Gino Paoli: «La musica per me era solo un gioco»

Il cantautore compirà 90 anni il prossimo 23 settembre. E oggi con Sorrisi ripercorre gioie e rimpianti della sua vita, fin dagli esordi come pittore...

24 Giugno 2024 alle 08:27

Da ogni punto della casa di Gino Paoli, abbarbicata su un colle del quartiere genovese di Quinto, si vede il mare: «Io sono talmente abituato al mare che praticamente ci ho sempre vissuto davanti» ci spiega Gino, adagiato su una poltrona circondata da libri e posta davanti all’immensa terrazza. «Perfino quando sono andato via di casa vivevo in una tremenda soffitta a Boccadasse, calda d’estate e fredda d’inverno, però era davanti al mare. Anche dalla casa di mio padre si vedeva il mare. Adesso non più, perché ci hanno costruito dei palazzi davanti».

Il 23 settembre compirà 90 anni. Come si immaginava a 90 anni?
«Non mi immaginavo. E non mi immaginavo neanche a 30, cioè proprio non ho mai immaginato di poter arrivare a questa età».

Che uomo vede allo specchio?
«Credo che ciò che capisci, a 90 anni, è che sei quello che sei, non c’è niente che tu abbia cambiato. Ti rendi conto, a un certo punto, di non poter più fare la corsa con tuo figlio, o che non riesci a stare dietro al cane (in casa ce ne sono tre: Nana, una bulldog inglese, Lula, una labrador, e Leila, il lupo cecoslovacco del figlio Tommaso, ndr) ma ci sono anche tante cose che non potevi fare e le fai, perché ti accorgi di tutto. Più invecchi e più ti accorgi di tutto, è come se l’attenzione si rafforzasse: mi accorgo di cose che magari mi sono passate davanti mille volte e non ho mai notato».

Tempo fa mi aveva detto che nella vita il 20% è talento e l’80% fortuna. Riguardando la sua, è ancora di quest’idea?
«Assolutamente. È l’occasione, essere pronti per quell’occasione. Io volevo fare il pittore, anzi, facevo il pittore, ed ero anche molto apprezzato. La mia vita era quella. Improvvisamente mi sono trovato buttato in mezzo a questo bailamme e non me ne rendevo neanche conto. Pensavo che avrei fatto un anno o due, per divertirmi un po’, e poi sarei tornato a fare il pittore e il grafico pubblicitario».

Intanto Nana russa rumorosamente.
«Coi cani a casa mia è un casino. Una volta c’avevo anche una civetta, poi avevo un pappagallo, c’avevo tante bestie. Fondamentalmente mi trovo bene con le bestie e malissimo con gli uomini».

Ho più la sensazione che le piaccia interpretare il burbero. Fin dai primi anni: quel look da pittore francese, vestito di nero, sempre un po’ cupo...
«No, lì è la stessa cosa che è successa per Luigi (Tenco, ndr). Io e Luigi non eravamo bellissimi, eravamo due ragazzotti, ma abbiamo scoperto che se facevamo quelli un po’ introversi le ragazze ci cascavano e rimorchiavamo anche noi. Allora è venuto fuori che eravamo tutti e due degli introversi, ma non c’entrava nulla, perché Luigi era più casinista di me. Bruno (Lauzi, ndr), invece, che era piccolo, con i capelli grigi e bruttino, riusciva sempre ad avere delle donne. “Bruno, come fai?” gli chiedevamo. E lui: “Io ci provo con tutte, nella massa qualcuna cede”».

Nel 1960 aveva scritto “La gatta”, che inizialmente era stata un fiasco. Poi arrivò il successo di “Il cielo in una stanza”, incisa da Mina. È vero che non voleva che Mina la cantasse?
«Avevamo avuto una specie di flirt, senza arrivare a niente di concreto, e io per ripicca non volevo che lei facesse una canzone mia. Non ne volevo sapere. Alla fine lei e il mio editore, che era Mariano Rapetti, il padre di Mogol, hanno insistito tanto che ho ceduto».

E la sua vita cambiò.
«Stavo in una pensione a Milano. Incontro l’arrangiatore del pezzo, Tony De Vita, che mi dice: “Gino, non sai che cosa è successo! Hai scritto una cosa meravigliosa. Mina quando ha finito di cantare si è messa a piangere. Tutta l’orchestra in piedi ad applaudire, è una cosa che non è mai successa”. Insomma, avevo saputo queste cose da Tony, ma non avevo ancora ascoltato niente. L’ho sentita e mi è piaciuta parecchio. Infatti non l’ho più incisa, o meglio, l’ho incisa dopo un anno o due. Poi, però, anche Morricone ne ha fatto una versione che non scherzava».

