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Muse, Matthew Bellamy racconta «Drones»

Intervista integrale al cantante e chitarrista. voce e mente della band, sui segreti del loro settimo album

Foto: I Muse

10 Giugno 2015 | 8:53 di Francesco Chignola

Ogni album ha una storia. Ci sono album, poi, che raccontano una storia. Quella di «Drones», il settimo album dei Muse, sembra rifarsi alle più cupe invenzioni della fantascienza. Ce la spiega Matthew Bellamy, voce e mente della band, che abbiamo incontrato in un soleggiato pomeriggio a Milano. Bellamy è magro, minuto, sorridente, con due perforanti occhi blu: è difficile immaginare, dietro la sua gentilezza, la carica che porta nei concerti e la profondità dei suoi testi.

«Nel disco ci sono due narrazioni» ci dice Bellamy. «La prima parte, da “Dead inside” a “Aftermath”, è la storia di un individuo che perde la speranza, diventa psicopatico, poi trova la forza di reagire e finisce per riscoprire l’amore. Il brano “The globalist” è l’opposto: parla di una persona che non riesce a trovare quella forza e finisce per distruggere il mondo. L’idea è che ci sia una scelta: la distruzione porta solo all’oblio, il coraggio di reagire può portare alla rivoluzione».

Da dove nasce l’idea di usare i droni come metafora centrale del disco?
«Un paio di anni fa ho letto un libro che parlava di come e quanto vengono usati in guerra, e dell’idea di droni intelligenti in grado di decidere autonomamente se uccidere un bersaglio. All’improvviso mi sembrava di vivere dentro “Terminator”! Ma i droni rappresentano anche la disconnessione dai sentimenti, la tendenza a diventare freddi, cinici, calcolatori».

Chi è il responsabile di tutto ciò?
«L’evoluzione tecnologica nel 21° secolo ha portato i suoi benefici, come l’efficienza, la precisione, la produttività. Ma i valori umani, come l’empatia, sono diventati molto meno importanti. Abbiamo cominciato ad amare la perfezione e l’accuratezza della tecnologia così tanto da creare dei leader mondiali che si comportano a tutti gli effetti come macchine senza sentimenti. Il viaggio individuale che racconto nel disco viaggia in parallelo con la storia del percorso che fa l’umanità quando mette in discussione il proprio rapporto con la tecnologia e con i suoi macchinari».

Musicalmente invece l’album segna un ritorno alle vostre radici, giusto?
«Sì. Negli ultimi due dischi avevamo fatto anche da produttori, quindi ci eravamo concentrati sule sonorità, sulla sperimentazione elettronica, sugli effetti computerizzati. Sono contento di aver fatto quel viaggio perché abbiamo imparato tanto, siamo riusciti a trovare nuove sonorità e nuove direzioni, ma in questo disco abbiamo voluto fare un passo indietro. Così ci siamo affidati a un produttore esterno, “Mutt” Lange, per riscoprire il gusto di suonare come una band».

Matthew, anche la sua vita privata ha influenzato questo album?
«Mi ha fatto tornare in mente la mia adolescenza, quando i miei genitori si separarono. Avevo dodici anni e pensavo di non avere alcun controllo sulla mia vita. Allora cominciai a scavare dentro me stesso e nella mia immaginazione, e capii che volevo fare musica. Tutti noi prima o poi compiamo questo viaggio di alienazione e riscoperta di noi stessi».

Nel disco viene citato esplicitamente il film «Full metal jacket»...
«Ho sempre amato il cinema di Stanley Kubrick, e trovo che nei suoi film ci siano molti dei temi di queste canzoni, come la debolezza della mente umana, spesso vittima di “lavaggi del cervello”, e la paura delle intelligenze artificiali. Era un genio ed era in anticipo sui tempi».

Anche i «men in cloaks» («uomini nei mantelli») di cui parla in «Mercy» sono dei personaggi molto cinematografici. Ma chi sono? 
«Tutti noi abbiamo la sensazione che ci siano persone che si nascondono ma che allo stesso tempo abusano di noi, attraverso strutture di potere come l’estremismo religioso, l’esercito, le corporazioni, i governi. Hai la sensazione che ci siano persone “dietro ai mantelli”: non li vedi ma sai che hanno un sacco di potere. Forse è qualcosa che anche voi in Italia potete capire bene, a volte le persone più potenti sono quelle che stanno più nascoste».

«The aftermath» sembra suggerire che l’amore possa sbocciare solo quando si è liberi. Come mai una canzone d'amore a questo punto della storia?
«Penso che sia, in parte, perché le persone devono compiere questo viaggio oscuro da sole, sperimentando la solitudine, scegliendo un senso di isolamento. Soltanto quando una persona attraversa questo processo e trova il suo vero sé, quando ritrova la forza, è allora che è nel posto migliore per cominciare ad amare davvero».

Come pensate di raccontare la storia di «Drones» sul palco?
«Abbiamo parlato anche della possibilità di suonare tutto l’album in sequenza, quasi come un musical, ma forse lo faremo più avanti. Quelli di quest’estate saranno concerti “normali”, dobbiamo rodare le nuove canzoni. Il prossimo anno torneremo con live più spettacolari ed elaborati: quando suoniamo nelle grandi arene abbiamo più possibilità di lavorare sugli effetti speciali».

Quale sarà il prossimo passo dei Muse? Il lavoro su «Drones» cambierà la vostra musica in futuro?
«Ci siamo molto divertiti a riconnetterci in modo organico con i nostri strumenti, penso che il prossimo passo sarà semplificare ancora di più le nostre sonorità. Forse proveremo qualcosa di più acustico e “soft”. Per me è la sfida più grande, un giorno la affronterò».