Home MusicaMax Pezzali: «Già che ci sono riscrivo qualche canzone»

Max Pezzali: «Già che ci sono riscrivo qualche canzone»

Rimandati i concerti di San Siro e l’uscita del nuovo album, il cantante ha tanti progetti (tra cui la tv)

Foto: Max Pezzali

28 Maggio 2020 | 8:50 di Matteo Valsecchi

Me lo ricordo ancora. Erano i primi giorni di febbraio del 1992 quando sentii per la prima volta in radio la pubblicità di “Hanno ucciso l’uomo ragno”. Era il disco d’esordio di questo gruppo che si chiamava solo con un numero, gli 883. Subito pretesi che mi venisse regalato per il mio compleanno. Avevo 15 anni. Max Pezzali, il volto (e la voce) di quel gruppo, insieme con Mauro Repetto, parlava a me e a centinaia di migliaia di ragazzi. Da allora sono cresciuto e ho ascoltato moltissime altre canzoni, ma Max e la sua musica sono sempre rimasti come un sottofondo costante. Purtroppo, però, quest’estate non potrò andarlo a vedere allo stadio San Siro. I suoi concerti, come tanti altri, sono stati rimandati al 2021.

Un brutto colpo…
«La situazione è questa. L’aggregazione non sarà possibile per molto tempo e ai concerti, come quelli negli stadi, è impossibile garantire il distanziamento richiesto dai decreti. Però tutto è solo slittato in avanti».

Quindi su quel palco ti vedremo?
«Certo! Io ci sarò, la gente ci verrà: è un sogno che diventerà realtà. Purtroppo non è colpa di nessuno. Ma quando sarà possibile tornare là sopra, avremo così tanta voglia di lasciarci tutto questo alle spalle che il divertimento sarà quadruplo!».

E per quanto riguarda il tuo nuovo disco?
«Avrebbe dovuto uscire ad aprile, ma abbiamo fermato tutto. Però questo mi ha permesso di rimettere mano ad alcune canzoni per migliorarle. Anche se a volte “Il meglio è nemico del bene”, come dice Voltaire (ride). Di sicuro ci saranno delle aggiunte».

Senti, a proposito di registrazioni, 29 anni fa cosa pensavi mentre stavi realizzando “Hanno ucciso l’uomo ragno”?
«Avevamo iniziato alla fine del 1991. Ancora facevo il servizio civile in ambulanza, per la Croce rossa, ed entravo in studio ancora in divisa. Stavo decidendo cosa fare da grande, navigavo a vista. Quell’album era un dirsi: “Almeno qui io e Mauro ci siamo arrivati”».


E poi ci fu il boom.
«Ricordo quando salimmo al primo posto della Superclassifica di Sorrisi. Non ci potevamo credere. Pensavo fosse un complotto al contrario. Ed era una cosa stranissima... La gente per strada non ci riconosceva nemmeno, anche perché non avevamo fatto nessun video. Quella popolarità lì giunse dopo, con il secondo disco “Nord sud ovest est”».

Hai saputo raccontare in musica storie normali con un linguaggio per tutti.
«Pensa che io e Mauro volevamo fare solo gli autori. Ma non c’era nulla da fare, proprio non riuscivamo a entrare nei pensieri di qualcun altro. I nostri testi parlavano delle nostre cose, che non erano diverse da quelle delle persone comuni».

Quindi, per esempio, la “Regina del Celebrità” della tua canzone esisteva davvero…
«Certamente. Il Celebrità era una piccola discoteca di Pavia (oggi non esiste più): una delle prime in cui iniziai ad andare da “grande”, superata l’epoca delle discoteche del sabato pomeriggio. E la Regina c’era ed era il mito mio e di tanti altri ragazzi».

Se ti dico “Happy days”, Ralph Malph, Roy Rogers e Real Madrid…
«Eh (sorride)… È il testo di “Gli anni” che è una delle mie canzoni a cui sono più affezionato. Raccontavo la malinconia per un tempo che non c’era più: il mondo fantastico di “Happy days”, il calcio del Real Madrid di Santillana: cose mitologiche. Ero un tipo nostalgico… e pensare che avevo solo 26 anni (ride)».

Se la riscrivessi oggi, di cosa avresti nostalgia?
«Del 2019 e degli abbracci. Questi mesi hanno cambiato tutto».

Quindi ci sarebbe anche l’abbraccio a tuo figlio Hilo, che vive a Roma, mentre tu sei a Pavia. Come avete affrontato questo periodo?
«L’ho vissuto peggio io: la generazione di mio figlio è già abituata al contatto remoto. Giocano ai videogiochi con “amici” lontani, non scendono in cortile, come facevo io da piccolo, perché i regolamenti condominiali lo proibiscono, non vanno in strada perché è pericoloso. Non sono solo nativi digitali, ma anche “nativi distanziali”».

Passando dalla musica alla tv. Ripeteresti un’esperienza come quella fatta a “Che fuori tempo che fa” ?
«Nel post-Covid la televisione potrà sperimentare di più. A me piacerebbe fare magari un programma a tema: anni fa per “Deejay Tv” girai “Sulle strade di Max” in cui andavo in giro in moto. Ecco, una bella trasmissione sulle moto la rifarei!».