Home MusicaIntervista a Gino Paoli: «E pensare che mi ero messo a fare l’oste»

Intervista a Gino Paoli: «E pensare che mi ero messo a fare l’oste»

Il cantautore genovese a novembre 2017 ci ha ospitati nella sua residenza di campagna per raccontarci una vita e una carriera straordinarie

Foto: Gino Paoli e Danilo Rea nella redazione di Sorrisi durante il Festival di Sanremo 2018  - Credit: © Pigi Cipelli

08 Febbraio 2018 | 18:00 di Andrea Di Quarto

«Nel ’68 non avevo voglia di scrivere canzoni “politiche”: mi ritirai a Levanto, gestivo un locale sulla spiaggia con pizzeria e sala da ballo. Ma poi...» È così che inizia la nostra intervista risalente a pochi mesi fa (era novembre 2017). Gino Paoli sarà ospite questa sera della terza serata di Sanremo 2018, insieme al jazzista Danilo Rea. «Guardi quell’albero lì, è il mio preferito. Un fulmine lo ha colpito in pieno e lo ha squarciato, lo ha diviso in tre parti. Eppure guardi quanto è carico. Quest’anno produrremo un olio buonissimo. Ha piovuto poco, la quantità non sarà enorme, ma la qualità credo proprio di sì».

