Ligabue, 30 anni (più due) di rock a modo suo

Dopo Campovolo Luciano racconta a Sorrisi le emozioni del grande evento

Ligabue  Credit: © Ray Tarantino
30 Giugno 2022 alle 07:59

Obiettivamente, festeggiare i “trenta più due” anni d’attività non suona granché bene. Manca di rotondità. Ma Luciano Ligabue non si scompone per così poco. Scioglie l’imbarazzo rilanciando. Se quel “più” dev’esserci, che sia un vero “più”! Il disastro del Covid lo ha costretto a spostare la festa per i 30 anni del primo album “Ligabue” dal 12 settembre 2020 allo scorso 4 giugno? Lui non s’è limitato a confermare la “festona” al Campovolo di Reggio Emilia, ma i suoi oltre centomila “invitati” si sono ritrovati in uno spazio trasformato in Rcf Arena, studiata perché anche il più lontano degli spettatori possa vedere e ascoltare bene.

Poi ha rinnovato il titolo della serata aggiungendo una parola: “30 anni in un nuovo giorno”. Ha anche deciso che il festeggiamento non poteva fermarsi a Reggio e lo ha proiettato su sette serate all’Arena di Verona tra settembre e ottobre. E infine ha buttato fuori una canzone nuova, che non avrebbe potuto intitolarsi in altro modo se non così: “Non cambierei questa vita con nessun’altra”. Sorrisi ha seguito Ligabue al concerto di Reggio Emilia e lo ha ritrovato qualche giorno dopo, tranquillo nella sua Correggio, pronto a parlare di tutto.

Luciano, quanti chili ha perso nelle tre ore di concerto a Reggio?
«Secondo me zero. Sì, saltiamo, corriamo un po’ sulla passerella o ai lati del palco, ma in realtà sono pochi metri: c’è la sensazione che diamo tanto dal punto di vista fisico, ma più che altro è un dispendio di energie nervose ed emotive».

A Verona cosa ci sarà di diverso rispetto a Reggio? E, soprattutto, come differenzierà i concerti?
«Il seme dei concerti all’Arena è stato piantato al Campovolo: continuiamo il festeggiamento dei 30 anni, rimandato di due anni, con canzoni scelte tra i miei 77 singoli. Ogni serata avrà una sua scaletta, con pezzi diversi, ma devo ancora mettermi lì a fare le scelte. A Verona, poi, non ci saranno anche i miei primi due gruppi storici: suonerà solo quello attuale».

Ha sempre detto di avere un bisogno fisico di fare concerti. Qual è il momento più “godurioso” della serata?
«Il concerto in sé. Infatti il momento peggiore è quello dell’attesa, che non passa mai. Sei già lì e aspetti. E inizi a ripassare tutto. E fai mille pensieri su quel che potrebbe capitare e su come potresti risolverlo… Ma poi sali sul palco, spariscono tutti i pensieri e finalmente te la godi e basta. Il concerto mi dà un senso di liberazione che non so neanche spiegare, fatto sta che sto bene, che mi sento a casa, ed è per questo che a oggi ho fatto 800 concerti e spero di farne altri 1.600».

Ultimo concerto visto?
«Negli ultimi due anni nessuno, è ovvio… Ma prima non mi viene in mente nulla: troppo indietro nel tempo».

Allora mettiamola così: se lei dovesse auto-invitarsi come ospite del concerto di un collega, chi chiamerebbe?
«Non è da me! Non mi sono mai proposto a nessuno. L’unica persona a cui io abbia chiesto qualcosa è stata Elisa: avevo scritto “Gli ostacoli del cuore” e ho pensato che dovesse cantarla lei. Le altre interpretazioni di mie canzoni sono nate dai manager che parlano tra loro e magari fan saltare fuori la possibilità che io dia un pezzo a un altro. Il mio vero problema, piuttosto, è questo: come rispondere a chi mi invita a far parte di un suo concerto? Ogni volta è una decisione nuova, ma sono contento di aver accettato per ben tre volte l’invito di Francesco De Gregori, qualche anno fa».

