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LP e il nuovo singolo “How Low Can You Go”

Per parlare di questa novità e di altro abbiamo “bussato” a casa di LP (che sta poi per Laura Pergolizzi, il segno delle sue radici italiane) a Los Angeles, accompagnandola durante la preparazione della colazione

Foto: LP

19 Novembre 2020 | 9:27 di Enrico Casarini

Mentre le nostre orecchie sono ancora piene di “The One that You Love” e “Girls Go Wild” (per non parlare di “Lost on You”…) e aspettiamo un 2021 che lei vuole riempire di musica con un nuovo album e quattro concerti in Italia a luglio (a Torino, Marostica, Roma e Firenze), LP pubblica giovedì 19 novembre sulle piattaforme digitali una canzone, “How Low Can You Go” (il 20 uscirà anche il videoclip), e la regala a tutti i suoi fan. Per parlare di questa novità e di altro abbiamo “bussato” a casa di LP (che sta poi per Laura Pergolizzi, il segno delle sue radici italiane) a Los Angeles, accompagnandola durante la preparazione della colazione.

E allora, LP, come nasce l'idea di questo regalo?
«Semplicemente a me piace fare regali. E poi, dai, quando ti ritrovi seduto su una montagna di musica nuova veramente eccezionale, non è divertente dire: “E questo te lo farò sentire… Adesso!”? Davvero, mi sta venendo una tale quantità di buone canzoni che vorrei poterle buttar fuori tutte in questo momento. E invece lascerò che escano un po' per volta».

“How Low Can You Go” mi ha colpito: c'è qualcosa di ipnotico e suadente nella sua musica e nella tua voce che mi affascina…
«Sì, è ballabile, è sinuosa, è sexy… È molto forte. Non sai se metterti a ballare o fermarti ad ascoltare».

Tu preferisci ballare o ascoltare?
«Tutt'e due le cose. Ho sentito subito che “How Low Can You Go”, per dire, mi faceva muovere».

Passando al nuovo album, invece, quante canzoni sono già pronte?
«Il disco è già praticamente pieno e al momento credo che uscirà in aprile, ma questo è un periodo di sorprese, quindi non si sa mai. Dovrebbero esserci dodici, tredici pezzi, ma continuano a nascerne di nuovi e credo che ce ne sarebbero già per due album».

Come ti regoli rispetto al fatto che il tuo successo aumenta e questo porta inesorabilmente pressione?
«Io cancello la pressione, la escludo dalla mia vita. Per dire, se tanti anni fa dopo aver scritto “Into the Wild”, che era andata benissimo, avessi iniziato a ragionare su come scrivere un'altra “Into the Wild”, non sarebbe mai nata “Lost on You”. E anche “How Low Can You Go” è completamente diversa da quel che ho fatto finora. Oh, non è che io voglia essere “nuova”: faccio solo tutto quello che esce dalla mia testa. Lascio uscire tutto e se viene fuori qualcosa di completamente diverso dal resto… Beh, chi se ne frega!».

In questo periodo stai esplorando nuove strade per non smettere di fare concerti. Hai fatto alcuni eventi in “live streaming”, e vabbe', ma io sono rimasto più incuriosito da un paio di concerti organizzati al Drive-in OC di Anaheim, in California. Come funzionano i concerti nei drive-in? Il pubblico guarda stando dietro il volante?
«Hai presente il film “Cars”? Ecco, io mi immagino che ogni automobile abbia la sua faccina e la sua “personalità”. Praticamente come se dovessi suonare in un cartone animato… In realtà, intorno a ogni auto c'è uno spazio “dedicato”, così la gente può uscire, muoversi e perfino ballare un po'».

Potrebbero essere i concerti più strani della tua intensa vita on stage?
«Credo di sì. Li paragonerei solo a un concerto che ho fatto proprio in Italia in un'enorme arena all'aperto (si riferisce al concerto dell'agosto 2017 all'Arena Flegrea di Napoli, ndr): tra me e il pubblico c'era questo grande spazio vuoto e mi aspettavo che da un momento all'altro arrivassero i gladiatori a combattere, e sentivo il palcoscenico come un castello».

Parlando di Italia, non posso non chiederti una cosa sul tuo cognome. Qual è la percentuale di americani che sbagliano a scrivere o a pronunciare “Pergolizzi”?
«In realtà non riescono a distruggerlo molto. Certo, per gli americani pronunciare la doppia zeta è una sfida enorme, e invece mi piace come suona in italiano. Ogni volta che sento dire “izzi” da un italiano mi risuona in mente la filastrocca “Itsy Bitsy Spider”, col ragnetto “Izzi” Bitsy che cerca di salire su per la grondaia, ma è spazzato via dalla pioggia».

Hai ancora dei parenti in Italia?
«Forse sì, ma confesso di essere abbastanza pessima nel gestire queste cose di famiglia. Non prendetevela, eh!? Diciamo che non faccio ricerche. Comunque sì, dai, ci deve essere qualcuno. Chi può saperlo…».

