Home MusicaI 25 anni di “(What’s the Story) Morning Glory?” degli Oasis: le nozze d’argento del Britpop

I 25 anni di “(What’s the Story) Morning Glory?” degli Oasis: le nozze d’argento del Britpop

Il 2 ottobre del 1995 usciva il disco di maggior successo (22 milioni di copie) dei fratelli Gallagher. Ve lo raccontiamo qui, 25 anni dopo, prendendo spunto da un vecchio antefatto accaduto a Roma...

Foto: La copertina di "(What's the Story) Morning Glory?"

02 Ottobre 2020 | 9:00 di Simone Sacco

Sembra incredibile a scriverlo, ma "(What's the Story) Morning Glory?", vale a dire il secondo album degli Oasis, oltre che uno dei dischi di maggior successo degli anni '90, non lo avremmo mai conosciuto così se non fosse stato per una certa vacanza romana. "Conosciuto così" - sia ben chiaro - da un punto di vista iconografico perché, con ogni probabilità, a livello sonoro non sarebbe cambiato granché. E canzoni popolarissime quali "Wonderwall", "Roll With It", "Don't Look Back in Anger" o "Champagne Supernova" sarebbero esplose comunque nell'immaginario collettivo. Eppure, come si dice in questi casi, non sarà di certo la verità a rovinare una bella storia.

Quindi torniamo col pensiero a Roma, in un periodo imprecisato dei primi anni '90. Proprio nell'Urbe, tale Brian Cannon, un giovane e intraprendente fotografo di Wigan, borgo della Grande Manchester, decide di portare in vacanza sua mamma, fervente cattolica, con l'idea di farle finalmente visitare il Vaticano. Si tratta della prima volta nella Capitale per la signora Cannon, il clima è di quelli felici e Brian, prima di salutare l'Italia, decide di concedersi un souvenir. Si compra un bel paio di scarpe da ginnastica di una nota marca tedesca, le chiude in valigia e fa ritorno in Inghilterra dove si mantiene gestendo in prima persona la Microdot, una minuscola agenzia creativa specializzata in grafica e lavori fotografici.

I soldi all'inizio sono quelli che sono (ovvero pochissimi), ma Brian ha talento, vorrebbe lavorare a stretto contatto con la scena rock e poi, di natura, è uno tenace. Quando fiuta la giusta occasione, non molla mai l'osso. Col tempo arrivano i primi clienti e, ovviamente, sono tutti musicisti emergenti e squattrinati che muovono i loro primi passi nel retroterra artistico di Manchester. Di quella Manchester in particolare. Cannon firma la copertina di The Killer Album, il disco di debutto dei Ruthless Rap Assassins (una piccola crew hip hop dove milita Paul "Kermit" Leveridge che un giornò finirà nei Black Grape di Shaun Ryder) e collabora assiduamente con una scalcinata band psichedelica che ogni critico del Regno Unito trova fantastica, ma poco adatta alle masse per via degli alti e bassi del suo lunatico leader.

Il tipo si chiama Richard Ashcroft e, a capo dei suoi Verve, a fine anni '90 qualcosa di grosso effettivamente combinerà. Solo che è ancora presto. Siamo solo nel 1993, il mondo va matto per i Nirvana e il grunge statunitense così Albione deve starsene buona nelle retrovie. Buona a coltivarsi la sua nuova generazione indie (Blur, Suede, Elastica ecc.) che però, di suo, ha già fallito una volta con gli Stone Roses (impantanati a quei tempi nelle estenuanti registrazioni del loro secondo album) e che continua a rimirarsi troppo l'ombelico fin dai tempi degli Smiths. Ci vorrebbe uno scossone - pensa Brian - un sasso scagliato nella palude, ma dove andarlo a cercare? D'altronde un luogo vale un altro quando entra in ballo il prepotente destino e quindi perché non un banale ascensore di un grigio palazzo di Manchester?

