Enrico Ruggeri: «Sanremo non mi fa paura»

Per la decima volta salirà sul palco dell'Ariston. E da vincitore di due edizioni, ai giovani consiglia: «Sorridete e rilassatevi»

Foto: Enrico Ruggeri (58 anni)  - Credit: © Massimo Sestini

05 Gennaio 2016 | 12:57 di Solange Savagnone

È sera. Una nebbia fitta avvolge Milano. Enrico Ruggeri si presenta allo studio di registrazione in cui lavora da 16 anni imbacuccato, carico di regali («Li faccio sempre dopo Natale») e in gran forma: «In due anni ho perso 15 chili». Mentre ci accomodiamo in una saletta che funziona da cucina, di sottofondo si sentono le note di una canzone che farà parte del nuovo album: «Ci sto ancora lavorando e scegliendo i pezzi. Sono prolifico, ne ho scritti tanti e molto diversi tra loro». Per ascoltarlo, però, dovremo aspettare la fine del Festival di Sanremo (dal 9 al 13 febbraio). Che dopo sei anni lo vedrà in gara per la decima volta.

Come mai hai aspettato così tanto per tornare all’Ariston?
«Per essere un cantautore ci sono andato spesso. Ma bisogna centellinare. Ogni volta mi dico che non ci andrò più, poi cambio idea. Negli ultimi vent’anni ho diradato le mie partecipazioni rispetto agli Anni 80. Allora ero giovane e avevo bisogno di quella vetrina. La prima volta che ci andai avevo appena inciso un secondo album, dopo che il primo non aveva venduto nulla. All’epoca speravo di farne cinque. Ora sono arrivato al 32esimo. Sanremo è un metodo rapido per informare le persone su quello che stai facendo».

Al Festival presenterai il brano “Il primo amore non si scorda mai”. Di cosa si tratta?
«È una canzone sulla vita, anche se parla d’amore, del nostro rapporto con la memoria e il passato. C’è più di un primo amore, quello che provi a 5 anni per la bambina del pianerottolo. L’amore da adolescente che non sai gestire… Fino ai 20 anni hai una serie di sensazioni nuove che, a seconda di come le si vive, puoi chiamare “primo amore”. Comunque la canzone che porto non è il racconto del primo amore, è un’altra cosa. La musica è particolare, double face, inizia in un modo e finisce in un altro. Non l’ho scritta apposta per Sanremo ma mi sembrava comunicativa e interessante, mi rappresenta e credo che possa essere importante. A Sanremo ci ho azzeccato quasi sempre, già dal primo anno. “Contessa” è ancora uno dei bis dei miei concerti…».

Che ricordi hai di quell’esordio? Era il 1980, avevi 22 anni, e ti presentavi con i Decibel.
«Eravamo come dei marziani. Anche nel look. La prima volta che la gente ascoltò “Contessa” rimase a bocca aperta. Avevo la certezza della mia diversità e superiorità musicale. Oggi rabbrividisco a pensare quanto mi sentissi sicuro che ce l’avrei fatta. È l’arroganza dei giovani».

Sì, ma intanto lo hai vinto due volte. Nel 1987 con “Si può dare di più”, assieme a Umberto Tozzi e Gianni Morandi. La seconda nel 1993 con “Mistero”. Quale vittoria è stata più importante?
«La prima era prevedibile, lo sentivamo che eravamo favoriti. Ma fu anche l’anno in cui durante la finale morì Claudio Villa. Io l’avevo visto tre volte in vita mia, mentre Morandi era molto legato e la notizia lo sconvolse. Nel 93 è stata una sorpresa, perché “Mistero” era una canzone molto rock, lontana dagli standard sanremesi. Non mi aspettavo neanche io che vincesse».

Dopo tutti questi anni, ti emoziona ancora gareggiare a Sanremo?
«Non ho mai avuto l’ansia di quel palcoscenico. Mi è capitato più spesso di distrarmi guardando la gente in platea, assortita in maniera bizzarra. Mi emozioni molto di più se vedo un teatro pieno di persone venute ad ascoltare me. Lì si che mi viene il magone. A Sanremo sei uno dei tanti, non è il tuo pubblico».

Nella prossima edizione te la vedrai con diversi concorrenti usciti dai talent. Cosa pensi di loro?
«Uno dei veicoli di lancio per i giovani sono i talent. È un modo diverso di iniziare. Ai mie tempi si faceva la gavetta nei locali, il sogno era di vedere il pubblico aumentare di serata in serata e che venisse un discografico a sentirti. Potenzialmente i ragazzi di oggi valgono quanto quelli di ieri, solo che i talent, per definizione, scelgono chi canta meglio, ma non è questo che ti fa durare 30 anni. Devono infatti trovare una linea editoriale che resti nel tempo».

Visto che ormai sei un veterano, cosa consigli ai giovani in gara?
«Di non innervosirsi. I ragazzi sono molto tesi e combattivi, come se Sanremo fosse il centro del mondo. Passi una settimana lì e ti sembra che il mondo si sia fermato, in realtà è andato avanti tranquillamente. E poi sorridere. Troppe volte ho visto ragazzi che consideravano il Festival un punto di arrivo e non di partenza. Sorridere significa trattare bene le persone, fermarsi con chi ti chiede qualcosa, dai cameraman ai tecnici, dalle cameriere al portiere dell’albergo: sono tutte persone che non vedono l’ora di parlare bene o male di te».

Chi vincerà quest’anno e perché?
«Premesso che non ho nulla contro il tipo di votazione, ma siccome il vincitore sarà decretato dal televoto, secondo me vincerà un ragazzo che dal televoto è partito. Anche se la mia canzone piacerà, i miei fan diranno “mi compro il disco o vado a sentirlo a teatro” ma non si metteranno a televotare».

Cosa ti aspetti da questo 2016?
«Sto facendo un programma di “storytelling” su Radio 24 che mi piace molto: “Il falco e il gabbiano”, in cui ogni giorno racconto qualcosa di particolare della vita di un personaggio. In radio si coniuga meglio la qualità con i grandi ascolti, non come in tv, dove spesso, per avere grandi ascolti, devi abbassare l’asticella. Poi sto scrivendo il mio quarto romanzo, un giallo che uscirà per Mondadori prima dell’estate. Infine farò dei concerti nei teatri, ma non so ancora quando…».