Home MusicaNewsGianni Morandi: «Perché dovrei fermarmi se mi diverto così tanto?»

Gianni Morandi: «Perché dovrei fermarmi se mi diverto così tanto?»

Dopo il trionfo all’Arena di Verona e l’incontro col Papa lo aspettano nuovi concerti e «L’isola di Pietro 2»

03 Maggio 2018 | 11:21 di Paolo Fiorelli

Intervistiamo Gianni Morandi il giorno dopo il suo trionfale concerto all’Arena di Verona. Ma lui è già a Bologna, un po’ assonnato. «Sono arrivato alle 4 di notte e ho spento la luce alle 6. Ormai ho preso questa abitudine: se canto entro un raggio di 200 chilometri, faccio tutta una tirata e torno a dormire a casa. Se no, albergo».

Ma non è ancora stufo di girare l’Italia in lungo e in largo per cantare?
«Questa è la mia vita! Ho fatto 4.200 concerti, ho cominciato a 13 anni con l’orchestra Scaglioni di Bologna... Finché ce la faccio, e finché mi vengono a vedere, io non mollo».

Allora non c’è pericolo. L’Arena era piena di spettatori e lei ha continuato a correre da un lato all’altro del palco per quasi tre ore.
«Mi aiuta la passione per la maratona, è un bell’allenamento. Anche se non corro più veloce come una volta. E poi cantare all’Arena dà energia extra, con tutto quel pubblico che faceva il coro insieme a me... è il palco più bello e prestigioso che abbiamo in Italia».

Di 4.200 concerti, quale ricorda di più?
«No dai, non posso sceglierne solo uno... Facciamo due. Il primo è quello che ho tenuto con Lucio Dalla al Madison Square Garden di New York nel 1995. Un palco pazzesco, l’orgoglio di portare la musica italiana nel mondo, la voglia e il divertimento di suonare insieme a Lucio... Il secondo, pochi giorni dopo, nella basilica sotterranea di Lourdes davanti a malati e pellegrini. Ricordo che ero emozionato ma anche preoccupato, pensavo: “Come si fa a cantare qui? Non è mica uno stadio”. Poi un vescovo mi ha detto: “Lasciati andare e il resto verrà da solo”. E così è stato».

Da un vescovo al Papa: pochi giorni fa si è esibito in piazza San Pietro.
«Francesco era venuto a trovare i fedeli a Bologna e noi abbiamo ricambiato la visita. Suonare di fronte a lui è sempre un’emozione speciale. C’era anche Francesco Guccini, che io chiamo il Maestrone e che a un certo punto, visto che per l’emozione continuavo a parlare, mi ha scosso con un “Va ben su a cantér!”» (dai, va su a cantare, ndr).

Qual è il concerto con più pubblico?
«1997, con Bob Dylan e Lucio Dalla al Congresso eucaristico di Bologna, davanti a un altro papa: Giovanni Paolo II. Salgo sul palco e c’è questo oceano di gente, 300 mila persone. Non riuscivo in nessun modo a vederne la fine».

E quello con meno gente in assoluto?
«1980 al Teatro Aurora di Roma: 60 spettatori paganti. Era il periodo in cui cercavo di riaffacciarmi dopo una lunga crisi e invitavo gli amici per fare qualche biglietto in più, ma dentro di me pensavo: “Non ce la faccio... mi sa che smetto”».

A pensarci oggi non sembra neanche vero. Cos’era successo?
«Tra gli Anni 60 e i 70 l’Italia era cambiata e io non me n’ero accorto. Dall’ottimismo alla crisi,  dalla fiducia al terrorismo, dalla spensieratezza ai testi politicizzati... mi sentivo sperduto, continuavo a fare le mie cose ma non interessavano più a nessuno, e io non capivo perché. La verità è che mi consideravano il simbolo di un’epoca passata, qualcosa da superare».

E poi?
«Mi aveva chiamato Mogol per la Nazionale Cantanti. Parlavamo solo di calcio finché... “Ma tu non canti più?”. “Ma sai...”. E ha scritto per me “Canzoni stonate”. Quello è stato l’inizio della riscossa. Però quel “periodo nero” è stata anche una fortuna, mi ha reso un artista migliore: ho studiato al Conservatorio, ho imparato a recitare davvero. E così è arrivata anche “Voglia di cantare”, una fiction su un artista in crisi (che ovviamente ero io) e poi “Uno su mille”, che era nella colonna sonora di quella fiction... e rieccomi qua».

A proposito di fiction: pronto per tornare su «L’isola di Pietro»?
«Quando mi hanno annunciato il progetto di una seconda stagione ho chiesto: “Ma siete sicuri”? Lo confesso, non mi aspettavo tutto quel successo, ma sono contento di tornare nei panni di Pietro. Mi piace perché è il dottore che tutti vorremmo avere. Mi sono un po’ ispirato al medico di famiglia di Monghidoro di quando ero bambino... Allora le colonne di un paese erano quattro: il sindaco, il prete, il professore e il dottore».

E di suo cosa ha dato a questo personaggio?
«La voglia di comunicare con tutti. Come faccio io con le canzoni. E oggi, anche con i social».