Home MusicaI Negrita tornano con l’album «9»: l’intervista integrale a Pau

I Negrita tornano con l’album «9»: l’intervista integrale a Pau

Il cantante della band aretina racconta a Sorrisi la nascita del loro nono album, l'esperienza di «Jesus Christ Superstar» e il rapporto con i talent show

Foto: Cesare «Mac» Petricich, Enrico «Drigo» Salvi e Paolo «Pau» Bruni

23 Marzo 2015 | 13:46 di Francesco Chignola

Superato il ventennale del loro primo album, un tour acustico, l'esperienza a teatro con «Jesus Christ Superstar», i Negrita sono tornati alla loro più grande passione: il rock. Il loro nuovo album è disponibile dal 24 marzo, si intitola «9» e non a caso è proprio il nono disco di inediti. Ce lo racconta Paolo Bruni in arte «Pau», voce dei Negrita fin dal 1991, quando ancora si chiamavano «Gli Inudibili».

Come descriveresti il viaggio che i Negrita hanno fatto con «9»?
«Forse lo definirei un viaggio senza spostamenti. Il disco in qualche modo è nato da quell’avventura fantastica che è stata “Jesus Christ Superstar”, che abbiamo rappresentato al Sistina di Roma lo scorso anno. Quella colonna sonora era un album che noi conoscevamo fin dall’infanzia quasi senza saperlo. Suonare quelle canzoni tutte le sere per poi ritrovarci il giorno dopo a comporre i pezzi del nostro disco ha fatto sì che le due cose si mischiassero. Quindi è stato quasi normale un ritorno a certe sonorità che ci avevano coccolato e cresciuto prima che diventassimo musicisti».

Cosa avete portato nel vostro disco di «Jesus Christ Superstar»?
«Prima di tutto la consapevolezza che il sound di quegli anni era magico ed è irripetibile. Abbiamo sempre avuto un background legato agli anni d’oro del rock, è stato naturale immergerci nelle sonorità dei primi Anni 70. Però è stata anche una scoperta, perché certe cose non le avevamo mai affrontate: abbiamo rimasticato i tempi, li abbiamo dilatati, abbiamo scritto anche in “tempi dispari”, che è una cosa difficile da sentire nel pop-rock di oggi. E poi abbiamo riscoperto l’attitudine di quegli anni, quella di suonare assieme, senza l’ausilio di computer. Avevamo questa voglia già da prima, così abbiamo composto e arrangiato tutto il disco come una band, sei persone che si ritrovano in una saletta e cercano una simbiosi, come si faceva tempo fa».

Questo è il vostro nono disco e si intitola «9», c’è dietro un ragionamento numerologico?
«Guarda, non avevamo mai usato un numero come titolo di un album e per evitare il fantomatico “10” ci siamo fermati prima. Forse anche perché è un multiplo di 3, che è il numero perfetto, come diceva Dante. L’abbiamo scelto anche per non dover trovare un’espressione o una frase che dovesse racchiudere il senso di tutti i brani dell’album, perché sono canzoni che esplodono in tutte le direzioni».

Nel disco infatti si sentono tantissime sonorità diverse e influenze evidenti come gli U2 o i Pink Floyd.
«Io ho 47 anni, gli altri ne hanno 45 e abbiamo sempre avuto una grande passione per il rock, quindi va da sé che la musica che abbiamo ascoltato fin da giovani in qualche modo torni fuori nelle nostre canzoni. Poi siamo una band con tantissime anime, passiamo con disinvoltura da Neil Young ai Nirvana, dai Depeche Mode ai Jethro Tull. Non abbiamo mai avuto paraocchi. Forse per questo per qualcuno siamo sempre stati un po’ inqualificabili. A volte queste anime escono tutte contemporaneamente, come in questo disco».

