. Ma già dalla terza volta cominciò ad augurarmi una buona giornata. Un artista italiano lo farebbe mai? Un giorno mi sono fatta coraggio e gli ho detto: “Sono una tua grande fan” e lui mi ha risposto: “Lo so”. Solo dopo molto tempo ha saputo che io ero una famosa cantante italiana. In quella strada ho incontrato e salutato anche Margaret Thatcher. Un giorno mi avvicinai e mi inchinai per gentilezza, e lei: “Non sono giapponese…”».

Quali altri grandi personaggi ha conosciuto?
«Ho frequentato Sting, Simon Le Bon, sempre alle prese con le diete, Elton John con sua mamma. Lei si era innamorata di me. Una volta andai da loro a mangiare, coccolata da maggiordomi e cuochi, e lei volle indossare i miei occhiali e i miei anelli. C’era questa signora di 70 anni che andava in giro con la mia pelliccia fucsia e i sandali a dicembre. Un giorno Elton mi chiamò e mi disse: “Non stare dietro a mia madre perché finirai con il diventare pazza come lei”. Lui ha scritto per me “Sweetheart on Parade”».

Lo sente ancora?
«Non spesso. A marzo ha avuto una polmonite e quando sta male lui ha l’abitudine di mandare un video messaggio ai suoi amici più intimi per salutarli. Poi quando guarisce scompare di nuovo».

La sua vera rivale?
«Gianna Nannini. Abbiamo iniziato insieme, solo che lei all’inizio era una cantautrice triste, poi la sua casa discografica le ha detto di passare al rock e di fare come me».

Il suo periodo più buio?
«Quando sono morti i miei genitori e quando, a 38 anni, persi il mio bambino».

Come ne è uscita?
«Con la musica. Grazie a mio marito (Claudio Rego, ndr), con cui quest’anno festeggio 40 anni d’amore, e grazie ai miei cuccioli».

Nel 2004 ha partecipato al reality «La fattoria».
«Ci metti una vita per farti un nome e in un attimo te lo giochi se fai una cavolata in tv. Ho litigato di brutto con Gigi Rizzi, se ci penso mi dispiace».

Quest’estate partirà il suo «On the anger tour», il «tour della rabbia».
«Tutti ne coviamo un po’. Io mi incavolo quando vedo le ingiustizie, la mancanza di rispetto verso i più deboli. E verso le donne».