Home MusicaMarco Galli: «Se sono il Capitano lo devo a mio nonno»

Marco Galli: «Se sono il Capitano lo devo a mio nonno»

Dopo ben 16 anni parla l’anima di "Tutto esaurito" su Radio 105, lo show più ascoltato del mattino

Foto: Marco Galli

10 Luglio 2020 | 9:40 di Enrico Casarini

Dici Marco Galli e automaticamente pensi a “Tutto esaurito”, la trasmissione che guida dal 2002 con l’obiettivo di portare un sorriso nel risveglio degli ascoltatori di Radio 105, e che da anni è lo show del mattino più seguito della radio italiana.

Questo successo quotidiano ha un rischio: quello di farci dimenticare che Marco ha attraversato da protagonista più di 40 anni di storia delle nostre emittenti private. In questa sua lunghissima “diretta” il rapporto con il pubblico si è fatto letteralmente familiare, come se il Capitano (il suo soprannome) conducesse stando in casa, in automobile o al lavoro con ciascun ascoltatore. E ciascuno fa sua questa voce trascinante, capace di far girare intorno a sé una banda di “complici” nella conduzione, pronti a cogliere ogni spunto per trasformarlo nella risata o nella riflessione che accendono il mattino.

Ma questa voce è anche molto schiva e da 16 anni ha scelto di non parlare di sé. Finché non è arrivato Sorrisi.

Allora, Marco, che cos’è la “voce”? Non lo chiedo da un punto di vista tecnico, “fisico”, ma piuttosto da un punto di vista emotivo…
«La voce è la porta delle emozioni. La mia vita è stata scandita dalle voci e dalla voce, a cominciare da quella di mio nonno che mi leggeva le favole. Ero innamorato del suono già da piccolo. Avevo 6 anni quando di nascosto chiamavo il numero dell’ora esatta e stavo almeno 40 minuti ad ascoltare quella voce. Ho rischiato di perdere non so quanti treni perché rimanevo incantato dagli annunci del capostazione: la follia si intravedeva già da lì!».

La voce se viene da una radio diventa una compagnia calda, rassicurante, capace di vincere qualunque solitudine. Insomma, la radio è una magia?
«La radio è magia, perché nasce sull’immaginazione che a sua volta dà vita alle proiezioni della nostra mente. Pur senza chiudere gli occhi riusciamo a vedere qualcosa che è solo dentro di noi. Oggi con i social è tutto un po’ meno poetico, ma resta la magia della voce che è essenza della radio e quella nessuna può togliercela».

Chi l’ha spinta a fare radio?
«Non c’è una persona specifica. L’imprinting è arrivato quando ero piccolissimo. La domenica mattina mio padre e mia madre facevano la pasta a mano e in sottofondo alla radio c’era “Gran varietà” di Johnny Dorelli, ma la molla per me fu “Alto gradimento” di Arbore e Boncompagni… Insomma, io crescevo e la radio mi teneva per mano, mi accompagnava».

Oggi, invece, qual è il suo “motore” per continuare?
«Eh, potrei dire l’arrivare alla pensione! (ride). Scherzi a parte, sono tanti piccoli ingranaggi. Amo da sempre comunicare e amo ascoltare le storie degli ascoltatori. Non a caso un po’ di tempo fa scrissi il libro “Una voce, tante voci”, e dopo anni, ogni giorno, ancora ci sarebbero pagine da scrivere. È l’emozione il motore della radio».

A che ora inizia il lavoro per preparare “Tutto esaurito”? Lei ci parla dalle 7, ma a che ora suona la sua sveglia?
«Ci crede se dico che è tutto improvvisato? No, vabbè, proprio tutto no. C’è un lavoro alle spalle che però traccia il solco dell’improvvisazione. La mattina mi sveglio e non so mai cosa accadrà con precisione. “Tutto esaurito” è un cantiere in cui si lavora al momento, ma a indicarci cosa fare sono davvero gli ascoltatori, noi seguiamo…».

La chiamano il Capitano: quando ha conquistato il “grado”? Le confesso che mi ricorda sempre il Komandante Vasco…
«Facciamo le dovute differenze. Quello di Komandante è per Vasco un grado tutto meritato. Io so di essere il Capitano e ne sento tutto il peso, ma non ricordo chi mi ha affibbiato questo titolo, che tra l’altro ritengo immeritato. E chi mi conosce sa che non lo dico per dire».

Chi è il suo Capitano, invece?
«Questa è facile. Il Capitano nella mia vita è stato mio nonno: un omone con due mani grosse come padelle che ha lavorato per anni nelle ferrovie e mi ha raccontato la sua vita. Lì credo di aver imparato a sintonizzarmi sull’onda delle emozioni. Nello sport, invece, il Capitano per me è uno e non ce n’è per nessuno: Javier Zanetti».

A proposito della sua passione per l’Inter, su YouTube c’è un video che racconta la sua partecipazione alla finale della Coppa Uefa del 1997 persa dall’Inter con lo Schalke 04. Il foglio con le formazioni che mostrava alla telecamera lo ha conservato?
«È in una teca dello studiolo di casa mia, guai a chi lo tocca! Io non ho tatuaggi, ma quello lo avrei davvero disegnato sulla pelle».

Tra professione e tifo, qual è stata la sua emozione più grande?
«Quella che vivo ogni giorno: accendere il microfono e fare la radio. Ma visto che rispondo a “Sorrisi” diciamo che i tre Telegatti, che per tre anni ho vinto con voi, rientrano sicuramente nella bacheca delle mie emozioni più grandi, e che da buon interista considero un po’ come il mio “triplete” personale (ride)».

“Tutto esaurito” è un treno di allegria, ma le è mai capitato in trasmissione di far ridere gli altri involontariamente?
«Di gaffe ne ho fatte così tante… Ma in realtà poi tutto diventa show, e il più delle volte con la complicità e l’incredibile fantasia dei nostri ascoltatori. Probabilmente non a caso ci chiamiamo proprio “Tutto esaurito”: di nome e di fatto (ride)».

Quando finisce la puntata, Marco Galli che cosa fa?
«Sviene, perché dà tutto! È come se vivesse una finale di campionato, una volata al Giro d’Italia. Rinviene direttamente la mattina dopo!».

Dal suo osservatorio di programma più ascoltato del mattino, le chiedo: come mai la radio riesce a non patire l’arrivo dei giganti della musica digitale?
«L’anima! La radio ha un’anima. È per questo che sopravviverà a tutto. Sempre che non venda quest’anima al diavolo».