Home MusicaNewsCluster: «Dopo X Factor, siamo orgogliosi della nostra nicchia»

Cluster: «Dopo X Factor, siamo orgogliosi della nostra nicchia»

Il gruppo vocale della prima edizione racconta la sua carriera (anche all'estero) ricca di soddisfazioni

11 Luglio 2016 | 16:55 di Alessandro Alicandri

I Cluster, anche in questa intervista, hanno dimostrato di essere unici nel loro genere. Partecipano a X Factor nel 2008 da outsider, portando in un talent un modo di fare musica innovativo, divertente, sempre al passo con i tempi, con una forte sensibilità internazionale e un pizzico di follia (complice Morgan). Arrivano sesti dopo tre puntate, ma lasciano il segno come se avessero raggiunto il podio o la vittoria. Il gruppo vocale ha pubblicato a dicembre 2015 "The Italian Project", un interessante progetto di cover pensato per il mercato internazionale. 

Siete arrivati a X Factor in corsa, ma avete quasi conquistato la finale e impresso un ricordo indelebile nel pubblico in sole tre puntate. Sto esagerando o è tutto vero?
Erik: «(Ride) Probabilmente è vero. Considera che noi cantavamo assieme già da cinque anni. Siamo arrivati sul palco di X Factor seguendo un percorso molto diverso rispetto ai classici provini. Ci hanno contattato, abbiamo dato la nostra disponibilità e siamo entrati in gara un po' più rapidamente»
Letizia: «Ci hanno avvisato che esisteva un programma musicale dove potevano cantare i gruppi a cappella e senza strumenti. La presenza di Morgan nella nostra categoria è stata non solo una fortuna, ma anche la chiave che ha reso la nostra presenza speciale. Molto di quello che è successo, lo dobbiamo a lui».

Morgan vi faceva fare delle cose per voi inattese, dei brani di cantautorato italiano...
Le:
«...che non avevamo mai fatto prima e non avremmo fatto se avessimo dovuto decidere noi. In quel periodo eravamo molto giovani e anche un po' stupidi. Oggi ci siamo resi conto che quell'apertura alla musica italiana ha acceso in noi una passione enorme per la nostra cultura. È incredibile cosa può fare l'incontro giusto con un vero artista».

Mi raccontate un aneddoto molto nitido di quel periodo, che magari non si è visto in tv?
E:
«Quando ci hanno presi a X Factor, siamo stati gli unici (forse al mondo) a non esultare, da veri liguri e aggiungi che io sono pure di origine svedese. Siamo rimasti impassibili, non ci siamo resi conto di quanto importante era quello che ci stava succedendo».
Le: «Io mi ricordo quando Loredana Bertè, ospite di una serata come quarto giudice, ci ha fatto i complimenti dopo la nostra esibizione sulle note di "Il pescatore" di Fabrizio De André. Ci ha detto che eravamo degli alieni, un complimento bellissimo. La Maionchi invece era troppo divertente: non riusciva a dirci niente, forse per il suo modo di intendere la musica eravamo un po' troppo strani».

La prima edizione è stata vinta dagli Aram Quartet. Cosa pensate di loro?
Liwen: «Abbiamo saputo che hanno avuto un po' di problemi dopo X Factor, credo si siano sciolti un anno dopo la vittoria. Loro nascevano in contemporanea con l'esperienza nel talent e per chi ha un progetto come il nostro la solidità è tutto. Altrimenti quando finiscono i contratti, subentra la demoralizzazione ed è difficile continuare».

Voi non vi siete mai sciolti.
E: «Mai. Abbiamo avuto solo un recente piccolo cambio di formazione, per una felice "paternità". Luca Moretti ha lasciato momentaneamente il progetto e al suo posto è arrivato Marco Meriggio. Cambiare un membro del gruppo quando canti assieme dal 2003 è stata una bella scossa, almeno all'inizio. Poi l'abbiamo presa in maniera più ironica: è come se avessimo perso degli strumenti per averne altri, altrettanto belli e diversi».

Qual è il segreto della vostra solidità?
Le: «La consapevolezza e l'orgoglio di essere in una bellissima nicchia. Immaginate quanta ansia in meno può avere una realtà come la nostra dove non hai sempre la sensazione che l'anno successivo ci sarà una nuova star simile a te con la quale dover fare i conti. Noi gruppi vocali italiani ci conosciamo tutti e ognuno ha il suo progetto, la sua strada».

La vostra carriera non si è mossa sulla "rendita" del post X Factor"?
E: «Per i primi due anni dopo il talent certamente sì, poi però ci siamo ritrovati a lavorare in mercati come l'America, la Russia, l'Austria e vari altri paesi europei dove il pubblico che ci veniva a vedere a volte non sapeva nemmeno cosa fosse X Factor o comunque non ci veniva a vedere perché "vsti in tv"».

Chi vi apprezza, cosa riconosce in voi?
Li: «Il pubblico che si avvicina ai Cluster, a differenza di come avviene di solito, non ci segue per le nostre hit di successo, visto che più o meno tutti i gruppi vocali lavorano sulle cover. Vengono da noi perché facciamo un grosso lavoro di ricerca negli arrangiamenti, perché lavoriamo come se suonassimo degli strumenti. È molto diverso dal mondo musicale al quale in Italia si è abituati».

