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Dardust: intervista al musicista e produttore del momento

Dario Faini lavora con i tuoi artisti musicali preferiti da più di 10 anni, ma Mahmood e la sua “Soldi” gli hanno cambiato la vita. Ecco come nascono le collaborazioni e i successi. Ecco come la musica sta cambiando.

03 Settembre 2019 | 15:11 di Alessandro Alicandri

È stata una lunga estate quella di Dario Faini: ha viaggiato molto (anche se odia prendere gli aerei) e ha suonato tanto (sui palchi e in studio), ha creato buona musica che sentiremo nel futuro. Gli addetti ai lavori come noi lo conoscono da sempre, ma molti di voi ne hanno sentito parlare da poco e più semplicemente come Dardust, la faccia simpatica che ha diretto l'orchestra al Festival di Sanremo durante l'esibizione di Mahmood con la sua “Soldi”, il nome che ha firmato brani come il successo dell'estate “Calipso”, “Nuova era” di Jovanotti, “Maradona y Pelé” dei Thegiornalisti. 

Il musicista e produttore oggi è senza dubbio sulla cresta dell'onda, ma prima che il grande pubblico lo riconoscesse, ha fatto strada per diventare un grande surfista. «Eppure la mia vita è cambiata dal Festival di Sanremo» spiega «grazie a “Soldi” sono successe così tante cose che fino a dicembre dello scorso anno non potevo nemmeno immaginare». L'artista di cui stiamo parlando è di mentalità umile, ma la verità è che alcune delle canzoni più appassionanti degli ultimi dieci anni le ha prodotte e scritte lui.

Com'è stata la tua estate 2019?
«Intensa e bellissima. Dardust non è solo la firma produttiva su alcuni brani di altri artisti, ma soprattutto un progetto musicale solista. Ho girato l'Italia per suonare i miei pezzi che mescolano pianoforte e suoni elettronici, anche sperimentali».

Noi immaginiamo spesso i produttori come dei “topi da studio”, molto statici.
«Io ho bisogno di stare in giro perché devo contaminarmi, è la benzina per le mie idee. Per come la vedo io senza guardarsi in giro non ci sono stimoli e non ci sono quindi suoni nuovi. Per questo devo sperimentare, lavorare con tante persone e poi tornare a suonare da solo il mio pianoforte. Ogni situazione ne alimenta un'altra, per quello è difficile che resti fermo per molto tempo».

Chi era il Dario Faini prima di “Soldi”?
«Venivo da un periodo molto difficile per me a livello personale, ma anche da grandi soddisfazioni lavorative. Ho lavorato con Calcutta e Elisa per “Se piovesse il tuo nome” ma anche con i The Giornalisti per l'album “Love”. Poi è arrivata una vera rivoluzione».

Cos'è successo di preciso?
«Io mi sono sempre definito e sentito "al servizio del pop” rimanendo dietro le quinte. Con il progetto solista Dardust avevo fatto un primo passo per trovare la mia identità. La cosa bellissima è che dopo Sanremo la prima linea che non ho mai voluto puntando i piedi, me l'hanno chiesta gli artisti stessi».

È il caso, ad esempio, di Jovanotti.
«È un ottimo esempio. Con lui è successo tutto dopo Sanremo, ci siamo incontrati e lui stesso ha voluto dare più luce al mio lavoro affiancando il suo nome al mio: un sogno. Charlie Charles in Italia aveva già dato prova di poter dare un volto e un nome forte a noi “producer”, anche se lui ha lavorato tanto nella trap e nel loro ambiente è centrale. Quello stesso processo ha coinvolto anche me che essenzialmente faccio pop: con il tempo ho realizzato un desiderio che non avevo nemmeno espresso ad alta voce. Ora, eccomi qui».

Torniamo un attimo al Festival. “Soldi” era considerato un brano molto lontano dal genere che partecipa e vince Sanremo.
«È vero! Volevamo dare vita a un brano che facesse fare a Mahmood e a tutti bella figura, pensando di piacere più che altro agli addetti ai lavori. Puoi immaginare come mi sia sentito vedendo quel brano eseguito in diretta tv praticamente in tutto il mondo e in cima alle classifiche europee poco dopo».

Chi era il piccolo Dario Faini?
«Un bambino di Piagge, poco fuori Ascoli Piceno nelle Marche, ci abitano più o meno 500 persone. Ero già piuttosto diverso dagli altri, mi consideravo un alieno: mentre tutti ascoltavano com'è giusto che fosse a quell'età Cristina D'Avena, io già super fan di David Bowie. I miei hanno assecondato la mia passione per la musica lasciandomi studiare all’Istituto Musicale Gaspare Spontini di Allevi e Saturnino, con insegnanti rigidissimi. Dopo otto anni ho sentito l'idea di evadere dal classicismo, che mi stava un po' troppo stretto».

Eri ad un passo dal diventare psicologo vero?
«Era il piano B che i miei genitori volevano avessi in caso fosse andata male con la musica. Mi piaceva tanto però. Ho anche indagato le implicazioni psicologiche dell'ascolto musicale nella tesi. Insomma, di questi studi ho portato avanti l'approfondimento sul lato emotivo dei suoni, per come possono essere letti da me e dagli altri. Ho studiato come uno strumento o certe note possono dare certe emozioni o invece altre».

Solo questa estate hai firmato un numero altissimo di successi. Come si fa?
«C'era un periodo storico in cui si lavorava con grande pudore. Era anche un periodo in cui ognuno coltivava il suo orticello, con il rischio di dimenticarsi che con il tempo la musica e i gusti delle persone cambiano. C'è chi in quell'orticello si è smarrito. Oggi invece si fanno tanti duetti, ci si unisce tra grandi nomi per un brano comune. Sono uscite tutte assieme, tante cose sulle quali lavoravo da mesi. Quando si fa contaminazione va così, si abbattono i pudori e anche i “tempi tecnici” che facevano parte di un modo vecchio di fare musica».

Qual è il modo nuovo quindi?
«Anche se sono molto legato al concetto di album, oggi si ragiona tanto sui singoli brani, che escono quando sono pronti senza ragionare per forza nell'ottica di un album. Pensa a Mahmood: il suo primo album era pieno di canzoni già conosciute. È uscito da poco “Barrio” come brano estemporaneo, slegato da quell'album uscito pochi mesi fa. È successo qualcosa di simile quando ho lavorato a “Riccione” dei Thegiornalisti. Ci sono brani che sono figli di quel momento. Insomma: si fanno meno ragionamenti e ci si tuffa nel pubblico con meno paura».

Cosa farà Dardust nei prossimi mesi?
«C'è una grossa novità che porterà la mia musica a livello mondiale. Sono contentissimo perché il mio prossimo album in uscita nel 2020 l'ho fatto in un periodo davvero critico per me, sperando di vedere un po' di luce nella mia vita. Ecco, non pensavo proprio che questa luce sarebbe stata così luminosa».