Home MusicaFranco Battiato: «Ecco il segreto della mia vita straordinaria»

Franco Battiato: «Ecco il segreto della mia vita straordinaria»

Il cantante festeggia l’uscita del suo cofanetto «Anthology» con un'intervista al direttore di Sorrisi

Foto: Franco Battiato  - Credit: © Olycom

17 Dicembre 2015 | 10:21 di Aldo Vitali

È una mattina gelida e sono timoroso: Franco Battiato mi mette soggezione da sempre, tranne quando ascolto le sue canzoni. E le ascolto fin da quando ero piccolo e mi piacevano anche i suoi dischi «difficili», che avevano poco a che fare con le canzoni. Ora esce la ricchissima raccolta «Anthology - Le nostre anime» e per questo mi trovo qui, io e lui da soli in un grande salone della sua casa discografica alle porte di Milano. «Diamoci del tu», mi dice dopo che ho cominciato con un «lei» impacciatissimo.

Grazie. Comincio da mia mamma: quando ero giovanissimo e ascoltavo dischi come «Pollution», si spaventava...
«Poverina! Ma ho passato molti anni felici facendo dischi sperimentali, concerti in cui mescolavo suoni anche tenendo conto della casualità».

Invece mia mamma diceva: questo Battiato non deve entrare in casa nostra! Poi sono passati molti anni e adesso scopro che ti ascolta, che adora canzoni come «La cura» e come l'ultima,  «Le nostre anime».
«Io sono aiutato da qualcosa di misterioso. Per ?Le nostre anime? avevo deciso di scrivere, per divertirmi, un valzer. Ma poi qualcosa è entrato in me che ha corretto il tiro. E mi sono emozionato veramente. È difficile quando fai questo mestiere che succeda, magari emozioni gli altri e non te. Invece quella volta ho perso il fiato. L'altro giorno ho incontrato Jovanotti che mi ha detto: ?Ascoltando questa canzone ho pianto?».

Anch'io. Commuove tutti, con quelle anime in cerca di corpi dove abitare momentaneamente... Tu avevi già una spiritualità sviluppata sin da bambino?
«Sì, ricordo a 6 anni, era una Domenica delle Palme...».

Andavi in chiesa?
«Sì, ma non è che mi interessasse. Quella volta sono uscito dalla chiesa e ho sentito qualcosa di straordinario, come se fossi stato preso per i capelli e tirato su. Mi ha sbalordito. Per quei dieci secondi ho trovato e provato una meraviglia di vita, di esistenza. C'era la musica di accompagnamento? Torno indietro e chiedo, in siciliano, al prete: ?Chi musica jè chista??. E lui dice: ?È Johann Sebastian Bach?. Ma poi le cose le perdi per strada. All'età di 7 anni, mi pare, a casa mia non c'erano né libri né giornali, dappertutto in paese, non solo da me».

I tuoi come vedevano questo bambino?
«In maniera assolutamente normale. Mia zia, la sorella di mia madre, lavorava come sarta. C'erano dodici, tredici ragazze dai 15 ai 18 anni. Quando sono cresciuto e ho cominciato a fare il musicista, tutti mi guardavano come fossi diventato matto. Ma ti racconto una cosa significativa: quando sono tornato a casa, dopo vent'anni di Milano, camminando per il mio paese, Riposto, incontro Amelia: lei faceva il doposcuola. Mi fa: devi venire a casa mia perché devo darti una cosa. Sono anni che ti cerco e te la devo proprio dare. Va bene, questo pomeriggio vengo da te. Vado e mi dà un mio tema, che lei aveva messo da parte come una reliquia. Io inizio a leggere. Cominciava così: ?Io chi sono?». Un bambino a 7 anni può scrivere e pensare una cosa simile?».

Quindi già a 7 anni ti ponevi delle domande esistenziali.
«Sì. Questo significa che venivo da una reincarnazione precedente. Era impossibile, sennò».

