Home MusicaIl ritorno di Paolo Meneguzzi: «Vi racconto i miei due anni a Miami»

Il ritorno di Paolo Meneguzzi: «Vi racconto i miei due anni a Miami»

Di lui non si avevano notizie dal 2008, quando partecipò al suo quinto Festival di Sanremo con il brano «Grande» e, tre mesi dopo, all’Eurofestival come rappresentante della Svizzera...

11 Giugno 2010 | 08:15 di Antonio Mustara

Di Paolo Meneguzzi non si avevano notizie dal 2008, quando partecipò al suo quinto Festival di Sanremo con il brano «Grande» e, tre mesi dopo, all’Eurofestival come rappresentante della Svizzera. Oggi, mentre il suo nuovo album «Miami» (anticipato dal singolo elettropop «Imprevedibile») debutta al 13° posto della Superclassifica, Paolo rivela a Sorrisi.com i motivi della lunga assenza, raccontando come, in questi due anni, sono cambiate la sua vita e la sua musica.

Paolo, dov’eri finito?
«Ho vissuto due anni impegnativi durante i quali, con base a Miami, ho viaggiato in America del Sud e negli Stati Uniti per promuovere l’album “Musica” nelle versioni inglese e spagnola».

Che cosa ti ha spinto ad andare in Florida?
«Tutto è nato dall’interesse di Ricky Martin per la mia musica. Quando ho cantato “Musica” al Festival di Sanremo el 2007 , lui guardava la televisione in attesa di salire sul palco per un concerto. Gli sono piaciuto e poi ha fatto in modo che il suo manager contattasse il mio. In seguito mi ha messo sotto contratto per lanciarmi nel mercato americano. E poiché i suoi studi sono a Miami, mi sono trasferito là».

Sei andato da solo?
«Siamo partiti in tre: io, il mio ex produttore artistico Dino Melotti e Matthias Brann, l’artista svedese che mi aiuta nella programmazione elettronica delle canzoni. Abbiamo affittato una casa con piscina».

In che modo questo soggiorno a Miami ha cambiato la tua musica?
«Ho assimilato tutto quello che ascoltavo alla radio e nei locali. A Miami va forte l’elettronica e la dance, un sound che è sempre stato mio fin da quando ero dj e facevo i rave in Svizzera. È la musica prodotta da gente come Timbaland, Scott Storch, RedOne, ormai famosi come gli artisti che producono. Per questo il nuovo album è quasi per intero fatto di pezzi elettropop, tutti composti là. La cosa più difficile è stato adattare quel sound alla lingua italiana. Ovviamente la mia vena melodica, dolce e romantica si fa ancora sentire».

Per esempio?
«Nel brano “Il tuo addio” che ho scritto per una giovane barista di Miami, Kristen Knight. Io e il manager di Ricky l’abbiamo sentita cantare e abbiamo deciso di darle questa canzone che in originale si chiama “Goodbye”. Poi, visto che il brano mi piaceva troppo, l’ho voluto incidere in italiano».

È una canzone autobiografica?
«Sì, nasce dall’odio che ho provato per la ragazza con la quale ho rotto due anni fa. Quando la storia è finita ho cercato di farla sentire in colpa, le ho manifestato tutto il mio risentimento. Per fortuna è una fase che è durata poco».

È questo il brano al quale sei più affezionato?
«No, ce n’è un altro che considero la canzone più importante della mia vita. Si intitola “Noi”».

Perché è così importante?
«L’ho scritta a Miami in un momento in cui mi mancavano da morire i miei amici di sempre, quelli con cui sono cresciuto. Non dimentichiamo che io vengo dalla Svizzera, dove la città più popolata ha meno di 10mila abitanti. I miei amici sono i miei fratelli, la mia seconda famiglia. Quando ero piccolo, e in famiglia c’era tensione perché i miei genitori erano divorziati in casa, passavo più tempo a casa degli amici che nella mia».

Nel disco ci sono altri brani autobiografici?
«Lo sono un po’ tutti. In particolare “Arlecchino” che descrive bene il dramma dell’artista, obbligato a indossare sempre una maschera e a fare la faccia allegra anche quando dentro sta morendo».

Il titolo del disco si legge Maiemi come la città o Miami in italiano come il verbo?
«Su questa cosa ho giocato un po’. Nella copertina, infatti, ho fatto lasciare uno spazio quasi impercettibile tra “Mi” e “Ami”. E uno dei brani si intitola “Mi ami”. Dunque si può pronunciare in entrambi i modi».

Ma tu come lo pronunci?
«In inglese».

Come nasce la tua associazione benefica Progettoamore.ch ?
«Due anni fa ho pensato di tenere un concerto gratuito nell’oratorio della mia infanzia, dove a sei anni ho iniziato a cantare. Il comune si è opposto perché lo spazio era ristretto ma mi ha dato la possibilità di esibirmi in un enorme piazzale. A quel punto, visto che lo spazio era così grande, ho proposto di allestire una specie di villaggio con tante attività pomeridiane a entrata libera con l’invito, però, a fare un’offerta.  Poi, la sera, il concerto. In questo modo abbiamo raccolto alcune migliaia di euro che abbiamo devoluto alle associazioni ticinesi che si occupano dei bambini bisognosi.  Quest’anno abbiamo organizzato una partita del cuore a Chiasso con la Nazionale Italiana Cantanti. Tutto questo l’ho fatto con gli amici di cui ti parlavo prima».

È possibile mandare offerte dall’Italia?
«Sì, è tutto spiegato sul sito dell’associazione».