Però non disdegnate i progetti più popolari.
E:«Assolutamente no, altrimenti non avremmo fatto X Factor! Abbiamo collaborato con Morgan, di recente al progetto di beneficenza "Tu non scordarlo mai" de Le Iene e non so se ve lo ricordate ma abbiamo collaborato con Marco Mengoni per il brano "Un gioco sporco", contenuto nella versione iTunes di "Solo 2.0"».

Avete visto X Factor dopo la vostra edizione?
E: «Onestamente poco. È molto strano per una persona che ha studiato al conservatorio guardare X Factor, perché ci rendiamo conto che per quanto sia pieno zeppo di musica, è comunque un programma televisivo dove si parla di look, di scenografie. È un po' come se un dottore guardasse Grey's Anatomy: è strano».

Due anni fa hanno introdotto le band. Era ora o è un dichiarato fallimento dei gruppi vocali?
Le: «Era giusto che ci fosse questo passaggio. Pensate cosa sarebbe successo se la novità avesse coinvolto nomi come gli Spritz For Five o i Bastard Sons of Dioniso! Erano delle band "truccate" da gruppi vocali che oggi, con gli strumenti, si sono fatti conoscere per come sono davvero. Noi durante la nostra esperienza abbiamo aperto nuove strade, ma ci siamo sempre preservati rimanendo un vero gruppo vocale».

In che senso?
Le: «La presenza di gruppi vocali in un talent era una novità, una novità per tutti, anche chi il talent lo faceva in quel momento. Hanno provato a chiederci di inserire le basi sulle cover come si fa magari con alcuni concorrenti all'estero con una proposta più pop ma abbiamo lottato perché questo non accadesse. Sarebbe stato contro la natura di quello che siamo sempre stati».

Altrimenti sareste diventati una specie di boyband!
Le: «Esatto! Non so se vi è mai venuto in mente, ma progetti come i Take That o le Spice Girls non sono altro che la versione "popolare" e vendibile di un gruppo vocale, puntando molto sull'immagine, mettendo le basi alle canzoni ma anche tenendo alcune componenti di armonizzazione tipiche di un gruppo vocale come il nostro».

Poi ci sono eccezioni come i Pentatonix.
E: «Loro hanno fatto un percorso straordinario che è comunque passato attraverso i codici di lettura del pop. Hanno proposto look stravaganti, cantando i più grandi successi del momento, sono cinque tipologie di ragazzi molto diversi nel quale il pubblico si può riconoscere. Oggi hanno una grande fan base che è uscita fuori dalla nicchia e li ha resi da gruppo vocale, quello che sono oggi, ovvero un fenomeno internazionale».

Qual è il percorso musicale più interessante che avete visto a X Factor?
Le: «A me piace tantissimo Silvia Aprile, ha una voce pazzesca. L'abbiamo vista da Fiorello all'Edicola Fiore e speriamo che possa emergere in un contesto più personale. Mi piace tanto Emanuele Dabbono, un artista e un autore bravissimo che dopo anni di tenacia e dedizione adesso sta scrivendo dei brani con Tiziano Ferro». 

Quali sono i vostri obiettivi oggi?
E: «Ne abbiamo troppi! Ti potrei dire che vorremmo vendere 3 miliardi di dischi e fare videoclip con dentro 10 sponsorizzazioni però ti diremo la verità: saremo felici di pubblicare un album più o meno ogni due anni, ci piacerebbe riavvicinarci alla musica classica, con una selezione di opere famose e belle riregistrate usando solo le nostre voci. E chissà, magari produrre qualche inedito»

Vivete solo di musica oggi?
Le: «Sì, tutti noi viviamo solo di musica. Facciamo concerti, alcuni di noi lavorano anche come maestri di canto, a volte abbiamo piccoli progetti autonomi. Finché riusciremo a fare quello che ci piace nella concretezza, senza quel senso di illusione fragile che hanno alcune carriere musicali basate solo sul successo, saremo felici».
E: «Ci piacerebbea arrivare in Asia, dove non siamo ancora mai stati. Dopo tutti questi anni e così tanta acqua passata sotto i ponti, siamo soddisfatti. Ci divertiamo ancora, litighiamo per costruire cose ancora più belle, ognuno mettendo il suo, con le sue capacità. Facendo squadra».

Rifareste X Factor?
Li: «Onestamente non avremmo mai fatto X Factor se non ci avessero contattato. Non è per essere snob, ma non ci saremmo mai messi in coda con altre 10 mila persone. Siamo sinceri, non ce l'avremmo fatta».

Visto che non seguite molto il talent: guardereste X Factor se...
E: «Se il fuoco sui tecnicismi della musica fosse più forte. Ne parlavamo poco tempo fa. Se a Masterchef le persone sono tutte impazzite per capire come funziona la cucina, una ricetta, quali sono gli strumenti e quali sono le sfumature per rendere un piatto unico, perché non si può fare la stessa cosa a X Factor? Per quel poco che abbiamo guardato e con la responsabilità che viene data nel mercato a chi vince, mi piacerebbe che nessuno discutesse di capelli, del trucco o delle movenze sul palco. Alle persone, alla fine, interessa solo la voce».

Foto: Tutti i prossimi appuntamenti con "X Factor 10 Edizioni" (in aggiornamento)