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Mika e «No place in heaven», l’intervista integrale

È uscito il quarto attesissimo album della popstar britannica: «Questo è il mio disco più personale»

Foto: Mika  - Credit: © Luca Cattoretti

18 Giugno 2015 | 09:00 di Francesco Chignola

Quando lo incontro negli studi della Universal a Nord di Milano, Mika riesce a stento a contenere la sua felicità e la sua soddisfazione. Dopo tre anni passati a parlare con la stampa italiana (e con Sorrisi) soltanto di un argomento televisivo (cioè «X Factor») finalmente può tornare a parlare di musica, delle sue canzoni, e di un nuovo album. Il disco, uscito il 15 giugno, si intitola «No place in heaven».

Da quali emozioni nasce questo nuovo album?
«In questi anni ho riscoperto una nuova libertà, sia nella mia vita personale che nel mio rapporto con la stampa. Così ho voluto mettere nelle mie canzoni questa chiarezza, questo candore, questo mix tra l’aspetto adulto e quello giocoso».

Quanto tempo ci è voluto per realizzare l’album?
«Ho fatto tutto in un anno e 3 mesi. Ho iniziato in un grande, costoso studio a Los Angeles, ma ci sono rimasto solo una settimana. Poi ho cambiato rotta: sono andato in un piccolo bungalow di due camere a Hollywood, ho affittato un pianoforte, ho comprato un computer e un microfono da 750 dollari. E ho fatto più di metà del disco in una stanza».

Quasi come un esordiente.
«Ho scoperto che darmi dei limiti aumentava la mia creatività. Senza tanti strumenti, senza programmatori e batteristi, ho dovuto lavorare solo con i testi, con il gioco delle parole e con la melodia».

Insegnare ai giovani di «X Factor» ha cambiato il tuo modo di fare musica?
«In realtà no, anche perché io scrivo principalmente per me stesso. È una cosa che ho bisogno di fare per gestire il rapporto tra i miei pensieri e la mia vita personale. Senza fare musica io non sarei così stabile, sai? E poi io ho fatto una promessa quando ho deciso di fare televisione: di non cambiare mai».

I testi sono molto personali. Cosa hai messo di te nel disco?
«Quasi tutto, ma senza permettermi mai di pensare alle conseguenze, senza ripensamenti. È album molto personale, e i testi a volte sono molto intimi, alcuni sono brutali. Ma non si sente immediatamente, perché è anche molto accessibile, immediato e pop. Ma se vai a leggere le parole, sono tutta un’altra cosa. Prendi “The last party”: non parlo solo di Freddie Mercury ma anche della terribile crisi dell’America degli Anni 80. Non è una canzone leggera da scrivere».

Ti ricordi dov’eri quando hai saputo che Mercury era morto?
«No, a quell’età non conoscevo ancora la sua musica, l’ho scoperta in gita scolastica in Spagna, avevo 14 o 15 anni. Nella casa di questa famiglia a Granada c’era una cassettina con il meglio dei Queen e io ho passato tutto il tempo ad ascoltarla. Le mie orecchie si erano svegliate! Per la prima volta avevo visto come la melodia classica potesse avere spazio nella musica pop. Avevo scoperto che potevo adattare e utilizzare la mia formazione classica per fare canzoni. Una scoperta enorme che mi ha cambiato la vita».

La canzone che dà il titolo al disco è una preghiera in cui chiedi perdono. Come mai l’hai scritta?
«Tutti quanti nella nostra vita giochiamo con l’idea del peccato. Ma l’80% del tempo non sappiamo nemmeno perché lo sentiamo, questo senso di colpa. Ho voluto trasferire questa ossessione in una canzone un po’ per combatterla. Anche se quel “father” a cui mi rivolgo non è solo Dio, ma anche mio padre».

Che rapporto hai con la fede in generale?
«Io ho iniziato a fare musica in chiesa, e per me la fede è una cosa importante. La politica della religione, invece, non mi ispira, così come il sistema religioso, la sua burocrazia. Il principio centrale per me è la spiritualità, la fede nella gente e nel mondo, l’idea di un collegamento tra le persone che non si vede ma c’è».

Com’è nata invece l’idea di mettere gli autori di «Sarà perché ti amo», tra cui Pupo, tra i crediti di «Talk about you»?
«L’ispirazione è nata per caso, in realtà. Solo quando la canzone è finita ho detto: ah, qui c’è una somiglianza. Quindi ho pensato che fosse importante inviare la canzone agli autori, che hanno apprezzato e sono stati molto eleganti».

Altri artisti avrebbero fatto finta di niente.
«Per me è stato più semplice così, piuttosto che dover cambiare una melodia solo per nascondere una somiglianza. È stata una cosa semplice e anche onesta. Dare credito mi ha restituito tanta libertà, ho potuto fare quello che volevo con quella canzone».

«Rio» è una canzone che parla di fuga. Tu fai una vita frenetica in giro per il mondo. Ti capita mai di pensare: «Adesso scappo»?
«Al contrario, dopo l’ultimo album “The origin of love”, nato in solitudine dopo il brutto incidente che ha coinvolto mia sorella, ho detto: basta, voglio tornare, divertirmi, esprimermi. “X Factor”, la tv, il libro, l’album: fa tutto parte della mia voglia di mettermi in prima linea, senza paura, di confrontarmi in modo aperto. Però dai, mi piacerebbe fare una vacanza. Però non adesso! Sto già pensando al prossimo capitolo della mia vita».

Cosa sarà?
«Non voglio scrivere subito un altro album, ma uno spettacolo musicale. Nel video di “Good guys” facciamo dei balletti che sono una sorta di illustrazione dei testi e sembra un musical degli Anni 50. Vorrei fare uno show che abbia la magia dei vecchi musical, senza paura di avere quel gusto della fantasia. Speriamo di farlo l’anno prossimo!».

Tu hai fatto «The voice of France» per il secondo anno, ma stavolta non hai vinto.
«Meglio non vincere! O meglio: meglio vincere con un talento che può fare molto dopo lo show: Kendji Girac, che ha vinto con me nel 2014, poi ha venduto quasi un milione di copie! Ma se non vinci puoi fare cose più divertenti, senza pressioni».

Lo show in Francia è visto da quasi 10 milioni di persone, senti una differenza rispetto all’audience di «X Factor» su Sky?
«In realtà “X Factor” si vede in gruppo, secondo me nessuno sa davvero quanta gente guardi lo show. I numeri e le statistiche non sono un riflesso corretto dell’effetto di questo programma in Italia. Sai cosa mi ha detto la produzione inglese? Che l’edizione italiana di “X Factor” è il punto di riferimento per le versioni di tutto il mondo. Anche perché la qualità di “X Factor” in Italia è la migliore di tutto il mondo. La libertà, il repertorio, la messa in scena. Il modo in cui siamo vestiti: tutto questo dà una credibilità e un aspetto contemporaneo allo show».

È cambiato il tuo rapporto con la gente che incontri per strada?
«Io non ho cambiato niente nella mia vita, anche dopo aver fatto televisione. Prima magari ero più nascosto, ora faccio quello che voglio. Dopo quest’intervista vado a prendere un drink sui Navigli, e ci vado da solo. È molto più facile gestire i fan quando sei da solo. La semplicità rende tutti più simpatici».