Ok, prestate molta attenzione perché da qui in avanti la storia è totalmente vera ed è stata raccontata a più riprese dal suo principale protagonista. «Un giorno mi trovavo in ascensore – ricorda Cannon – e a un certo punto entra questo tipo che comincia a fissarmi le scarpe. Quelle sportive, comodissime, che avevo comprato a Roma. Me le invidia. Mi dice che sono fantastiche e che farebbe di tutto per averle uguali alle mie. E poi, di punto in bianco, mi chiede che lavoro faccio. Gli rispondo un po' demotivato che realizzo grafiche e copertine per gruppi rock di scarso successo. E lui incuriosito: 'Scusa, quali gruppi?'. Gli parlo dei Verve , convinto che non li conosca affatto e invece mi sorprende. 'Sul serio? Sono bravissimi, Ashcroft è un genio e forse ho capito a quali foto ti riferisci'. A quel punto parte in quarta: 'Anch'io suono in una band: sono un chitarrista e compongo canzoni... Dai, facciamo così: quando un'etichetta ci metterà sotto contratto, voglio che sia tu ad occuparti della grafica dei nostri album. Hey, non lasciarti sfuggire questa chance perché saranno dischi di grandissimo successo!».

Cannon è basito. Di esaltati e megalomani ne ha conosciuti tanti nel suo ambiente, ma questo ragazzo, con i suoi capelli a caschetto rigorosamente tagliati come un Beatle, ha una luce diversa nello sguardo. Pare crederci davvero. Intanto l'ascensore è arrivato al piano e l'avventore-chiacchierone si congeda: «Ah, non ci siamo ancora presentati. Mi chiamo Noel Gallagher e sentirai ancora parlare di me. Stammi bene, Brian!». Noel Gallagher: effettivamente suona bene come nome per un chitarrista. O per un centrocampista del Manchester City che, ultimamente, vivacchia in Premier League e anche quest'anno lotta per non retrocedere. Il misconosciuto fotografo della Microdot ancora non può saperlo, ma ha appena scagliato quel famoso sasso. E fatto l'incontro che cambierà la sua vita per sempre. E assieme alla sua quella di almeno altre 22 milioni di persone. Gli acquirenti reali che, dal 1995 ad oggi, si metteranno in casa una copia di "(What's the Story) Morning Glory?".

Piccolo salto temporale in avanti: siamo tra maggio e giugno del 1995 e, nel frattempo, nel Regno Unito è successo di tutto. L'ambizioso Noel Gallagher ha trovato un contratto per la sua band chiamata Oasis (come un franchise di scarpe a basso prezzo)  ed è stato di parola col suo amico Brian nel fargli realizzare il concept visuale di "Definitely Maybe", il disco di debutto del suo gruppo. Band che, per la cronaca, condivide con suo fratello Liam e altri musicisti grezzi (tra cui il batterista Tony McCarroll che però avrà vita breve nella combriccola) di Burnage, periferia malfamata del Nord.

L'album - uscito a fine agosto '94 - è un piccolo classico, suona come un'eccitante via di mezzo tra Beatles (le melodie) e Sex Pistols (le ritmiche e il modo di cantare cantilenante di Liam) ed è pieno zeppo di future hit dal vivo: "Rock 'n' Roll Star", "Live Forever", "Supersonic", "Cigarettes & Alcohol", ecc. Chi lo ascolta per la prima volta resta con una sorta di sorriso pietrificato in viso. E chi lo avrebbe mai detto che ci sarebbe stato da sorridere in questo 1994, a neanche sei mesi di distanza dal suicidio di Kurt Cobain?

