Home MusicaNewsThe Bastard Sons of Dioniso: «Ecco il nostro rock biologico»

The Bastard Sons of Dioniso: «Ecco il nostro rock biologico»

La band più folle passata per X Factor, si racconta in un'intervista senza peli sulla lingua

29 Luglio 2016 | 13:07 di Alessandro Alicandri

Nel 2009 i The Bastard Sons of Dioniso arrivano secondi nella seconda edizione di X Factor dopo un percorso di 14 puntate. Non sono mai arrivati al ballottaggio, apprezzati dal pubblico con le loro esibizioni sempre muscolose anche di fronte alle cover più improbabili. Le aspettative erano altissime e Jacopo Broseghini, Federico Sassudelli e Michele Vicentini quelle aspettative non le hanno mai deluse. La band che si è presentata a X Factor nella veste di "gruppo vocale" è in piena attività, seguendo un percorso indipendente e fatto di concerti e musica. A bordo di un furgone. 

So che avete uno studio di registrazione in casa. Mi sembra un buon punto di partenza per la nostra chiacchierata.
Federico: «Sì, da sempre abbiamo un posto dove provare e realizzare brani, quella di oggi è una seconda versione dello studio costruita sempre a casa mia, dove vivo con mia moglie con i miei due bambini, Pietro e Tommaso».

Nella seconda edizione di X Factor non avete vinto per un soffio, con il 49% di televoto contro il 51 di Matteo Becucci.
Jacopo: «In realtà non eravamo così interessati a vincere il programma e devo dire che siamo arrivati già molto più lontano delle nostre aspettative».

Avete prodotto due album in major per poi arrivare a moltissime produzioni indipendenti, quasi una all'anno.
Jacopo: «Abbiamo una visione molto personale del lavoro che gira attorno alla produzione discografica, con un'attenzione ai soldi spesi che in major secondo noi non sono mai equilibrate, vedevamo per nostra esperienza delle spese che per una grossa discografica forse sono normali ma per noi sembravano degli sprechi».

Come vi piace lavorare, invece?
Michele: «Noi abbiamo tutto quello che serve per registrare e produrre un disco in modo autonomo. A parte il passaggio del missaggio, master e la distribuzione, oggi facciamo tutto da soli. Abbiamo anche le attrezzature per i concerti, non ci manca niente. Abbiamo il nostro furgone, tutti gli strumenti. Dovunque ci sia un palco, noi possiamo salirci e suonare senza chiedere niente a nessuno».

Siete molto legati al vostro territorio, il Trentino. Quanto è importante per voi rimanerci e non scegliere, per esempio, Milano?
Jacopo: «È fondamentale per noi rimanere qui. Qui stiamo bene. Abbiamo le nostre famiglie, i nonni. Io aiuto mio padre nelle sue attività con la terra e gli animali. Non riuscirei a immaginare di poter lavorare in un luogo in cui non "coltivo", in ogni suo senso. È difficile per noi immaginare di poter fare musica in un posto dove non hai legami e impegni che vadano oltre la musica. Qui abbiamo meno vizi e meno vezzi. Stiamo bene».

Come fate a essere così iperproduttivi?
Jacopo: «Lavoriamo al risparmio portando al pubblico sempre e solo l'essenziale per divertirsi, tipo che non abbiamo nemmeno uno sfondo con il nome della band perché ci sembra una spesa eccessiva. Rinnoviamo il nostro repertorio di frequente per avere brani nuovi da portare in giro per l'Italia. Conosciamo una a una le persone che ci seguono e quelle che ci permettono di esibirci così tanto. Siamo dei muratori della musica, degli artigiani. Lavoriamo con un forte senso pratico e senza sovrastrutture. Sai perché non facciamo concerti all'estero?».

Perché?
Jacopo: «Non li facciamo perché per noi significa spendere un sacco di soldi senza una certezza di ritorno, a differenza di chi lo fa perdendo soldi solo per guadagnarci in immagine. Noi sotto i 200 km torniamo in Trentino subito dopo il concerto senza chiedere extra. Niente alberghi, niente lussi. Solo musica».

