Lenny Kravitz: «I miei elisir di giovinezza sono la musica e Dio»

La rockstar americana si racconta a Virgin Radio

18 Giugno 2024 alle 08:11

Siamo a Parigi per il lancio dell’album di inediti di Lenny Kravitz “Blue electric light”. Ci siamo incontrati 19 anni fa, nel 2005. Cosa è cambiato in questi 19 anni per lei?
«La musica è sempre la mia vita, il mio ossigeno, la mia più alta forma di espressione. Mi sento ancora estremamente motivato e ispirato. Non do nulla per scontato, prendo ogni giorno come una benedizione. Non mi sono mai sentito meglio e non mi sono mai sentito così giovane!».

Ho avuto l’impressione che con questo disco lei stia canalizzando qualcosa di più ampio, di evoluto.
«Ho lavorato a questo album in un momento storico particolare: la pandemia, in cui il mondo si è fermato e io non dovevo più essere in un determinato posto a fare una determinata cosa. Mi sono sentito libero. Mi sono trovato con la musica, la natura e il tempo a disposizione. Con cibo fresco e salutare. C’era il sole che splendeva e l’oceano. È stata una benedizione nonostante le circostanze complicate per il mondo».

Era arrivato a Eleuthera, alle Bahamas, solo per qualche giorno, doveva stare lì il weekend.
«Sì, ero a Parigi e la situazione iniziava a scaldarsi, non si capiva bene cosa stesse succedendo. Così me ne sono andato a casa mia alle Bahamas giusto il tempo di dormire lì per qualche giorno, cambiare le valigie e continuare il tour in Nuova Zelanda, Australia e Asia. A un certo punto tutto si è fermato e non sono più potuto andare da nessuna parte».

E lì ha prodotto il suo disco...
«Nel brano “TK421” ho adorato l’utilizzo del clavinet (un tipo di tastiera, ndr), mi ha ricordato le canzoni di Chuck Brown & the Soul Searchers e tutta la scena musicale “go-go” di quegli anni, con precisi effetti sonori».

In “Human” dice: «Sono qui per essere vivo, sono qui per essere umano». Cosa significa questo per lei oggi, in un mondo così complicato?
«Significa comprendere la situazione in cui ci troviamo tutti: siamo esseri spirituali che stanno vivendo un’esperienza terrena che ha molto peso. È importante essere autentici e utilizzare appieno i doni che ci sono stati dati da Dio, trovarli e metterli a disposizione degli altri. La canzone è anche su questo: a tutti noi è stato donato qualcosa di bello, un talento speciale. Ma siamo in grado di riconoscerlo? Lo sappiamo utilizzare? Forse no, e vogliamo qualcosa che ha qualcun altro. La nostra vita può essere intensa se riconosciamo la nostra parte illuminata ma anche quella oscura, e la gestiamo».

Leggendo la sua autobiografia “Let love rule” (edita da Mondadori), ho scoperto, e non ci potevo credere, che non ha accettato di firmare alcuni contratti importanti all’inizio della sua carriera perché voleva restare fedele alla sua voce interiore.
«Sì, e ho fatto questa scelta nonostante vivessi per strada, senza sapere dove andare a dormire. Avevo bisogno di soldi, volevo fare musica e volevo un contratto ma ogni volta che provavano a cambiare la mia natura il mio spirito non permetteva che questo accadesse. Ancora oggi non capisco come io sia riuscito a gestire quella situazione. Poteva essere solo un segnale di Dio. Non sapevo se si sarebbe ripresentata un’altra occasione. Avrei potuto fare quello che mi chiedevano di fare e magari avere successo, una strada che hanno fatto in tanti. Ma il mio spirito non mi permetteva di non esprimermi autenticamente: lo sentivo nel mio corpo. Mi ammalavo, mi bloccavo. Mi dicevo: “No, non posso farlo, questo non sono io”».

Non vediamo l’ora di averla in concerto in Italia: a Lucca il 12 luglio, a Perugia il 13 e a Lido di Camaiore (LU) il 13 agosto.
«Saremo in pieno tour quest’estate. Tornerò in Europa più e più volte. Ci stiamo preparando e riscaldando al meglio: sarà fantastico».

Parliamo di Miles Davis? Lei ha avuto la fortuna di conoscerlo (la madre di Lenny è molto amica di Cicely Tyson, ex moglie di Miles, per questo i due si frequentavano fin da quando Lenny era piccolo).
«“Ascensore per il patibolo”, la colonna sonora dell’omonimo film di Louis Malle, è uno dei miei album preferiti. Quando mi sono trasferito a Parigi (era l’inizio degli Anni Duemila, ndr) l’ho ascoltato continuamente. Ha ispirato l’ideazione della mia casa che al tempo era vuota, senza mobili. E il mio amico attore Bradley Cooper vive proprio nell’appartamento di Louis Malle».

Davvero?
«Ho aiutato Bradley ad avere quella casa ed è lì che Louis Malle, dopo aver incontrato Miles Davis in un caffè sotto casa, lo ha invitato a salire e gli ha proposto di comporre la colonna sonora per il suo film».

E io ascoltando proprio quell’album, a 10 anni, ho deciso che avrei dedicato la mia vita alla musica.
«Le racconto un aneddoto. Dopo il mio primo album, ho incontrato Miles per un concerto che abbiamo fatto insieme in Giappone. Poi l’ho rivisto su un aereo da Los Angeles a New York. Stavo componendo il mio secondo album “Mama said” (uscito nel 1991, ndr) e ho sentito una voce chiamarmi: con quella voce poteva esserci solo lui. Mi ha abbracciato e mi ha detto che era molto fiero di me. Avevo una nuova canzone, “What goes around comes around”, un pezzo soul con un gusto jazz e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto avere un suo assolo per quel brano. Dopo quel viaggio non lo vidi più, Miles morì di lì a poco. Ma quel frangente in cui ci siamo parlati è un ricordo che non mi lascia mai».

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