La stampa musicale britannica, ovviamente, impazzisce e incomincia a parlare di "Oasis contro Blur" (il picco si raggiungerà l'estate seguente con tanto di telegiornali e tabloid al traino), "working class contro universitari fighetti" e "populismo contro establishment" con circa vent'anni di anticipo sui maggiori commentatori politici (certe cose non cambiano proprio mai) mentre la definizione migliore di ciò che sta accadendo in quei caldi giorni la darà lo stesso Noel quando gli Oasis saranno definitivamente (senza forse) sulla rampa di lancio: «Nel nostro primo album sognavamo e cantavamo di vivere come rockstar. Nel secondo lo eravamo effettivamente diventate. Il suono dei due dischi è quello: prima c'è la fame, il sogno. Poi la consapevolezza di avercela fatta». Ipse dixit.

Il 24 aprile del 1995 gli Oasis pubblicano "Some Might Say" e piazzano al primo posto della classifica inglese una delle loro canzoni meglio costruite dal plettro del Gallagher maggiore e da lì in poi la fabbrica della celebrità ne vorrà sempre di più. Il mercato non può attendere e c'è da preparare in fretta e furia un nuovo album che dovrà suonare totale: pop e rock allo stesso tempo. Archi e chitarre elettriche. Ballate acustiche. Sempre più bubblegum e sempre meno punk. Il produttore Owen Morris, già dietro il banco-mixer per "Definitely Maybe", rinchiude la band in Galles (in quei Rockfield Studios già resi celebri da Queen e Black Sabbath) e modello allenatore di calcio sfrutta le registrazioni dei cinque scatenati lads come se fosse un proficuo ritiro pre-campionato. Un paio di settimane per staccare da tutto e concentrarsi sull'obiettivo.

Le canzoni da parte sono ben nove più un frenetico strumentale blues diviso in due parti ("The Swamp Song"), ma Noel ne aggiunge una, la soave e harrisoniana "Cast No Shadow", finendo di comporla in treno, direttamente sulla tratta Londra-Cardiff. In appena quindici giorni il disco numero due è pronto e la band, pur nel delirio del momento, tra una pinta e l'altra, mantiene ben alto il focus. Il nuovo batterista Alan White non sbaglia una parte neanche a volerlo, le chitarre di Noel e Bonehead ruggiscono che è un piacere, forse la famigerata "guerra del suono" è appena cominciata e Owen ha di ché sogghignare soddisfatto. Un giorno, per esempio, spiffera a un giornalista: «Per me quest'album non ha rivali. Si tratta di un disco sconvolgente. In un tempo ristrettissimo ci siamo ritrovati tra le mani il "Nevermind the Bollocks" degli anni '90». O gli Status Quo della Generazione X, vai a sapere...

L'unico momento di vera tensione si ha quando Liam Gallagher sceglie un brano dal mucchio e decide di cantare, con gran sfoggio di vibrato vocale, una certa "Wonderwall". Scippandola di fatto al suo autore Noel che l'aveva composta per la sua storica fidanzata Meg Mathews. Per Our Kid (Liam) il titolo non vuol dire granché. La prende alla lontana, facendo sfoggio di iperboli quotidiane, come suo solito: «Per me "Wonderwall" è come quando trovi nel portafoglio il biglietto obliterato dell'autobus che pensavi di avere perso. E lo trovi proprio mentre si sta avvicinando il controllore. Ecco, quello sì che è un vero Wonderwall!». Per The Chief (Noel), invece, quella melodia è un modo di dire a Meg che è suo e solo suo il potere di quel "sostegno magico" in una vita piena di sfide e delusioni. Inevitabile che Noel se ne esca scocciato dallo studio mentre il fratello la incide su nastro. Quando sarà il momento di registrare la voce solista per "Don't Look Back in Anger", l'altro pezzo forte del CD, Liam farà lo stesso nei confronti del cantante Noel, abbastanza schifato dalla sua interpretazione. Il fratello più grande, però, la prende con filosofia: «Passi per "Wonderwall", ma "Don't Look Back in Anger" non gliela avrei mai e poi mai fatta cantare. Quello è un Numero Uno assicurato!».