Quante versioni ne esistono?
«L’hanno fatta in tutto il mondo, ma non tanto quanto “Senza fine”. Allora gli editori andavano a proporre i loro pezzi in giro per il mondo. Anche Rapetti faceva così. E mi telefonava: “Abbiamo trovato 10 versioni di ‘Senza fine’, 20 versioni”. A un certo punto erano 240».

E pensare che “Senza fine” uscì come lato B. Non avevano capito la potenza di questa canzone?
«La verità è che quando l’ho portata a Rapetti mi ha detto: “Senti Gino, tu sei bravo, però in questo momento sta andando il rock. Mi spieghi perché mi porti un valzer?”».

Nel giro di tre anni lei ebbe un enorme successo e divenne una star da copertina dei rotocalchi. Eppure, l’11 luglio 1963 scioccò l’Italia sparandosi al cuore.
«Avevo tutto. Successo, soldi, la casa più bella di Genova. Avevo avuto una storia d’amore con Ornella Vanoni e ne stavo vivendo una travolgente con Stefania Sandrelli. “Sapore di sale” era in tutte le classifiche. Forse troppo per un ragazzo di 28 anni. Non sentivo più niente. Odiavo ripetere sempre gli stessi gesti, mi ero stufato. Era come se non succedesse più niente».

Per fortuna non era il suo momento (la pallottola è ancora incastrata vicino al cuore). Ma perché Gino Paoli aveva due pistole in casa?
«Io, Luigi, tutti avevamo la pistola in tasca. Abbiamo fatto delle cose da assoluti idioti, eravamo i ribelli di Genova. Infatti quando è uscito “Gioventù bruciata”, con James Dean, ci siamo riconosciuti in tutto, eravamo proprio così. Lo scherzo della morte noi lo facevamo col semaforo: scattava il rosso e ti buttavi. Naturalmente le macchine facevano delle cose incredibili per evitare l’impatto. Scherzavamo con la morte».

Da giovani ci si crede immortali.
«Eravamo figli della guerra, dove la morte c’era tutti i giorni. Noi andavamo in rifugio e tornavamo fuori non sapendo se la nostra casa c’era ancora, se tuo padre tornava dal lavoro o bruciava insieme a Genova. Da ragazzi per gioco smontavamo le mine, un paio di miei amici ci sono rimasti. Chi è che ha avuto un’infanzia così? Infatti Luigi si è sparato, il sassofonista De Angelis si è ammazzato, la sorella del mio amico Giulio è tornata a casa dalla laurea e ha messo la testa nel forno, io ho fatto quello che ho fatto… Della nostra compagnia di allora, che ha vissuto la guerra, beh, la metà è andata».

Nella sua autobiografia “Cosa farò da grande” scrive: “Nel 1971 ero un cantante finito”.
«Mi sono ritirato. Nel momento in cui mi chiedevano la canzone politica, io non ci stavo a fare il “viva questo e abbasso quello”. Ho detto basta. Un impresario amico mi trovò una balera a Levanto e l’ho gestita per un po’».

Le pesava? Dopo aver conosciuto ricchezza e successo?
«No. Io ho sempre aspettato che le cose mi succedessero. Sempre. Non ho mai cercato qualcosa, mi è sempre successo qualcosa. In tutto. Perfino con le donne, ho sempre aspettato che fossero loro a farsi avanti. Mi è successo di fare il grafico, poi mi è successo di fare il cantante, poi di andare a fare il proprietario del locale giù a Levanto, e poi mi è successo che Sergio Bernardini mi ha fatto tornare alla “Bussola” in una serata che è stata una roba pazzesca... È la mia vita».

Prima parlava della sua fortuna con le donne. Lei con loro non è stato sempre irreprensibile...
«Ho dato loro dei grandi dispiaceri e spesso le ho trattate in maniera oscena, ignobile. Però le ho amate molto e mi hanno dato moltissimo. Tutto quello che sono lo devo in gran parte alle donne. Non rimpiango e non modificherei niente».

Per una donna (Stefania Sandrelli) lei ruppe con Luigi Tenco.
«Lo eliminai dalla mia vita. Però quella storia mi ha fatto pensare... Se ci ragiono adesso, credo che questa cosa l’avrei superata e non l’avrei lasciato solo. Mi sento colpevole di quello che ho fatto».

Dicono che è meglio avere rimorsi che rimpianti. È il suo rimpianto?
«Io ho un sacco di rimpianti, moltissimi. Perché avrei voluto passare più tempo con tanta gente. Con mio padre, mia madre, mio fratello, avrei voluto avere dieci vite per poterne passare ognuna con una persona a cui ho voluto bene. Questo è quello che rimpiango».

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