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Medimex 2015: Brian Eno a Bari. Le dichiarazioni

29 ottobre, è lui il primo grande ospite dell'evento musicale. Ecco cosa ci ha raccontato

29 Ottobre 2015 | 06:38 di Alessandro Alicandri

Il Medimex 2015 qui a Bari presenta il suo primo grande ospite, Brian Eno. Il produttore (dei Coldplay, Genesis, U2 e molti altri) e artista visuale (le sue installazioni "Light Paintings" sono al Teatro Margherita fino al 14 novembre) si racconta al pubblico di fan e addetti ai lavori. Ecco le sue dichiarazioni integrali:

Non avrò mai un lavoro

"Vi parlo innanzitutto dell'evoluzione di queste mie installazioni. 77 milioni di anni fa si formavano le coste dell'Inghilterra. La terra da dove vengo è assolutamente piatta, ideale per fare gli aeroporti. Dal 1945 fino al 2000 ne sono stati costruiti 83, la maggior americani, e questo mi ha influenzato verso quella cultura. Ricordo che mi piacevea 'Get a Job' dei The Silhouettes. In quel periodo, 1957-58, vedevo mio padre, postino, fare tanti straordinari per potermi mandare a scuola. Quando tornava a casa era così stanco che una volta è caduto in avanti piombando sul pavimento. E io ho pensato: non avrò mai un lavoro...e di fatto non ho mai avuto un lavoro, se così si può dire".

L'adolescenza e i primi suoni

"A 15 anni mi sono iscritto a una scuola d'arte alla quale era facile accedere, era gratuita, altrimenti non me la sarei potuta permettere. Lì si sperimentava molto con la matematica e la cibernetica, si usava un registratore (non lo avevo, non me lo potevo permettere)...e mi piaceva l'idea, ero affascinato dall'idea di invertire la registrazione e in qualche modo invertire il tempo. Quindi ho registrato dei suoni di una lampada accesa e spenta in tre tempi diversi e devo dire che il meccanismo non è molto diverso dal tipo di registrazioni che faccio adesso. Ho lavorato per la prima volta con il suono, ma anche con la luce".

Il fascino della luce

"A 17 anni ho cominciato a fare le mie prime sculture di luce. La prima che ho fatto, anche se è un po' difficile da spiegare, era un box diviso in nove celle. Quando la si guardava dalla parte anteriore si vedevano nove quadrati e in ognuno di questi quadrati c'era una lampadina che emetteva della luce. Quelle lampadine erano quelle usate per le frecce delle macchine. Le pareti che separavano le pareti di luce contenevano un gel colorato. Se una lampadina era accesa e le altre erano spente, i colori che si potevano ottenere erano numerosi. Ci volevano pochissimi soldi e i risultati erano molto affascinanti. Pensavo che questo genere di cose mi avrebbe permesso di non lavorare e di poter rimanere bambino per sempre".

La mia prima telecamera

"Quando ho finito la scuola d'arte ho fatto quello che facevano molti studenti d'arte: entrare in una band. Una sera, mentre eravamo sul palco e cantavamo mi sono ritrovato a pensare al mio bucato. Cantavo e pensavo ad altro. Ho lasciato quella band, una band molto bella, certo, ma non mi piaceva andare in tour. Dopo cinque anni stavo lavorando in uno studio di registrazione con i Talking Heads, qualcuno bussò alla porta ed era una persona che si occupava di tour e strumentazioni per il tour. Questo tizio è entrato nello studio con una scatola in cui aveva un registratore e una telecamera. Ha detto: c'è qualcuno che vuole comprare questa merce? L'ho comprata a 200 dollari e prima di quel momento non avevo mai avuto attrezzatura video. Non avevo la telecamera e non sapevo nemmeno come si tenesse. Pendeva da un lato, una volta l'ho accesa mentre si rivolgeva verso la mia finestra e inquadrava la strada sottostante: era posizionata storta. Mi ero accorto di una cosa: quando una televisione è posizionata nella maniera "normale", racconta con le sue immagini cose tradizionali come il drama, un thriller. Quando la si mette in verticale, ricorda un quadro, un dipinto. Da quel momento ho fatto opere di videopainting, filmando nubi, luci che si riflettono sugli edifici, aeroplani, momenti in cui non succede niente di che. È un dipinto che si muove molto lentamente. Quello che vi ho raccontato era di fatto il momento in cui ho capito che le possibilità del video erano molto grandi, avevo capito che potevo giocare con le luci e non limitarmi a quello che si può fare, ad esempio, solo con la tv".

