Home MusicaDuran Duran: «Ora smettetela di chiamarci sex-symbol»

Duran Duran: «Ora smettetela di chiamarci sex-symbol»

In attesa dell'uscita del nuovo album, «Paper Gods», Simon Le Bon e Roger Taylor parlano di musica, star-system e della band che ha dominato la scena negli Anni 80

Foto: La band dei Duran Duran  - Credit: © Stephanie Pistel

13 Agosto 2015 | 11:09 di Franco Bagnasco

Un intero pomeriggio di interviste sfianca persino Simon Le Bon, che – quasi incurante della mia presenza – si tuffa sul lettone a faccia in su nella sua stanza al terzo piano di un hotel di pregio nel cuore di Londra, a due passi da Trafalgar Square. Sbuffa, sembra un po’ teso. «Dai, facciamola qui» mi dice, mentre Roger Taylor, appena entrato in camera, viene caldamente invitato a sdraiarsi accanto a lui. Roger sorride e ammicca ma preferisce sedersi soltanto sul letto, con la schiena poggiata alla spalliera. Dalla mia poltrona a fiori lì di fronte si spalanca una strana vista sul 50% dei Duran Duran.

Simon, può definire il vostro nuovo album, «Paper Gods», che uscirà a metà settembre?
Simon: «No, non è il mio lavoro. L’ho fatto, ma definirlo, capire che cosa trasmette, spetta alla gente».

Parliamo allora del primo singolo, «Pressure Off». Un po’ commerciale e diverso per il vostro stile, no?
Simon: «Commerciale e diverso è una combinazione rara.. In effetti il sound è molto commerciale, ha le note alte, emozionali di una hit canticchiabile. Ma allo stesso tempo ha la struttura di una canzone vera. È una sfida, quasi».

Pensate che la vostra musica sia un marchio?
Simon: «Se lo fosse servirebbe solo a vendere. Lo star-system fuori proverà sempre a far si che la tua musica sia un brand, per piazzarla meglio. C’è un grande business dietro la musica, ma a noi non piace pensare sia così».

Avete iniziato a suonare nel 1978 quando la musica era un vero business. Oggi molte cose sono cambiate…
Roger: «Ha ragione. Ai nostri tempi il business della musica era un po’ come il Titanic, all’apparenza molto attivo e prolifico. Poi è scoppiato. Oggi sembra più la scialuppa di salvataggio. È più difficile per i giovani artisti, perché non ci sono soldi per lo sviluppo. Kate Bush firmò il contratto e poi ci vollero 5-6 anni di lavoro per farle fare una hit. Al giorno d’oggi è tutto molto più istantaneo».

Molti grandi artisti hanno collaborato a questo album, da janelle Monàe a John Frusciante. Qual è il ruolo dell’attrice Lindsey Lohan?
Simon: «Abbiamo creato un personaggio per lei in “Danceophobia”. È sulla paura di ballare. Fa la parte del dottore, un po’ dispettoso, un po’ sexy, molto divertente. È una persona intelligente, sono orgoglioso di averla avuta nel disco».

La vostra non era solo musica. Eravate anche indubbiamente sex-symbol, e forse lo siete ancora. Come invecchia un sex symbol?
Roger: «Ti devi accettare, perché non puoi somigliare ad un 23enne per il resto della tua vita. Quindi per ora cerchiamo di essere i migliori cinquantenni in circolazione».
Simon: «Sex symbol è un termine spregiativo, non trova? Sminuisce pensare solo al sex appeal. Abbiamo sempre rifiutato l’idea o l’etichetta di sex symbol perchè c’è molto di più dentro di noi. Va bene che altri ti definiscano così, ma non lo diresti mai di te stesso. Non è una cosa reale. Se qualcuno mi si avvicina e mi dà del “sex symbol”, posso anche prendermela, specie se me lo dice un uomo. Non mi offendo ora perché non ho voglia di litigare, ma è meglio che esca da questo discorso».

Ma a proposito del successo con le donne, si può fare una classifica interna alla band?
Simon: «Se c’era una rivalità anni fa era tra me e John, per vedere chi faceva più conquiste. John ha sempre vinto. Oggi nelle nostre vite queste cose non hanno più nessuna importanza, quell’epoca è finita. Sono sposato da 30 anni. John e Roger sono al loro secondo matrimonio. Nick pure. “Paper Gods” è la nostra liberazione dall’etichetta di sex-symbol, anche se il pubblico femminile è da sempre molto potente, compra molti dischi, e fa felici quelli del marketing».

Ricordiamo qualche follia fatta dai vostri fans durante i concerti…
Simon: «Nel tour del 1984 in America, l’isteria ha raggiunto livelli esagerati. Ci faceva paura: i fans rischiavano la vita. Gente che si aggrappava alle nostre auto. Spesso l’austista diventava più isterico di loro e accelerava invece di rallentare. Dovevi dirgli di andare piano prima di uccidere qualcuno. Anche in Italia era pazzia pura: a Firenze sul furgone con noi c’erano il manager, l’austista e una della casa discografica. Intorno, mille persone in scooter.  Anche tre persone sullo stesso scooter».

Chi è il più nervoso nel gruppo?
Roger: «Io sempre prima di uno show. Il giorno che non mi batterà più il cuore prima di uno show sarà il giorno che non mi interesserà più questo lavoro».
Simon: «Io sicuramente, in generale. Per quanto riguarda gli show ho un mantra che dice: non è paura, è adrenalina. Sono solo il mio corpo e la mia mente che mi preparano per fare qualcosa di grandioso come esibirsi davanti a un sacco di persone».

Chi di voi è il meno orientato verso i social network?
Roger: «Forse io».

Qual è la band più straordinaria di tutti i tempi?
Simon: «Rolling Stones, Led Zeppilin, The Doors, Clash, Beatles, le Go-Go’s. Rispetto per i Rolling Stones, perché sono ancora attivi».

Qual è stato il più grande errore che avete commesso?
Simon: «Ne abbiamo fatti tanti! Per esempio dividerci, ma se non l’avessimo fatto non avremmo avuto la reunion. È una domanda difficile…».

Simon, perché ha chiamato Luigi uno dei suoi tre cani?
Simon: «È un bel nome, anche perché quando lo urli diventa “Uigiii!” È un buon nome per un cane. I miei cani hanno un account Twitter ciascuno. Cecil – uno dei 3 cani - ha l’epilessia. Lo stringo quando ha le crisi. Tinka è l’ultimo e anche il boss».