Il vostro "modello di business" è invidiabile.
Federico: «Ormai chi fa musica non punta più sui dischi ma sui live. E se non riesce a fare i live, punta tutto sulle sponsorizzazioni e sui guadagni collaterali legati all'immagine. La musica, ad un certo punto, sembra non essere più così centrale. Per noi non è così».

C'è qualcosa che vi manca oggi?
Jacopo: «Forse solo l'attenzione delle radio e la notorietà. Lavoriamo molto ma lo facciamo dal basso, senza l'appoggio dei media, strumenti fondamentali per dare una percezione "di successo" a una realtà musicale attiva. Sappiamo bene che queste cose non arrivano "gratis", ma sono il frutto di compromessi. Noi andiamo avanti per la nostra strada sperando che qualche realtà più grossa, anche major, possa supportarci lasciandoci un margine di autonomia».

Cosa ricordate ancora con affetto di X Factor?
Michele: «Una vita stravolta in pochissimi mesi che ha portato il nostro quotidiano in situazioni a volte divertenti, a volte spiacevoli, a volte emozionanti. Come quel ragazzo che ci ha raccontato di aver seguito con il padre molto malato la nostra esperienza a X Factor tifando per noi con lui e riuscendo in qualche modo a essere aiutato dalla nostra musica».
Federico: «Era l'anno del digitale terrestre. Io a volte incontro ancora persone qui in Trentino che mi dicono che nel 2009 hanno comprato l'apparecchio per la ricezione dei canali solo per vedere noi in tv».
Jacopo: «Io mi ricordo quando ci hanno portato del tipico formaggio trentino, il puzzone. (ride) Dietro quel formaggio dall'odore "sgradevole" si è scatenato un piccolo caso che ancora ricordo con affetto perché si ricollega alla nostra amicizia con i Farias: deu veri musicisti, gli unici concorrenti di quell'edizione con i quali abbiamo stretto un rapporto molto forte».

Con gli altri non c'erano rapporti?
Michele: «Con qualcuno sì, con altri no. Il problema è che gli artisti solisti vivevano in un mondo loro, chiusi nel travaglio psicologico del percorso e molto più dentro i meccanismi del programma tv. Si spingeva molto per tirare fuori le storie personali dei concorrenti. Noi quando abbiamo saputo che le lettere che ci arrivavano venivano lette prima dagli autori e poi da noi, ci siamo rimasti male».

Avete scelto di stare dentro un programma tv, certi meccanismi sono comuni.
Jacopo: «Infatti chi ci ha visto, ha visto tre ragazzi che non si sono mai presi troppo sul serio, anche se a volte magari non eravamo del tutto a nostro agio. Abbiamo affrontato l'esperienza cantando un sacco di brani che non ci piacevano, ma li abbiamo accolti come una sfida per farli diventare delle belle cover, a modo nostro. Ma i brani di quei mesi non li cantiamo ai concerti».

Come mai?
Jacopo: «Ce le chiedono ma è come se io chiedessi a un campione de "La ruota della fortuna" di farmi vedere come gira bene la ruota. Quello che è successo nel programma l'abbiamo fatto rimanere lì perché è stata un'esperienza musicale, certo, ma soprattutto un gioco. Una volta finito il gioco, in realtà già dall'inedito, abbiamo lavorato solo con i nostri brani. Poi ricordiamo che lì eravamo un "gruppo vocale", con un modo di lavorare diverso dal nostro naturale».

Avete un po' sofferto la cosa?
Federico: «Abbastanza, soprattutto perché siamo tutti e tre musicisti e il nostro modo di esibirci è legato agli strumenti. Grazie agli abiti folli siamo riusciti a giocare ovviando a quel "problema". Più che altro è il motivo "tecnico" per il quale i brani di X Factor non li portiamo nei concerti è che ora suoniamo e quell'equilibrio tra basi e voce non torna più se suoni nel frattempo. Abbiamo provato una volta a fare "Contessa" in un live, è venuta malissimo e abbiamo smesso di farla».

