Home MusicaMax Pezzali si racconta in un libro, dall’infanzia all’inizio di una nuova vita

Max Pezzali si racconta in un libro, dall’infanzia all’inizio di una nuova vita

Nelle 224 pagine della sua autobiografia «I cowboy non mollano mai», l'artista pavese ripercorre gli episodi che hanno segnato la sua vita e la sua carriera. Ecco quelli che ci hanno colpito di pìù ma il libro, un must per tutti i fan di Pezzali, ne contiene molti altri...

15 Ottobre 2013 | 07:10 di Antonio Mustara

Mentre il suo album «Max 20» continua a volare alto in classifica, Max Pezzali racconta i suoi primi 46 anni in «I cowboy non mollano mai» (Isbn edizioni, 16 euro), un’autobiografia scritta con la collaborazione di Alberto Piccinini e Giovanni Robertini. Nelle 224 pagine del libro, il cantautore pavese ripercorre gli episodi che hanno segnato la sua vita e la sua carriera. Di seguito riportiamo quelli che ci hanno colpito di pìù ma il libro, un must per tutti i fan di Pezzali, ne contiene molti altri.

La prima passione
Da ragazzino, nella Pavia dei primi Anni 70, Max Pezzali sviluppa la passione per il modellismo. Nel libro ricorda la soddisfazione provata dopo aver costruito e verniciato un modello di Bismarck, la corazzata tedesca: «Un momento meraviglioso, che però non ho avuto modo di condividere con nessuno: ai miei compagni di classe non interessavano queste cose, tantomeno alle ragazze».

Le campane di San Michele
Il primo strumento musicale di Max? Una pianola Bontempi bianca e rossa che gli avevano regalato alle elementari. Il secondo fu il blocco delle campane della basilica di San Michele Maggiore a Pavia, dove Max faceva il chierichetto. Erano gli anni della scuola media: «Un pannello di ghisa pieno di pulsanti che si illuminavano con spie rosse o verdi. Sembrava l’astronave Enterprise, e per me era un simbolo di potere assoluto (…) Suonare una campana vera ti lascia il segno, capisci che con i suoni puoi fare qualcosa di grande».

Noi li spazzeremo via con l’anarchia
L’heavy metal è stata la prima passione musicale di Max. Poi, in prima liceo, è arrivato il punk. Siamo nel 1981. Con un amico Max incide su un registratore portatile «Noi li spazzeremo via con l’anarchia», una personale versione di «Anarchy In The Uk» dei Sex Pistols. La passione per il punk consente al giovane Pezzali di allargare il suo giro di conoscenze. In quegli anni, infatti, la citta lombarda diventa «una specie di centro gravitazionale per la scena punk-rock italiana».

Max, ti presento Mauro
La bocciatura al terzo anno di liceo, nel 1984, porta al fatidico incontro con Mauro Repetto: «Provava una sorta di ammirazione nei miei confronti, subiva il fascino del ripetente» scrive Pezzali. «Vedeva in me un eroe decaduto che era stato affidato ai servizi sociali, una specie di Vallanzasca addomesticato».

Jovanotti, Deejay, Cecchetto e…
La decisione di entrare in una vera sala di incisione a Torino arriva dopo un viaggio di Max a New York nel 1988. Pezzali è infatti tornato dalla Grande Mela con una batteria elettronica Roland e tanti album rap e hip hop. Lui e Mauro mandano la cassetta di «Live In The Music» a Jovanotti che la trasmette nel suo programma di Radio Deejay e poi li invita in tv nel suo show dal Rolling Stone di Milano. Dietro le quinte Cecchetto li battezza I Pop. In camerino incrociano i Public Enemy e i Run DMC, ospiti della puntata.

Genio incompreso
Nell’89 ottengono un contratto con la casa editrice Warner/Chappell: devono scrivere 10 canzoni l’anno per quattro anni per un compenso di 300 mila lire. Ma i loro pezzi non trovano uno sbocco: «Ci sentivamo dire cose come “Vi rendete conto di cosa scrivete?”. E in noi cresceva una grossa dose di rabbia e di frustrazione, non perché pensassimo di essere fighi, ma perché eravamo certi che si sbagliassero”. Pezzali prova allora a scrivere «un pezzo sanremese figo» dopo aver visto in tv Ray Charles che cantava a Sanremo «Amori» di Toto Cutugno. In quei giorni nascono «Finalmente tu» e «Come mai».