Registrare al Grouse Lodge in Irlanda come ha condizionato il lavoro sull’album?
«Scegliamo spesso studi che siano lontani da casa, così possiamo viverci dentro: mangiare, suonare e dormire nello stesso luogo. Questo posto così isolato ci ha restituito quello che volevamo, cioè una grande concentrazione e un grosso spirito collaborativo che ha fatto sì che il sound sia molto compatto. Il disco comunque affonda le sue radici nella musica del passato, ma lo fa in un’accezione contemporanea. Non sentiamo di aver fatto un album “vecchio” prima ancora che esca, in realtà ha dei suoni molto moderni, pur ispirandosi al passato».

Dove avete scattato la foto della copertina? E quei cani di chi sono?
«Il luogo è la casa dei proprietari del Grouse Lodge, in Irlanda, è l’edificio accanto allo studio. I cani vivono lì e girano sempre intorno allo studio. Il 9 sulla porta, invece, l’abbiamo aggiunto noi. L’ambiente era quello, così come ci vedi nella foto».

Mi stai dicendo che faceva molto freddo?
«Molto freddo e molto umido, eravamo circondati da immense praterie verdi, nessuna collina, ovini e bovini come se piovessero».

Tornando a «Jesus Christ Superstar», nel disco ci sono tracce ancora più evidenti del musical, tanto che vi siete portati due colleghi: Ted Neeley che recita in «Ritmo umano» e Shel Shapiro. Se faceste un musical con le canzoni dei Negrita, che storia racconterebbe?
«In realtà io non amo i musical né li ho mai amati, tranne appunto “Jesus Christ Superstar”, dove ho avuto l’onore di interpretare Ponzio Pilato. Per me è stata un'esperienza grandiosa, ma al di là di quest’eccezione il genere non mi ha mai preso e non credo che si possano rappresentare in questo modo le nostre gesta. Lasciamo fare i musical alla gente che li sa fare bene, tipo Andrew Lloyd Webber. Noi ci accontentiamo della nostra vita in musica, senza musical».

Com’è nata invece l’idea di coinvolgere Shel Shapiro nel brano «Non è colpa tua»?
«È nato tutto per scherzo nel backstage del Sistina, lui aveva questo modo di interpretare Caifa molto personale, per evidenziare certi tratti del personaggio faceva un verso cavernicolo... (Pau ce lo fa sentire, ndr). Siamo partiti dall’idea di mettere questo verso nel disco e, da cosa nasce cosa, è nato un brano che parla della stagione dell’amore, del Sessantotto, in cui Shel Shapiro ha deciso di partecipare in modo simpatico con la sua voce. La frequentazione ci ha fatto diventare molto amici nonostante la differenza generazionale, conta però che io ho ancora i dischi originali dei Rokes di mio padre, quindi abbiamo tante cose di cui parlare e tantissimi gusti musicali in comune».

Parlando di un altro brano, «Poser», tra le altre cose attaccate con ironia i «talent per fake». Quali conseguenze pensi che abbiano avuto i talent show nel modo in cui si fa musica oggi in Italia?
«Mi dispiace soprattutto per i ragazzi, perché sembra che l’unico modo di uscire dall’anonimato sia passare da un talent, credo che sia una cosa molto sminuente per la musica in generale. Non si può pretendere che dei ragazzini che vengono dal nulla in poche settimane possano diventare artisti a tutto tondo e andare a rimpiazzare i Lucio Dalla o i Pino Daniele che infatti, come vedi, stanno scomparendo. Credo che per diventare degli artisti ci voglia la gavetta, non i lustrini. Va bene anche quello, perché spesso i ragazzi che vanno ai talent sono interpreti e non autori, ma ciò non toglie che per fare grande musica bisogna farsi anche un grande culo. Non perché sei più figo, ma perché impari cose che devono sedimentare anno su anno per arrivare a qualcosa che assomigli a una carriera. La scorciatoia del talent è illusoria. Vorrei precisare però che il testo di “Poser” è provocatorio e ironico, la delusione non è tanto il format in sé, ma quando vedi le case discografiche che con i nomi nuovi si appellano solo a quelli che escono dalle trasmissioni tv, mentre per il resto c’è una completa disaffezione nella ricerca di talenti nuovi che vengano dalla strada. Secondo me è una menomazione delle possibilità che avremmo in Italia per ascoltare buona musica».

