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Mika porta la sua «Sinfonia pop» su Sky

Nell'intervista integrale il cantante racconta il suo nuovo live con l'orchestra registrato a Como, il rapporto con i ragazzi di «X Factor» e con l'Italia, e la sua reazione ai terribili attentati che hanno colpito Parigi

Foto: Mika  - Credit: © Paolo De Francesco

27 Novembre 2015 | 11:10 di Francesco Chignola

Erano solo 600 i fortunati spettatori del concerto-evento che Mika ha tenuto a Como lo scorso 24 ottobre: i biglietti erano andati esauriti in pochi minuti. Per tutti gli altri, l’appuntamento è in tv a partire dal 27 novembre, quando Sky comincia a trasmettere il live in cui il cantante reinventa il suo repertorio accompagnato dall’Orchestra Sinfonica Affinis Consort diretta da Simon Leclerc.

Com’è nata l’idea di fare un concerto con un’orchestra?
«Stavo facendo il mio tour acustico nel mondo, due anni fa. Ero a Montréal, stavo per andare a New York. Una mia amica giornalista molto nota in Quebec,  Olivia Levy, tra un bicchiere di vino e l’altro mi guarda e mi fa: “È stato bello, ma io voglio vederti con un’orchestra, non solo con un piano!”. Due settimane dopo aveva organizzato tutto. Poi per un anno ho lavorato sugli arrangiamenti. Il successo a Montréal è stato pazzesco, infatti ho scelto di mettere quel concerto nell'edizione speciale del mio album “No place in heaven”».

E poi hai portato il concerto in Italia. Come mai proprio al Teatro Sociale di Como?
«Volevo un teatro rosso e dorato. Quando avevo 9 anni sono uscito per la prima volta su un palco, era una prova tecnica di un’opera di Strauss, “La donna senza ombra”, con una messa in scena di John Hockney. Era la mia prima esperienza musicale professionale ed ero sul palco della Royal Opera House: da quel momento ho saputo che cosa volevo fare nella vita. Jean Cocteau lo chiamava “il virus del rosso e dell’oro”. Io ce l'ho, e non c’è nessun antidoto».

Ti sei divertito a fare questo concerto in Italia?
«È stato differente. In Nord America c’era un sound più cinematografico, con timbri che si rifacevano al mondo del grande schermo. In Italia le sonorità sono più dettagliate, i movimenti sono più eleganti. È più classico. A Como logisticamente è stato un incubo, perché non potevo entrare o uscire dal Teatro: la gente bloccava gli ingressi. E i biglietti, poi! Li abbiamo venduti a soli 37 euro ma sono finiti in pochi minuti, e su Internet c’erano dei biglietti in vendita a 1700 euro. Che follia...».

Quali sono le immagini cinematografiche a cui ti sei ispirato per gli arrangiamenti?
«Per ogni canzone io ho scritto alcune frasi che erano come uno “storyboard”, come la descrizione di una scena cinematografica. Per esempio, volevo che “Toy Boy” sembrasse la colonna sonora di un film della Metro Goldwyn Mayer, mescolata a un’animazione della Warner Bros... il tutto in tre minuti. L’orchestra ti dà questa possibilità, quella di dipingere l’ambiente, di trasformarlo. È questa la magia dell’orchestra»

L’idea di poter chiudere gli occhi e «sentire» le immagini?
«Assolutamente, era proprio quella la mia intenzione. Non è mica un’ambizione strana o pomposa, con un’orchestra si può fare. La vibrazione che esce da un’orchestra è molto più potente di quella di una band amplificata».

Con l'Italia da qualche anno hai un rapporto particolare. Ti abbiamo adottato.
«Prima dell’Italia conoscevo soltanto i cliché, le cose più ovvie. Da alcuni anni invece ho potuto capire chi è veramente questa “persona” che si chiama Italia. Com’è la sera, com’è la mattina, com’è durante i momenti brutti e quelli belli. Sì, io penso che le culture siano come persone».

E che tipo di persona è l’Italia?
«È straordinaria, come nessun’altra al mondo. Purtroppo quando sono qui ci resto sempre per tre giorni e lavoro tutto il tempo, poi devo scappare per lavorare in qualche altro Paese. Non ho ancora avuto l’opportunità di godermi davvero l'Italia. Mi piacerebbe, una volta o l'altra, prendermi un po’ di tempo e conoscere meglio la sua “altra faccia”. Comunque a Milano vado anche a fare la spesa tutti i giorni... ogni volta in un posto diverso. L’unica cosa che non mi piace è che alcuni fruttivendoli sembrano dei negozi di gioielli. Che stupidaggine! Un carciofo non è un orologio!».