Il concerto è il concerto, ma è negli album che viene fuori la creatività...
«Ogni album è un “autoscatto dell’anima”: sono le canzoni che parlano del mio punto di vista in quel momento. Per i concerti faccio un discorso più terra terra. Andare sul palco fa stare bene te e il pubblico, e l’unica cosa che un po’ mi dispiace è che non puoi fare tutte le canzoni: già è una sofferenza selezionarle per l’album».

Sul palco fa tutte le “mosse” del rocker: le studia prima? Si “coreografa”?
«No! È Fede Poggipollini, il mio chitarrista ormai da 28 anni, che ha lavorato molto con lo specchio e ogni tanto lo prendo anche in giro. Io ho sempre vissuto questa cosa in maniera molto naturale. Poi ci sono alcune mosse che ormai fanno parte del repertorio, che il pubblico si aspetta, e le faccio volentieri perché diventa anche quello un rito da fare insieme. Però non ci penso, ho già troppo di cui occuparmi: devo stare attento a non perdere il filo dei testi, per dire, ma soprattutto non posso perdere lo spettacolo “vero”, che forse è più quello che mi godo io che quello che si gode il pubblico. Lo show che vedo io è bellissimo, è quello della gente che ho di fronte, di facce che si trasfigurano mentre cantano le mie canzoni, lo spettacolo delle “lacrime silenti”. Non sapete la fatica che faccio (perché mi ritrovo sempre più sentimentale) quando vedo tre o quattro in prima fila con la “lacrima silente” in certi passaggi, non sapete che fatica è tener la voce dritta, non incrinarla».

Lei e la chitarra. State bene insieme?
«Credo che sia l’oggetto che ho toccato di più in vita mia. Fino a pochissimi anni fa avevo proprio il bisogno fisico di avere il suo corpo su di me. È difficile da spiegare, ma la chitarra, specialmente l’acustica, è l’unico strumento che ti dà vibrazioni non solo sonore ma anche fisiche. Si appoggia sulla tua cassa toracica e inizi a sentirla. Quando la prendo in mano non suono mai roba di altri, ma comincio a cercare un giro armonico su cui, prima o poi, poggeranno una melodia, delle parole».

C’è chi dice che i suoi pezzi abbiano sempre i soliti accordi...
«Quando uno ha pubblicato quasi 200 canzoni sue, è normale che ci sia una sensazione di ripetitività. Le ho sempre scritte tutte io, esercitando il mio gusto e le mie preferenze, ed è chiaro che da un lato viene fuori una riconoscibilità e dall’altro una sensazione di ripetitività. Ma le tonalità le ho usate tutte».

“Rocker di Correggio”: un’etichetta che annoia?
«Alle definizioni ci si adegua, tutti, ma è chiaro che ognuno di noi è molto più complesso. Non ho nulla contro il fatto di essere definito “rocker”, se non per il fatto che immediatamente fa pensare al fatto che uno debba vivere sopra le righe. Io vivo molto intensamente la vita, senza il bisogno di andare sopra le righe. La gente non mi vedrà mai arrivare su una Harley, vestito di pelle, con gli occhiali neri tutto il giorno: non mi metto il costume d’ordinanza, non ho mai avuto voglia di aderire a uno schema. “Di Correggio”, poi: è la cosa più naturale di sempre, e ne sono anche contento. A Correggio sto bene, convivo bene con chi abita qui e da tempo hanno smesso di vedermi come un “uccello strano”».

Testa, faccia, cuore, fortuna: che cosa conta di più nel suo mestiere?
«Ci vuole un po’ di tutto. Il cervello, per scrivere i testi migliori che puoi, andando al passo con cuore e pancia. E poi sì, serve fortuna, perché come fa uno di 60 anni a pensare che ci sia un qualche “cinno” (“bambino” in emiliano, ndr) di 15 anni a Bari che si identifichi nelle sue parole? È pressoché impossibile, eppure nel tempo le canzoni sono riuscite a fare questa sorta di miracolo. Chiamalo poi fortuna, fato, destino, progetto divino… Ognuno ha le sue risposte».

Avrei una curiosità strana. Visto che non è un rocker con divisa d’ordinanza, in casa di certo non porta gli stivali. Che cosa usa?
«Delle ciabatte molto morbide, comode. Tipo dei “ciabattoni”, insomma».

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