In tutto questo, la vostra giudice Mara Maionchi come si è comportata?
Federico: «Ha fatto da ambasciatrice e da intermediario. Lei ha preso il management della band per i due anni di contratto con Sony. Abbiamo difeso con grande forza la volontà di pubblicare brani nostri e di non scegliere brani scritti da altri per noi. Avevamo già tante canzoni da proporre ma quello che ci veniva fatto ascoltare ai tempi era davvero brutto, non ci piaceva. La cosa che forse non si è capita è che noi non siamo contro la musica pop ovviamente, ma siamo per l'unione di intenti. Abbiamo un po' di punti sui quali ai tempi non eravamo per nulla accondiscendenti».

Per esempio?
Jacopo: «Non sopportiamo il playback ad esempio. È il motivo per cui anni fa non siamo andati a un importante evento televisivo per ritirare un premio. Ci è capitato una volta di andare a un'altro evento estivo musicale dove ci hanno ospitati in tre stanze separate matrimoniali a uso singola in un albergo a 4 stelle lusso, ma la struttura tecnica per esibirsi non era adeguata. Siamo andati a comprare noi i pezzi mancanti. Vediamo le cose in un modo un po' diverso, più di sostanza e più per la musica. Siamo fatti così».

Qual è la cosa di più bella di lavorare come fate voi oggi?
Michele: «Sapere che ci sono delle persone che ci aspettano nei borghi e nelle province più disparate di Italia per farli divertire. Non sono le persone delle "visualizzazioni su Youtube" o dei "like su Instagram". Sono persone che ci vengono a vedere e ritornano ogni anno perché li abbiamo fatti divertire. C'è un ragazzo che ci segue dal 2006 e dopo 10 anni ci ha chiesto di fare un concerto per un evento organizzato da lui. Ci fanno sentire degli "idoli" in un modo molto concreto, meno plateale e più personale. Il nostro è un rock biologico».

Cosa pensate di Matteo Becucci, vincitore del vostro anno?
Michele: «Abbiamo avuto un bel rapporto con il "Beccuzzone"! Lui era più in età degli altri a X Factor, è arrivato per gioco e gli è cambiata la vita. Meritava la vittoria, è bravissimo e anche se magari poi non ha beccato singoli giusti per emergere, ha seguito tante strade alternative con successo».

Quali sono i percorsi di nomi nati a X Factor che vi sono piaciuti?
Federico: «Francesca Michielin è brava. Da musicisti possiamo dire che una ragazza che sceglie di suonare così tanti strumenti in un palco da sola, è un'artista con gli attributi. Tra l'altro mi sembra di ricordare che anni fa fosse una nostra fan! Recentemente ho visto in tv anche i Moseek, una realtà di band molto bella».

Cosa vi ha dato X Factor?
Jacopo: «Tante cose, ma una delle più importanti è che ci ha avvicinati al mondo di Admo, l'associazione di donatori di midollo osseo. Ci sono pochi artisti che hanno sostenuto iniziative simili e hanno effettivamente donato il proprio midollo perché compatibile con un'altra persona. A parte me conosco solo Fabrizio Frizzi. È una cosa di cui vado davvero orgoglioso».

Quali sono i progetti per il futuro?
Jacopo: «A gennaio abbiamo pubblicato un album di nostre canzoni n versione acustica, versioni che di solito facciamo in caso di diluvio! (ride) L'idea iniziale era di pubblicare questo album con dei duetti e delle collaborazioni ma poi non ci siamo riusciti. Adesso stiamo lavorando a un disco nuovo di puro rock'n'roll. Vogliamo immaginare qualcosa di diverso per la promozione, magari partendo da dei singoli e poi decidere più in là se trasformarlo in un album. Ci teniamo a fare sempre canzoni nuove senza fermarci mai troppo: è il modo più giusto per tenere alto il fermento che dal nostro esordio a oggi ci permette di vivere di musica».