Ma quindi cosa fai a Milano quando non sei all’X Factor Arena?
«Compro cibo e lo mangio! (Ride) Scrivo, leggo, ascolto. Per me è importantissimo non fermarmi mai, sentire musica, vedere concerti, leggere libri. E poi sto sempre preparando qualcosa. Come il prossimo tour, che inizia a Seoul, poi vado in Giappone, in Cina… Sto sempre lavorando».

Porterai anche nel resto del mondo questo elemento orchestrale?
«Quello è più complicato perché costa una cifra enorme. Ma c’è già un progetto... entro un anno e mezzo lo rifaremo in un altro Paese europeo, che non è la Francia né l’Italia, con una delle più grandi orchestre europee. Sono molto soddisfatto. Ma è un evento che si comincia a organizzare almeno un anno e mezzo, due anni prima».

Andiamo verso la fine di quest’edizione di «X Factor». Quali sono le tue impressioni, rispetto a quello che ti aspettavi all’inizio?
«Penso che il livello sia stato molto alto in generale. Io quest’anno ho cercato di rischiare, non tanto con canzoni sconosciute quanto con canzoni che avessero melodia e calore. Forse ho dovuto subirne le conseguenze. Ma della percezione delle mie scelte non mi preoccupo nemmeno per un secondo, io sono un musicista, lo so che una canzone può essere più “cool” di un’altra, ma la verità è che non me ne frega niente di essere “cool”!»

Con i ragazzi come ti sei trovato?
«È più difficile lavorare con ragazzi così giovani. Sono emotivi, fragilissimi. Non puoi essere duro, devi essere costruttivo, in particolare con i maschi perché le loro voci si stanno ancora formando. È una vera sfida per me, ed è per questo che mi piace»

Con Fedez hai realizzato il singolo e il video di «Beautiful disaster». Com’è stato lavorare con lui anche fuori da «X Factor»?
«Ora che l’ho conosciuto meglio devo dire che lavora con un’efficacia e una professionalità impressionanti. È un grandissimo professionista. Io di video ne ho fatti tanti ma sono state le riprese più efficaci che ho mai fatto. Abbiamo finito in anticipo! Non mi era mai successo in tutta la mia vita. Ho bisogno di questo suo metodo, perché io sono un casinista».

Ma hai letto che Morgan potrebbe andare a «Ballando con le stelle»?
«“Dancing with the stars”? No! Davvero? Ma lui sarebbe fantastico, anche perché non credo che balli molto bene! Ma Morgan sarebbe fantastico in qualunque ruolo. Va bene, non sarà una persona semplice, non lo puoi controllare, ma è una persona così affascinante. Lo ripeto sempre: non siate negativi con lui, anche se l’anno scorso è stato un po’ difficile, perché lo spirito di questo programma si deve anche alla sua collaborazione»

Tu vivi tra l’Italia e la Francia e sei cresciuto a Parigi. Come hai vissuto le ore degli attentati del 13 novembre e i giorni successivi?
«Quella sera avrei dovuto cenare a pochi metri dal ristorante “La belle équipe”, dove ci sono stati 19 morti. Ho perso un aereo a causa del ritardo nelle riprese del “Daily” di “X Factor”, così ho cancellato la cena, sono arrivato più tardi. Ma molti miei amici erano al Bataclan. Il proprietario è stato il primo promoter della mia carriera, lo conosco da sempre. Quella sera sono rimaste uccise diverse persone che conoscevo, con cui ho lavorato. Il modo in cui hanno attaccato Parigi è stato diabolico. Sono stati dei giorni molto, molto difficili. Personalmente sono stato male anche perché a Parigi vivo in un appartamento vicino a dove sono cresciuto, e ho rivissuto le paure della mia infanzia, quando mio padre era un ostaggio durante la prima guerra del Golfo. C’è sempre stata la presenza della guerra nella mia vita. Noi siamo scappati dal Libano perché c’era la guerra, siamo stati salvati dalla Marina Militare Americana e a Parigi vivevamo in una comunità di migranti che avevano avuto la chance di scappare. Infatti la mia paura adesso è che la gente dia la colpa ai rifugiati. Ma la verità è che loro stanno scappando esattamente da questo. In questo periodo mi sento pessimista. Ci sarà la luce... c’è sempre la luce alla fine. Ma a quale prezzo?».