Sono incantato dalla tua abilità nella difficile arte popolare del “fischio”. Dove hai imparato a fischiare così bene?
«Da bambina fischiettavo molto a casa di mio nonno paterno. Lui, siciliano di Palermo, e mia madre (di origini napoletane) sono le due persone più “musicali” della mia famiglia. Diciamo che ho imparato a fischiare allenandomi mentre andavo a casa sua, a Brookyn, e poi fischiando con lui. Ho iniziato a farlo perché un po' mi vergognavo a cantare, e lo faccio ancora, per esempio mentre faccio acquisti… Credo che la gente mi prenda per pazza».

Penso che vederti in imbarazzo sia improbabile: in te tutto parla di sicurezza, di decisione…
«Guarda che ho dovuto lottare per farmi vedere così. Crescendo e cercando di mostrarmi per com'ero veramente, ho incontrato tanta gente che ha cercato di farmi vergognare, di intimorirmi dicendo “Ma chi ti credi di essere?”. Beh, io so chi credo di essere, e mi comporto esattamente per come sono. Sono una persona gentile e cortese, ma ho sempre voluto che fosse chiaro che io occupo un mio spazio e quello spazio lo uso per fare quel che voglio, e nessuno può venire a sindacare».

Parliamo di LP come autrice “conto terzi”: Rihanna, Cher, Christina Aguilera, i Backstreet Boys… Hai mai avuto la sensazione di dare ad altri qualcosa che poteva essere perfetto per te?
«No, perché io tengo sempre per me quel che mi piace, e lo sento immediatamente quando un pezzo “suona” da LP».

Senti di avere ancora qualche modello come autrice o come performer?
«Ne ho tanti. Mi piacciono gli artisti che hanno carriere lunghe e articolate, come David Bowie, Leonard Cohen, Roy Orbison, Johnny Cash… Persone che hanno sempre continuato a creare e a trasformarsi. Sono certa del fatto che se Freddie Mercury fosse ancora vivo, farebbe cose diversissime rispetto alla sua storia… Ah, poi ci sono i Rolling Stones! Dio mio, li ho visti dal vivo l'anno scorso e sono impazzita: capisci subito che sanno perfettamente tutto quello che deve avere dentro di sé un artista».

Mi stupisce la citazione di Roy Orbison, l'uomo di “Pretty Woman”… Al di là della vostra comune passione per gli occhiali da sole, che cosa hai trovato in lui?
«Sì, forse è stato lui che mi ha convinto a portare sempre gli occhiali da sole! No, dai: Roy era un concentrato di emozioni pazzesche nella figura più improbabile possibile per una rockstar. È la persona che non fermerai mai per strada dicendo “Ecco, questo è uno figo, uno tosto, uno sexy”… E invece lui, grazie alla sua arte, si è “costruito” proprio così: figo, tosto e sexy. Ha saputo riversare tutto quello che sentiva nella sua musica e per questo è una mia fonte di ispirazione. Quando è morto sembrava vecchissimo, e invece aveva solo 52 anni! Ti giuro che pensavo che avesse 80 anni, e invece di antico, anzi di eterno, aveva solo l'anima».

Ma tu ricordi qual è stato il primo disco che ti ha fatto pensare: “Bene, io devo fare rock”?
«Eh, ho ascoltato tantissima roba, principalmente i “classici”, sai… Forse il primo disco che ho comprato in un negozio è stato “Led Zeppelin IV”. Avevo già ascoltato i Led Zeppelin, ma mai con così tanta attenzione e forse proprio in quel momento potrei essermi detta “Cacchio, devo fare più rock!”. Ero giovane ed ero intrisa di musica pop che assorbivo dalla radio, ma forse ho sempre cercato il rock. I dischi cruciali, comunque, sono stati poi diversi, penso a roba di Jeff Buckley, dei Nirvana, a “Rumours” dei Fleetwood Mac».

Sei ancora una “ambasciatrice” delle chitarre acustiche Martin?
«Certo che sì! Mi piacciono moltissimo i loro strumenti. Ma perché ti incuriosisce? Vuoi regalarmi una chitarra?».

No, mi chiedevo se suonavi molto, se sei una virtuosa della chitarra…
«Beh, sì, suono abbastanza. In questo periodo, per esempio, suono almeno due o tre ore al giorno, ma quando ho molte cose da fare mi riduco a una. In generale è difficile che passi un giorno senza che io suoni o componga. Non posso dire di essere una grande chitarrista, magari, ma suono abbastanza bene da comporre con la chitarra e da suonare sul palcoscenico. E suonare mi aiuta a comporre in modo più intelligente, che è poi quel che conta. Diciamo che con la chitarra suono tutto quello che voglio suonare, e mi va bene così.»

Appuntamento qui in Italia in luglio, quindi?
«Lo spero davvero, perché l'Italia è uno dei posti dove voglio venire appena riesco a uscire da qui. E nel frattempo, mi raccomando, prendetevi cura di voi!».