È bello passeggiare con Gino Paoli nello splendido uliveto annesso alla sua residenza estiva, immersa nella campagna toscana. A guardarlo si direbbe che abbia sempre fatto il contadino anziché scrivere alcuni dei capolavori immortali della musica italiana. Invece Paoli, raccolto a parte, è più in pista che mai con la musica. Sta lavorando a un nuovo disco d’inediti e a settembre è uscito il suo album «3», in collaborazione con il pianista jazz Danilo Rea.
«Danilo e io siamo simbiotici, ormai siamo una coppia di fatto, dovremmo fare “coming out” prima o poi» scherza Gino. «È il nostro terzo progetto insieme. Stavolta, dopo la grande canzone napoletana, abbiamo voluto concentrarci sui maestri francesi. Autori immortali della musica di tutti i tempi come Charles Trenet, Jacques Brel, Gilbert Bécaud, Serge Gainsbourg, Léo Ferré». 
Per lei non è la prima volta. Agli inizi della carriera traduceva i brani di questi autori in italiano.
«Avevo tradotto Brel e Georges Brassens. Mi affascinava che non fosse una canzone solo d’evasione, ma che servisse a esprimere qualcosa di profondo. Allora in Italia c’era “Papaveri e papere”».
Poi siete arrivati voi della scuola genovese e le cose sono cambiate.
«Noi genovesi... mi dà fastidio dire scuola perché eravamo solo un gruppo d’amici. A un certo punto abbiamo ritenuto che la canzone potesse esprimere disagi, inquietudini e cattiverie. È l’unica cosa che abbiamo fatto. Secondo me se non lo avessimo fatto noi ci avrebbe pensato qualcun altro. Però siamo stati i primi. Chi è venuto dopo deve questo a noi».
Lei dice spesso che non aveva alcunaintenzione di cantare.
«Vero. La colpa è di Gian Franco Reverberi. Era diventato vicedirettore artistico della Ricordi e sentendosi solo aveva chiamato a Milano tutti gli amici di Genova. Io avevo già un lavoro di bozzettista grafico, Bruno (Lauzi, ndr) faceva l’università, Luigi (Tenco, ndr) si era iscritto a Fisica, nessuno di noi aveva velleità artistiche. Poi le cose sono cambiate».
È vero che suo padre non ha mai accettato il suo lavoro?
«Mi diceva: “Quand’è che la smetti con queste cose e fai qualcosa di serio?”. Voleva che diventassi ingegnere navale come lui. Avere un figlio artista era una vergogna. Non venne mai a sentirmi. Mia madre, però, mi confessò che non lo faceva perché si arrabbiava se qualcuno mi criticava. Perché in fondo era orgoglioso, davanti a me non diceva mai niente, poi in ufficio si vantava con gli amici: “Senti l’ultima canzone di mio figlio”».
E lei? È orgoglioso del suo percorso?
«Ho avuto grandi fortune, non desidero niente. Ho avuto dei genitori decenti, un nonno straordinario che vedevo come un supereroe e donne che mi hanno conquistato. Perché io non ho mai conquistato nessuna, sia chiaro, a decidere sono le donne. Insomma, ho avuto proprio una bella fortuna» (Paoli qui in realtà usa un termine più colorito, ndr).
Anche il talento conta.
«Poco. Se hai l’80 per cento di fortuna e il 20 di talento arrivi prima di chi ha l’80 di talento e il 20 di fortuna. Il talento da solo non basta».
Agli esordi anche lei fece fatica.
«Inizialmente il mondo della musica non mi accettava. “La gatta” vendette 80 copie. Fu solo in estate, grazie ai jukebox, che ebbe successo. "Sassi”, invece, fu criticata, dissero che volevo fare l’esistenzialista nelle canzoni. Capisce? Per la mentalità di allora la musica leggera doveva essere una cosa di pessima qualità (anche qui Paoli utilizza una parola diversa, ndr). Quando feci ascoltare “Senza fine” a Mogol, che lavorava alla Ricordi, mi disse: “Gino, va il rock’n’roll e tu porti un valzer?”. Per l’editore Alfredo Rossi “Il cielo in una stanza” non era una canzone. Miranda Martino la rifiutò. Poi la cantò Mina e fu un successo. Oggi Miranda si mangia ancora il fegato».
Poi, però, il successo è arrivato.
«E con il successo le cavolate! Ne ho fatte tante. Quando uno diventa noto e fa le stupidate tutti dicono che è una brutta persona (pure in questo caso Paoli utilizza un altro termine, ndr) ma se all’improvviso le donne che non ti consideravano si buttano ai tuoi piedi, hai un sacco di soldi e tutti pendono dalle tue labbra... perdi la testa! Eppure a un certo punto mi sono stufato. Nel 1968 bisognava scrivere di politica e io non ne avevo voglia. Nella mia accezione le mie canzoni erano già politiche. Mi ritirai a Levanto (in provincia di La Spezia, ndr) a fare l’oste per tre anni. Gestivo un locale sulla spiaggia con bar, sala da ballo e pizzeria».
E si occupava anche di edizioni musicali. È vero che deteneva i diritti italiani dei Bee Gees?
«Sì, ogni mese volavo a Londra e con un mio socio olandese andavamo a
caccia di diritti. I Bee Gees li presi che erano solo al 44° posto con “New York mining disaster 1941”, e così tanti altri. Non avevo solo loro, ma anche l’etichetta dei Beatles e coso... David Bowie! Mi mandò una lettera di ringraziamento e nella foto era vestito da donna. Quando il successo di questi artisti arrivava in Italia le case discografiche andavano a procurarsil’edizione e trovavano sempre me. È colpa mia se avevo il gusto che loro non avevano?».
Con «Una lunga storia d’amore», nell’84, è tornato in auge, poi c’è stata la consacrazione con la tournée insieme con Ornella Vanoni.
«Pensi che non la volevo fare, ma alla fine mi lasciai convincere. Avevamo avuto una storia negli Anni 60 e capii che se avessimo fatto finta di essere ancora innamorati alla gente sarebbe piaciuto. Funzionò. Era sempre tutto esaurito. Perfino mia madre mi chiamò: “Non ti metterai ancora con quella lì?”».
Che cos’è il futuro per lei?
«Il futuro è sulle ginocchia degli dei, dicevano i greci. Ho 83 anni, mi sento provvisorio da sempre, ma vivo come se avessi 12 anni. Pianto alberi che sbocceranno tra dieci anni, faccio progetti. Non rinuncio a pensare al domani. Per 20 anni ho bevuto una bottiglia di whisky a sera, eppure ho un fisico eccezionale. Mio cognato, che è un primario, dice che un giorno dovranno “aprirmi” e analizzarmi per vedere come sono fatto».
Scusi se mi permetto, però: fuma un po’ troppo...
«In realtà ora fumo molto meno, ma tutti gli altri amici che non fumavano son già morti».