Ambient Music

"Era la fine degli anni 70 quando si diffondeva l'ambient music, che non è narrativa ma è, per così dire, uno "stato costante". Due idee affrioravano nel mio cervello, fare musica come fosse un dipinto e fare video come fosse un dipinto. Queste due idee si sono poi fuse nel mio lavoro".

Giocare con gli schermi

"Dopo l'idea di esporre con un mio amico pittore, ho cominciato a pensare a quanto sarebbe stato brutto vedere piccoli dipinti al fianco di grandi quadri molto più colorati e luminosi da vedere, il confronto avrebbe reso i quadri di questo mio amico brutti e li avrebbe messi quindi in cattiva luce. Così ho pensato di non usare gli schermi per mostrare l'opera, ma usarli come fonte di luce e attraverso un gioco con il carbonio. Così sarebbe stato possibile proiettare luci su una tela. Queste guide di luce generavano un effetto che non avevo mai visto prima. Ho messo un altro canale guida di luce aggiuntivo e vedevo di fronte a me qualcosa di mai visto prima".

La ricerca dell'infinito

"Guardando lo schermo televisivo ho cominciato a mettere scatole di carta sopra uno schermo televisivo. Poi ho messo uno strato di vetro opaco e improvvisamente il risultato finale è diventato non solo un dipinto, ma un'immagine che cambiava continuamente colore. Ce ne sono cinque di queste immagini nella mostra qui a Bari che si basano proprio su questo concetto. Poi mi è stato chiesto di fare una mostra alla triennale di Milano in un enorme spazio, anche se le opere erano molto piccole, così ho pensato a come allargarle. Con l'aiuto di proiettori non sincronizzati, era possibile vedere immagini casuali, con una combinazione di proiezioni immensa, 100 alla sesta, ma non abbastanza per me. Mi stavo avvicinando a quell'infinito che volevo raggiungere".

Uno schermo spento

"Mi piaceva moltissimo fare queste combinazioni, era un processo creativo che mi piaceva perché sapevo il modo in cui stavo cominciando ma non sapevo dove sarei andato a finire. Il mio obiettivo, quindi, era fare opere, per così dire, mai compiute. Un progetto complesso e pesante da mettere in piedi. Uscendo dal mio studio in questa mia vita molto solitaria, dopo una lunghissima giornata da solo, con nessuno che si prendesse cura di me, sono passato per la strada oltre una finestra a Notting Hill, c'erano persone che festeggiavano e sulla parete c'era appeso uno schermo enorme che non faceva vedere niente, era spento. Perché non fare un dipinto al posto di quello schermo? Ho pensato: se lo faccio magari mi invitano anche a cena e non sarò più solo...e forse incontrerò una bella donna". 

