Mal: «Dopo 50 anni rimetto insieme i Primitives»

Il cantante inglese (che vive in Friuli) annuncia a Sorrisi la reunion della band che nel 1966 fece esplodere il rock in Italia

Mal
21 Giugno 2021 alle 08:47

Parlo con Mal mentre è in viaggio verso la Svizzera.

Perché?
«Sto andando a dare gli ultimi ritocchi al nuovo disco. Ho rimesso insieme il mio storico gruppo, i Primitives, dopo 50 anni! Una bomba!».

Sì ma perché in Svizzera?
«Colpa della pandemia. Avevamo già composto le nuove canzoni ma non potevamo vederci. Pick, il batterista, era a Liverpool. Dave, il chitarrista, a Roma. E allora ognuno ha inciso la sua parte e ora sto “fondendo tutto insieme” nel mio studio di Lugano. Il disco sarà pronto per l’autunno».

Tornano i Primitives: questo è uno scoop! Com’è riuscito a convincere gli altri?
«Sono tutti felici. Anche perché, diciamolo, se oggi dei giovani di talento fondano un nuovo gruppo, non è che cercano un batterista o un chitarrista “over 70”...».

Ormai ti consideriamo italiano, ma il gruppo nacque in Inghilterra, giusto?
«È vero. Era il tempo della “British Invasion”, grazie ai Beatles tutto il mondo voleva ascoltare musica inglese. A Londra arrivarono Gianni Boncompagni e il produttore Alberigo Crocetta per arruolare una band da far esibire al Piper. Videro una trentina di gruppi, scelsero noi. Eravamo quattro disperati coi jeans strappati che dormivano nel pulmino. Per arrivare fino in Italia abbiamo pure rubato la benzina...».

E poi?
«Ci esibiamo a Viareggio: capelli lunghi, chitarre distorte, rock di seconda generazione, non quello dei Rokes o Celentano, noi volevamo essere i Led Zeppelin. Un successo pazzesco. Le ragazze ci saltavano addosso. Finito il contratto estivo diciamo “vediamo come va a finire” e restiamo in Italia. Ma i primi spettacoli a Roma saltarono perché rimanemmo bloccati a Viareggio dall’alluvione del ’66. Ci salvò il manager, ospitandoci. Abitava al quinto piano».

Qual era la forza di quel gruppo?
«Eravamo tutti un po’ speciali. Prendiamo Pick, il batterista, che poi è finito a suonare con i Dire Straits. Lui comprava sempre cose bizzarre, occhialini quadrati, giacche antiche, cappellini dalla forma strana... sembrava uscito dal “Circolo Pickwick”, un romanzo di Dickens, e allora lo abbiamo chiamato “Pick”».

Però il più famoso era lei. Tanto che vi esibivate come “Mal e i Primitives”.
«È vero. Dave Sumner, il chitarrista, si arrabbiò per questo. A un certo punto ci mollò per andare a suonare con i Camaleonti. Ma non era colpa mia. Allora i discografici puntavano sempre sul leader della band: “Renato dei Profeti”, “Maurizio dei New Dada”... e se poi diventavano solisti meglio, costavano meno di un gruppo intero».

E che dire di Jay, il “bassista con tre corde”?
«Era famoso per quello. Il fatto è che un giorno stavamo sul palco e gli si ruppe una corda. Allora continuò a suonare con le altre tre: non è mica facile! Dopo di che... si accorse che tutti ne parlavano e che era diventato un figo. E allora ci ha detto: “Oh, io vado avanti così”».

Lui purtroppo non ci sarà nella reunion...
«Il disco è dedicato a lui. Se ne è andato 25 anni fa, dopo molti guai: un incidente gli aveva paralizzato il braccio e non poteva più suonare... Nel disco ho voluto che ci fosse “Ma beata te”, una canzone che aveva composto Jay».

C’è anche l’irresistibile “Yeeeeeeh!”?
«Certo. Con il testo di Luigi Tenco, che tradusse a modo suo dall’inglese: “I tuoi occhi sono fari abbaglianti / e io ci sono davanti, sì / Yeeeeeeh!”. Quell’urlo è stata la mia fortuna. Ci ho anche vinto il Festival di Ariccia, l’unico della mia vita».

A proposito, ha visto l’Eurovision? Che ne pensa dei Måneskin?
«Sono molto bravi, fanno un buon rock inglese Anni 70, con sventagliate di chitarra un po’ alla Black Sabbath. E poi mi piace cosa ha gridato Damiano sul palco: “Rock and roll never dies!”, non morirà mai. E però...».

Però?
«Mi fa un po’ ridere che l’Italia abbia vinto col rock. All’estero è sempre stata amata per la melodia. Poi gli stranieri prendevano la musica e cambiavano le parole: con Elvis “O’ sole mio” diventava “It’s now or never”, Tom Jones riprendeva “Gli occhi miei” di Dino e ne faceva “Help yourself”. Oggi non può più succedere, perché sembra che agli italiani la melodia non interessi più. Ed è un peccato, un patrimonio che va perduto».

Si pente di aver scelto l’Italia?
«No. Qui si sta così bene... Però mi rimarrà sempre una curiosità: se fossi rimasto in Inghilterra avrei finito col fare il muratore come mio papà? Oppure sarei diventato un cantante più famoso di Tom Jones? Chi lo sa! Ma sono felice della mia storia italiana».

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