Francesco Guccini: «Ma davvero pensavate che avrei smesso di cantare?»

Il cantautore è ritornato, dopo dieci anni: nel suo album "Canzoni da intorto" ci sono 12 cover di brani storici tra amore, politica e... anarchia

25 Novembre 2022 alle 08:35

Aveva detto basta. E invece, dieci anni dopo “L’ultima Thule”, presunto “disco dell’addio”, Francesco Guccini è tornato con un nuovo album: “Canzoni da intorto”. Ma, allora, a che cosa aveva detto “basta”? Non erano fresche dello scorso giugno, pronunciate a un festival letterario fiorentino, le sue parole ultimative: «La musica non la sopporto più»? Ebbene sì, l’integerrimo Maestrone della canzone d’autore italiana ci ha “intortato”. Cioè, ci ha ingannato.

Lo ha confessato presentandoci l’album alla Bocciofila Martesana di Milano, un posto che già dal nome pare gucciniano di suo: «Non avevo detto che non avrei più cantato. Cantare ogni tanto ho cantato, anche se, non suonando più la chitarra, mi è difficile. Avevo detto, invece, che non avrei fatto più dischi, perché sapevo che non sono più capace di scrivere canzoni. La voglia di farlo forse ci sarebbe stata, ma davvero non sono più in grado e ho deciso di smettere per non arrampicarmi sugli specchi cercando qualcosa che non so più fare. Ma in testa ho un enorme repertorio…».

I “guccinisti” più osservanti ricorderanno che una dozzina di anni fa il Maestrone aveva confessato di aver messo nel cassetto, negli Anni 90, il progetto di un disco di cover. Prima perché il suo storico manager Renzo Fantini lo aveva boicottato in cento modi (parole di Guccini), poi perché l’uscita della triade “Fleurs” di Franco Battiato avrebbe fatto dire a molti che «Guccini copia dagli altri artisti», cosa che l’avrebbe amareggiato. Ora, nel libretto del cd, Guccini ricorda che proprio dal racconto di questo aneddoto, durante una cena nella sua Pavana, sono venute fuori l’idea del nuovo album e quella del suo titolo, nato da una battuta della moglie Raffaella. «Io non volevo fare questo disco…» ha puntualizzato Francesco, sorridendo. E invece, appunto, l’ha fatto.

“Canzoni da intorto” è una collezione di 12 cover di pezzi che, in un modo o nell’altro, hanno fatto il Guccini che conosciamo. «Non so quando li ho imparati» ci ha detto «ma dovevo avere una gran memoria perché mi bastava cantarli per tenerli poi in testa». Ci sono, allora, le canzoni dell’impegno politico e poetico dei primi Anni 60 (da “Morti di Reggio Emilia” a “Ma mi”, “Le nostre domande” e “Quella cosa in Lombardia”) e un paio di storici inni anarchici tardo-ottocenteschi (“Nel fosco fin del secolo” e “Addio a Lugano”). «Essere anarchici nel 2022 è un po’ come arrampicarsi sugli specchi» ha commentato Guccini. «È un’idea romantica, che però mi piace. Io non sono mai stato comunista, diciamo che sono un “simpatizzante anarchico”, ma penso che si potesse essere anarchici sul serio alla fine dell’Ottocento, ai primi del Novecento, nei giorni del ferroviere Pietro Rigosi, quello della mia canzone “La locomotiva”».

Ci sono ballate ancora più antiche (“Barun Litrun” e “Green sleeves”), per arrivare poi a una chiusura davvero sorprendente con una “canzone ombra” rimasta in testa a Guccini dopo aver seguito in tv “Servitore del popolo”, la serie interpretata tra il 2015 e il 2019 dall’attuale presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Si tratta della sigla “Sluga narodu” (che significa, appunto, “Servitore del popolo”), scelta da Guccini con l’animo del se stesso giovane, studente all’Istituto magistrale “Sigonio” di Modena: «Quando studiavamo l’“Iliade”, ci dividevamo tra tifosi dei greci e tifosi dei troiani. Io tifo ancora per i troiani, per i “perdenti”, e per questo ho scelto anche questa canzone».

Dopo la sorpresa del disco in sé (uscito in vari formati “materiali”, dal cd al vinile, una scelta piaciuta molto a Guccini: «Io sono un po’ all’antica: ignoro che cosa sia lo streaming»), c’è anche la sorpresa di scoprire un Francesco poliglotta. Dimentichiamoci il carnale dialetto bolognese della licenziosa “La fiera di San Lazzaro”: quello era uno scherzo in musica datato 1973. Oggi Guccini si misura non solo con l’ucraino, ma col milanese (“Ma mi”, appunto, e ancora “El me gatt” e “Sei minuti all’alba”), con il polesano di Rovigo (“Tera e aqua”) e con il piemontese (“Barun Litrun”): «Io sono modenese, ma penso che i dialetti modenese e milanese siano lontani cugini. E poi ho ascoltato e cantato così tante canzoni milanesi… Comunque mi hanno detto che anche col piemontese e il polesano non me la sono cavata male».

Altra sorpresa: la musica. Per questo album Guccini non ha chiamato i suoi storici compagni di sala d’incisione e di tournée. Gli arrangiamenti, spesso sorprendenti, e le orchestrazioni sono frutto del talento di Fabio Ilacqua, autore che abbiamo visto al fianco di Francesco Gabbani, Marco Mengoni, Ornella Vanoni e tanti altri, e che qui ha svelato completamente il suo cuore gucciniano. «Penso che incontrare e conoscere Guccini sia stata un’esperienza tra le più importanti della mia vita» ci ha detto. «Abbiamo lavorato insieme, imparando a conoscerci poco alla volta, registrando tutte le tracce vocali a Pavana, a casa di Francesco. Per questo l’album contiene, oltre alle canzoni, tutto un mondo domestico che ci circondava: gatti, canti di rondini, cigolii di vecchi mobili, profumi di cucina, la pioggia o il vento che in un dato momento toccavano Pavana».

E ancora: «Solitamente conoscere i propri miti è rischioso, ma non è questo il caso. Le lunghe ore passate in osteria, “intorno a un tavolo pieno di vino” direbbe Guccini (rigorosamente bianco, aggiungo io, scoprendo questa sua passione), e poi a casa sua, mi hanno svelato un uomo molto complesso, dalla memoria straordinaria e strabordante di storie, capace di allontanarsi, di perdersi e commuoversi seguendo il filo di una storia, lo scorcio di un ricordo. Guccini è un gigante della cultura, prima ancora che della canzone, e lavorare con lui è stato come rimettersi a studiare. Con quella voglia appassionata d’imparare che si ha solo a 15 anni».

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