Trovare l'infinito \(o quasi\)

"Ho poi pensato a un software che attraverso una serie di effetti permetteva di lavorare sulle immagini in modo molto ricco, con una successione continua. All'inizio c'erano quattro banchi di immagini e un numero di combinazioni che raggiungevo era di 77 milioni di possibili combinazioni...è per questo che una di queste mie opere porta proprio quel nome. Poi mi è stato chiesto di mettere in mostra l'opera e ho pensato che sarebbe stato molto noioso vedere in un solo schermo il risultato di queste immagini. Così, con degli schermi multipli, ovvero tre gruppi di quattro schermi, ho offerto una selezione diversa di immagini, generando prima 178 milioni e poi 177 milioni al cubo di immagini. Mi stavo avvicinando a quell'infinito. Le opere che sono in mostra ora, generano diversi trilioni di dipinti. Se fossi stato un pittore vedendo questa mostra mi sarei suicidato perché riesce a produrre così tanti dipinti diversi...senza che l'artista faccia nulla. È un'opera che continua a creare se stessa, così posso tornare a girarmi i pollici come quando ero bambino. È sistema crea per me dipinti in continuazione".

Le domande \(musicali\)

Come è nata la sua passione per la musica?

"La mia passione per la musica si è scatenata ascoltando doo-whop quando ero molto giovane. Mio nonno, mio padre e mio zio erano postini, ma il loro hobby era suonare. Mio nonno riparava strumenti meccanici come l'organetto e ho capito che quelli erano i primi sintetizzatori, quidi mio nonno è stato di fatto uno dei primi musicisti a utilizzarli. Mio padre era un batterista, non me l'ha mai detto e l'ho saputo davvero tardi. Mio zio insegnava clarinetto e l'altro zio suonava in una banda musicale, mentre mio fratello è un polistrumentista. In pratica sono l'unico maschio della famiglia che non sa suonare alcuno strumento...e per questo dovevo per forza fare il compositore".

È vero che la Obscure Records è stato un forte stimolo per la sua sperimentazione?
"La sperimentazione è la ragione per cui ho fondato la Obscure Records, perché quando ero nela band ero molto interessato alla musica sperimentale. Quindi mi sentivo un po' un commerciante, una persona che poteva importare delle idee da un angolo e metterlo in un altro. Sapevo molto della registrazione della musica e dei suoni ma poco della musica sperimentale, pensavo di poter tessere una connessione tra questi mondi e così ho fatto".

Cos'è per lei l'innovazione?
"La ragione per cui parlano di innovazione è perché quando accade una cosa che si sorprende tutto diventa più vivido. Se improvvisamente le puntassi una pistola, lei che mi fa questa domanda, questo accenderebbe i suoi sensi, noterebbe qualsiasi cosa. È un po' quello che succede in un incidente stradale in cui sembra si rallenti il tempo e ci si accorge di tutto, perché la situazione è nuova. Con il cervello che funziona molto più rapidamente di fronte alla novità. È questa l'unica ragione per cui sono affascinato dalle cose nuove. Perché ti riporta all'infanzia, per il quale tutto è novità. Uso questa frase di solito: i bambini imparano attraverso il gioco mentre gli adulti giocano attraverso l'arte. Questo è il senso di essere artisti, continuando a imparare nuove cose". 

Cos'è l'arte?
"Una cosa che ho imparato da John Cage è che essere artista è un esercizio filosofico e quello che mi propongo di fare è esplorare questa filosofia. Quindi non è solo una questione di dipingere o fare musica, ma anche fare profumi, cucinare (sono pessimo a cucinare)...spero che i fratelli del ristorante Bella Bari mi diano un po' di lezioni...mi hanno obbligato a mangiare gli occhi del pesce ed era buonissimo".

Come immagine la sua arte nel futuro?
"È difficile da predire, è impossibile sapere quello che penserò nel mio futuro come artista, quindi che cosa faccio in situazioni come queste? Dico bugie e faccio dei disegni per spiegarle. Ho scoperto una cosa interessante: il giudizio che uno dà del proprio lavoro è inaffidabile. Mi ricordo di volte in cui lavoravo a pezzi di musica così deprimenti che scoppiavo in lacrime. Mentre la facevo pensavo: è così brutta questa musica, perché mai non faccio un lavoro onesto? Poi un mese o un anno dopo riascoltavo quei lavori e pensavo che fossero belli. Un mese dopo ancora, imbarazzanti. È proprio così che funziona questo mio 'non' lavoro".