Maurizio Vandelli: «Quella volta che saltai sul pianoforte di Battisti»

Il leader della leggendaria Equipe 84 prepara un album e un tour. E regala a Sorrisi alcune perle di una vita “principesca”

19 Agosto 2022 alle 08:26

Probabilmente Maurizio Vandelli non ama troppo la spiaggia, visto che la chiama il “sabbione”. Però, anche se è a casa sua preso dalla preparazione del nuovo album “Emozioni garantite” («Uscirà il 29 settembre: che fantasia, eh?») e di un tour, non si sottrae a quella che sarebbe una perfetta chiacchierata da ombrellone. «Dal vivo porterò tutti i pezzi di Lucio Battisti che ho amato di più e i miei più popolari: alle spalle avrò uno schermo grandissimo su cui scorreranno i testi per far cantare il pubblico e compariranno tanti colleghi-amici per “duettare” con me».

Maurizio, però, ancora oggi resta il signor Equipe 84, col suono dell’Italia di un’era memorabile e parole mitiche come «Apro gli occhi e ti penso: ed ho in mente te» e «Seduto in quel caffè, io non pensavo a te»… E le domande iniziano a saltar fuori dal cuore e dall’anima. Vandelli, paziente, risponde. Però parte mettendo le mani avanti senza mezzi termini: «Attenzione, sono allergico alle date!».

A partire dalla data di nascita, diremmo: Sorrisi ricorda che lei è nato nel 1944, ma Wikipedia dice 1945. Si è tolto un anno?
«Ma certo che sono del 1944! Ho corretto molte volte la mia biografia, ma due o tre giorni dopo rimettevano l’errore! Dai, è roba da matti!».

Si prepara a una nuova tournée. Considerando i gruppi modenesi in cui suonò prima che nascesse l’Equipe 84 (Le tigri, I giovani leoni, Paolo & i gatti…), sono più di 60 anni di palcoscenico.
«Figuriamoci: quando ho cominciato non erano ancora nati i manager. C’erano delle persone che ti trovavano delle date, ma non ti garantivano nulla: un giorno ti mandavano ad Aosta e il giorno dopo a Reggio Calabria».

Perché ha cominciato?
«Per la musica, una passione vera. Chiamavo la mia prima chitarra “Vergine di Norimberga”, perché aveva le corde così dure che mi faceva sanguinare come quello strumento di tortura: ogni accordo mi “apriva” le dita… E poi c’entravano anche le ragazze, certo: facevamo molta fatica ad avere delle “storie”, ma capivamo che il successo avrebbe funzionato un po’ da passepartout».

La chiamavano il Principe. Cosa le dava quel “qualcosa” in più?
«In realtà il soprannome era nato come modo elegante per darmi dello “str...”, ma l’ho scoperto dopo. C’era un tizio a Modena che diceva che una volta non l’avevo salutato e allora aveva tirato fuori che me la tiravo da principe. Un giorno me l’hanno fatto vedere: giuro che ancora oggi non ho idea di chi fosse».

L’Equipe 84: come ricorda i suoi compagni di avventura?
«Victor Sogliani (il bassista, ndr) era come un fratello, dolce e gentile: era il mio unico vero amico nel gruppo. Franco Ceccarelli (il secondo chitarrista, ndr) era il “matto”. Per capirci: una volta Pippo Baudo ci consegna un Disco d’oro durante non so più quale spettacolo, ma pensa bene di darlo a Franco e lui lo tira immediatamente al pubblico come se fosse un frisbee. Purtroppo oggi Victor e Franco non ci sono più. Alfio Cantarella (il batterista, ndr), invece, vive in Veneto: lui era uno che si faceva i fatti suoi».

Ma eravate bravi come musicisti?
«Io ero molto bravo. Ma parlo per me».

Si dice Equipe 84 e nella testa risuona “29 settembre”. Ricorda quando Lucio Battisti e Mogol ve l’hanno proposta?
«Mogol era incredibile. Non scriveva canzoni: girava dei film in forma di parole. Praticamente, però, non lo vedevo mai: era Lucio che mi faceva ascoltare i pezzi. Un giorno mi porta in un ufficio della Ricordi dove c’era un pianoforte e mi dice: “Te devo fa’ senti’ un pezzo che se lo fai spacchi tutto”. Attacca: “Seduto in quel caffè”… Ogni tanto interrompeva il cantato e, con la sua voce normale, ripeteva: “Ieri, 29 settembre”. Quando arriva al verso “Poi d’improvviso lei sorrise”, gli salto addosso sullo sgabello del pianoforte e gli dico: “Ricomincia!”. Lui ricomincia e alla fine gli dico: “Questa te la incido!”».

Non era prevista la voce dell’annunciatore radiofonico?
«Quella fu un’idea mia. O almeno credo. Ho sentito così tanta gente dire “L’ho inventata io”, che non so più se sia così! Io volevo la voce di Riccardo Paladini, il lettore più popolare dell’epoca, ma non poteva, così prendemmo uno speaker radiofonico di Milano. Lucio poi sentì la nostra “29 settembre” praticamente dal disco, quindi non ci mise le mani. Con lui, comunque, ho collaborato tante volte: in “Pensieri e parole”, per esempio. Ha presente l’inizio? “Che ne sai di un bambino che rubava”… L’effetto sulla voce l’ho fatto io: era fuori di testa!».

A proposito di “effetti”, probabilmente lei è stato il primo a usare il sitar, uno strumento a corde della musica classica indiana, nella musica pop italiana…
«Me ne portò due un amico che andava spesso in India. Oggi ne ho solo uno: l’altro me l’ha fregato Brian Jones, il primo chitarrista dei Rolling Stones. Lo chiese in prestito e non l’ho più rivisto, o, meglio, lo vedevo nelle foto di Brian sui giornali».

Voi dell’Equipe 84 siete stati anche le prime icone di stile della musica italiana…
«Non solo in Italia: i Beatles aprirono l’Apple Boutique alla fine del 1967, qualche mese dopo la nascita dell’Equipe 84 Bazar in via Solferino a Milano. Andavamo a Londra per cercare abiti da copiare o da vendere. Alla fine i Bazar erano tanti, ma quando chiusero mi ritrovai che non ci avevo guadagnato una lira. Anzi, probabilmente dovevo sborsare pure qualche cosa… Succede quando fai una cosa che non è il tuo mestiere».

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