Tutto merito di un minestrone
«Hanno ucciso l’uomo ragno» nasce alla fine dell’estate 1991. Max sta per finire il servizio civile nella Croce Rossa. La musica è pronta però manca un’idea per il testo. Lui e Mauro ci lavorano tutto il giorno ma niente. Poi a cena arriva l’illuminazione: «Mia madre aveva scaldato il minestrone di parecchi giorni prima e, d’un tratto, non so se per una reazione chimica del minestrone con il panino piccante, ma, complice la musica che ancora mi suonava in testa, mi è venuta in mente una frase: “Hanno ucciso l’uomo ragno”. Che cazzata, ho pensato».

Impresentabili
Nell’estate del 1992 gli 883 conquistano le classifiche con il singolo e l’album «Hanno ucciso l’uomo ragno» ma restano un fenomeno misterioso e senza volto. Colpa del loro look, o meglio della mancanza di look: «Ci vestivamo come capitava, come se fossimo sempre alla radio. Devo dire che all’inizio Cecchetto aveva provato a rifarci il look. Ma era una causa persa: ci arrivavano soltanto cose da fighi, e affinché quelle cose ti stessero bene dovevi avere un certo fisico, un certo portamento, i capelli tagliati in un certo modo. Infatti, fino al secondo album, siamo stati tenuti praticamente nascosti».

Video da Oscar
Nel 1993 Max e Mauro girano in Arizona, in un villaggio di confine a 60 miglia da Tucson, il video di «Nord Sud Ovest Est». Il direttore della fotografia è Wally Pfister, che nel 2011 vincerà l’Oscar per il film «Inception» di Christopher Nolan.

Nico, non te la tirare
Nel 1993 a Fiesole in occasione di «Vota la Voce», Max va a salutare Nico Di Palo dei New Trolls: «Ti ricordi? Ci siamo conosciuti l’anno scorso a cena…». L’altro lo saluta educatamente con un «Ciao» e passa avanti. Pezzali ci rimane male e ne parla subito con Fiorello, che gli chiarisce l’equivoco: non era Nico Di Palo ma Barry Gibb dei Bee Gees. «Fiore mi ha preso per il culo per mesi, cioè, io che parlo a Barry Gibb come se fosse Di Palo».

La violenza della popolarità
Pur essendo al culmine del successo, nel 1994 Max Pezzali continua a fare volontariato guidando le ambulanze della Croce Rossa, ma la sua popolarità diventa ben preso un intralcio: «Era davvero troppo complicato e ho dovuto abbandonare. Per me è stata una grande violenza. Nonostante tutto ho continuato a ritagliarmi il tempo per frequentare i miei posti, il bar dove andavano tutti i miei amici».

Una metrica tutta sua
Pezzali attribuisce alla sua passione per l’hip hop l’inconfondibile metrica dei suoi testi: «Avevo deciso di prendere esempio dai rapper e di usare acrobazie metriche i quasi tutti i miei pezzi. Se il numero di sillabe della frase che avevo pensato era giusto, andava bene. Non importava se l’accento cadeva nel punto sbagliato. Era proprio una scelta voluta, che è diventata un tratto distintivo della mia scrittura».

Quel giorno con i Boyzone
Nel 1999, durante la conferenza stampa di presentazione di «Tenendomi», il duetto con i Boyzone di Ronan Keating, arriva la notizia dell’outing di Stephen Gately, uno dei membri della boyband irlandese. Così Pezzali ricorda quel momento: «Un outing sicuramente sbagliato dal punto di vista delle tempistiche. E lì Ronan Keating si è ritrovato a gestire da solo il panico più assoluto: la curiosità morbosa dei giornalisti e il dramma del suo collega, che piangeva come un vitello in un angolo». Gately morirà dieci anni dopo a Majorca, ucciso da un edema polmonare.

Qui e ora
Nell’ultimo capitolo Max rivela un episodio, accaduto nel febbraio 2013, che gli ha cambiato la vita: a suo figlio Hilo di cinque anni è stata diagnosticata una rarissima malattia dagli effetti potenzialmente devastanti. Il bambino è guarito e da allora Pezzali ha iniziato una nuova vita: «Mi focalizzo sul “qui e ora”. Se so che devo fare una cosa con mio figlio, non aspetto la prossima settimana, la faccio e basta. E credo che questo sia un bel segnale di maturazione».