The Chief ha ragione: abbastanza incredibilmente "Wonderwall" non arriverà mai prima in Gran Bretagna visto che, nel novembre '95, le ruberà il podio l'ormai dimenticata "I Believe" del duo Robson & Jerome (chi?). Stranezze del music business. La melodia smaccatamente lennoniana di "Don't Look Back in Anger" invece sì visto che sarà number one durante il San Valentino del 1996. Il disco della vita, comunque, è pronto. Ormai a "(What's the Story) Morning Glory?" manca solo la copertina e Noel, tanto per cambiare, prende la rubrica del telefono e digita il numero di Brian Cannon. Oh, quelle scarpe da ginnastica gli devono proprio essere rimaste in testa!

Foto: La copertina di "(What's the Story) Morning Glory?"

Una volta Noel Gallagher ha detto che la copertina di "(What's the Story) Morning Glory?" (espressione goliardica tratta da "Ciao, ciao Birdie", una vecchia pellicola americana anni '60 interpretata da Janet Leigh e Dick Van Dyke) resta un catalizzatore che genera più domande che risposte. E ogni domanda, inevitabilmente, se ne tira dietro un'altra e un'altra ancora. Eppure - se ci pensiamo bene - il risultato finale è così ordinario, banale e pop: ci sono due tipi, due emeriti sconosciuti, che si salutano per strada e uno dei due (quello con la camicia azzurra fuori dai pantaloni, alias il DJ radiofonico Sean Rowley) prosegue la sua passeggiata domandandosi: «Hey, ma chi era quello? E che cos'è che mi ha detto?». Dunque, nessuna cospirazione massonica. Nessun messaggio templare in codice. Puro umorismo british. Il celebre scatto, strano ma vero, venne fuori alla prima foto ma Cannon (che per la cronaca è il soggetto di spalle col giubbotto beige) se ne accorse solo quando portò a sviluppare i trecento negativi su pellicola visto che, in quel 1995, il digitale era ancora fantascienza.

La via prescelta è quella Berwick Street, nel cuore di Soho, conosciuta fino a qualche tempo fa come la mecca londinese dei negozi di dischi, soprattutto quelli che trattano l'usato. Piccolo particolare toponomastico: Berwick, ad un certo punto, interseca una certa Noel Street. Pur essendo trafficatissima a tutte le ore del giorno e della notte, nella famosa foto di Cannon - scattata all'alba dato che i lampioni sono ancora accesi - non compare neanche un automobile o uno scocciatore mattiniero. Sullo sfondo, infine, appare un terzo personaggio, minuscolo, che resterà misterioso fino all'avvento dei pettegolezzi su Internet: si tratta del produttore Owen Morris che si copre il viso con il master definitivo del disco in questione.

Insomma, in quella lontana alba estiva tutto era perfettamente allineato. Tutto era pronto per generare leggenda. La chiosa è smpre di Cannon: «Perché al giorno d'oggi non escono più dischi del genere con copertine così belle ed evocative? Semplice: perché i gruppi odierni non hanno soldi da spendere (Brian in quell'occasione venne pagato 25mila sterline. ndr.) e allora si riducono a a farsi curare gli artwork dall'amico di turno che magari sa maneggiare una fotocamera digitale. Ora, capiamoci bene, io non ho nulla contro gli amici. O contro questa gente che maneggia fotocamere o smartphone ma, per cortesia, non chiamateli fotografi professionisti. Quello mai. Ma cosa vuoi farci? I miei, in fondo, erano altri tempi...». Già. Quella era pur sempre l'inebriante metà degli anni '90 quando il sogno era ancora palpabile e la fame tanta.

Il 2 ottobre 2020 la Big Brother Records ripubblicherà in versione LP totalmente rimasterizzata "(What's the Story) Morning Glory?". Il doppio disco sarà disponibile in color argento o in formato picture vinyl.