Forse è anche per questo che ormai ci sono così poche rock band in Italia?
«C’è ancora un bel gruppo di band residue degli Anni 90, credo che la mia generazione abbia dato molto da questo punto di vista. Sono gli anni successivi che hanno prodotto poco. Non ti so dire perchè, sono un musicista e non un discografico. È per mancanza di talenti o per mancanza di attenzione verso certi serbatoi? Una cosa che so benissimo, perché me lo dicono i ragazzi che comunicano con noi, è che se fai una rock band adesso non sai nemmeno dove appoggiare l’amplificatore, perché nessuno ti ospita a suonare. L’ambiente è diventato asettico. Quando siamo usciti noi negli Anni 90 insieme con tutti tanti altri gruppi, forse anche grazie alla generazione precedente, quella dei Litfiba e dei CCCP, abbiamo raccolto i frutti, abbiamo ampliato i linguaggi. Ogni regione aveva la sua scuola, da quella napoletana degli Almamegretta e dei 99 Posse a quelle torinese, milanese, toscana, siciliana, pugliese. Adesso mi sembra che sia tutto più rarefatto e ci si affida a questa tombola: cercare di andare in tv il prima possibile. Ma poi, la mia domanda è questa: di questa gente, quanta ne rimane?».

C’è qualcosa che vi piace, invece, della scena musicale italiana?
«Non ci sono cose particolarmente rilevanti o che ci abbiano colpito. Le band che stanno venendo fuori negli ultimi anni mi sembrano piuttosto… “fake”, diciamo. Di band hanno ben poco. Fanno una musica molto leggera ricoperta di chitarre distorte, che però non bastano per fare il rock. Per quanto riguarda i cantautori, ce n’è uno che adoriamo, che è Il Cile, e infatti l’abbiamo preso in scuderia con noi. Lorenzo ha scritto assieme a me, a quattro mani. quattro testi di questo disco tra cui proprio “Poser” e “Il gioco”. È un cantautore che stimiamo molto».

Ormai sono quattro o cinque anni che lavorate insieme, giusto?
«L’avvicinamento è stato piuttosto facile perché è un concittadino, ma al di là di questo cerchiamo sempre di supportarlo perché ha una penna fantastica e ha bisogno di fare il grande exploit».

Toglimi una curiosità, dove sono le campane che si sentono alla fine di «Baby I’m in love»?
«Sono le campane della Cattedrale di San Patrizio a Dublino».

Il tour inizia il 10 aprile, come vi sentite a tornare a fare dei concerti «elettrici»?
«È ovvio che queste recenti esperienze ci hanno segnato, compreso il tour nei teatri, che non ci aspettavamo andasse così bene. Eravamo partiti per fare 30 date e ne abbiamo più che raddoppiate. Sempre tutto esaurito. È stato un tour di soddisfazioni infinite anche per il modo in cui l’abbiamo affrontato. Ma è chiaro che la nostra anima è elettrica e questa sarà una produzione piuttosto grossa, con un sacco di novità. Adesso stiamo facendo le prove e siamo davvero carichi, abbiamo voglia di tornare sul palco e sfoderare la nostra energia, e intendo anche come volumi. Insomma, abbiamo intenzione di dare delle belle pettinate alle prime file!».

Le date del tour

  • 10 aprile Firenze, Mandela Forum
  • 11 aprile Bologna, Unipol Arena
  • 14 aprile Padova, Palafabris
  • 17 aprile Torino, Pala Alpitour
  • 18 aprile Assago (Mi), Mediolanum Forum
  • 21 aprile Roma, Palalottomatica
  • 23 aprile Pescara, Pala Giovanni Paolo II
  • 25 aprile Pordenone, Palasport 

I videoclip di «9» dei Negrita