Faccio un viaggio temporale e torno a oggi: tu quando leggi? Di notte, di giorno?
«Guarda, un giorno devi venire a casa mia. Ho una sala in cui i più grandi mistici di tutti i tempi sono lì, ma scelti da me. Non perché uno è un mistico allora è lì: no, li ho scelti».

Devono passare una selezione molto difficile.
«Esattamente».

Secondo te questa stanza è «condizionata» dalla presenza di questi oggetti?
«No, quello no. Ma alcune volte, quando io andavo in meditazione e avevo qualche turbolenza che mi disturbava per cui non ritornavo indietro nella stanza, aprivo un libro e in quella stanza c'era esattamente quello che avevo avuto. Il malessere mi porgeva il libro e la pagina giusta».

Una vita anche un po' difficile, questa.
«Straordinaria».

Però complessa, perché va continuamente alimentata.
«Beh, direi».

Quando scrivevi le canzoni di «Patriots» e «La voce del padrone», il primo album italiano a vendere un milione di copie, con brani come «Cuccurucucù» o «Centro di gravità permanente», sentivi che avresti conquistato il mercato o pensavi di essere ancora, diciamo così, nella tua stanza coi mistici?
«Ero nel mio giardino, non so che dirti. Praticamente ho scritto una canzone senza nemmeno accorgermi. Ne ho parlato con Giusto Pio, che allora collaborava con me, e gli ho detto che a me pareva una porcheria».

Che canzone era?
«Era ?Prospettiva Nevski?».

Urca! Un pezzo meraviglioso! In che cosa non ti convinceva?
«L'avevo fatta troppo facilmente».

Che reazioni avesti a quel pazzesco successo popolare, milioni di dischi, concerti strapieni, eccetera?
«Mi divertiva, però sono stato spesso tentato di lasciare quella strada. Una sera eravamo in discoteca, donne che mi tiravano di qua e di là. Andavo a dormire negli alberghi e le donne pagavano i camerieri per farle entrare nella mia camera...».

Invece alla fine tu hai sempre avuto una vita solitaria. Cioè non ti sei mai creato una famiglia.
«No, quello no. Ma quando ero più giovane, all'età di 20 anni o giù di lì, c'era una ragazza che non mi dispiaceva. Una mattina sono uscito e ho comprato tre yogurt, li ho messi sul tavolo della cucina e sono andato a farmi una doccia. Torno e, non vedendo più gli yogurt, le ho chiesto dove fossero. La risposta: li ho mangiati. Le avrei tirato addosso una sedia».

E questo era il segnale che non potevi condividere una casa con lei?
«Impossibile. Impossibile. Io non potrei mai stare con qualcuno che mi dice: dove andiamo stasera? Ma tu pensa per te. Voglio dire: vuoi che stiamo insieme ogni tanto? Ok. Ma nulla di più».

Tu vuoi proprio tutto lo spazio disponibile.
«Completo. Completo. Verso l'eterno».

Quando si mette su famiglia si ha l'affetto e la «non solitudine». Però mi sembra di capire che per te la solitudine, invece, sia un valore.
«È determinante».

Addirittura determinante?
«Sì».

Non solo in chiave artistica: proprio in chiave esistenziale.
«Sì, in chiave esistenziale. Per me conta quello. Oggi non posso per esempio andare in giro tranquillo, mi attorniano da tutte le parti. Ma cosa mi è successo?».

Dunque il contatto con i fan per te è un po' fastidioso. Provi della gratitudine per loro?
«No, non provo fastidio, fastidio no. Ma neanche gratitudine. Perché io lavoro per loro. Potrei lavorare solo per me e non farmi mai trovare...».

Io ti sono grato, perché potresti scrivere le tue musiche senza pensare a noi fan.
«Questo è sicuro (ride)».

Ma sai che il mio problema stamattina era proprio quello di darti fastidio?
«No, assolutamente: ci sono delle differenze che devi sempre calcolare...».