Home MusicaNewsGli Afterhours e una storia lunga 30 anni: «Un mattone sublime»

Gli Afterhours e una storia lunga 30 anni: «Un mattone sublime»

Esce «Foto di Pura Gioia - Antologia 1987/2017», raccolta in quattro dischi della band milanese, e noi ne abbiamo discusso col "giudice" Manuel Agnelli

15 Novembre 2017 | 9:11 di Simone Sacco

Il bambino serio ritratto sulla copertina di Foto di Pura Gioia avrà sì e no sei anni. E attorno a lui pare esserci clima carnevalesco. «No, non ero in maschera», precisa immediatamente Manuel Agnelli, il "Manuelino" della suddetta foto oltreché il leader massimo degli Afterhours e severo giudice per quel che riguarda le ultime due edizioni di X Factor.

«Quella pistola giocattolo e quel cinturone da cowboy furono un regalo di mio padre Italo di ritorno da un viaggio di lavoro in Africa. Sai, all'epoca ero già un grande appassionato di film western - non solo Sergio Leone, ma anche John Ford e Sam Peckinpah - e papà ci prese in pieno con quel suo piccolo dono». Papà Italo purtroppo oggi non c'è più, ma un discreto credito fotografico lo ricorda a pagina 151 della mastodontica antologia afterhoursiana consegnandolo di conseguenza all'eternità del rock italiano. Brividi.

Quel bambino, nel frattempo, è diventato tante cose. Un musicista famoso, un uomo tormentato alla costante ricerca delle sue radici («A fine anni '90, quando gli Afterhours erano diventati una band importante, di notte prendevo la macchina e raggiungevo la casa dei miei genitori. Facevo due o tre giri dell'isolato e poi me ne andavo via. Loro non l'hanno mai saputo e a me serviva per ricordarmi il valore della felicità. Che ero stato felice anche io, un tempo.») e un abbiatense di ferro.

"Abbiatense", per la cronaca, significa cittadino di Abbiategrasso, operoso comune alle porte di Milano abbarbicato nella valle del Ticino, giusto ad una manciata di chilometri da Vigevano. Un posto di provincia, come tanti altri in Italia, dove si vive lenti e bene. E tutto fa un po' male. 

«Fammi chiarire questa cosa del luogo di nascita», si infervora lo stesso Agnelli. «Molti sono tuttora convinti che io sia originario di Corbetta, un paese limitrofo, ma io quel luogo l'ho frequentato per un po' da ragazzino solo perché là c'era una sala-prove. Per tutta la mia vita sono stato un abbiatense doc e sai che ti dico? Ne vado pure fiero!». Il resto, sempre sull'onda della fierezza, lo trovate di seguito.

Eri a conoscenza che anche Bruce Springsteen, a tarda ora, prendeva l'auto e guidava segretamente fino a casa di suo padre nel New Jersey?
Sì, l'ho letto nella sua autobiografia e questa cosa mi ha sconvolto. Voglio dire: l'ho fatto anch'io per anni all'insaputa delle azioni del Boss. La mia infanzia in provincia, d'altronde, è stata parecchio serena; da qui l'idea di piazzarla sulla copertina dell'antologia.

Sul retro del boxset in compenso ci sei tu, già più grandicello, con tanto di pistola sguainata...
Già, era l'epoca di Germi - il 1995 quindi - e come band stavamo vivendo un periodo molto liberatorio. Eravamo nella prima metà degli anni '90; i Nirvana erano arrivati primi in classifica; per un certo periodo sembrò che il mondo della musica stesse effettivamente cambiando, Italia compresa. E noi Afterhours ci trovammo in mezzo a tutto ciò. 

Da lì l'idea vincente di cominciare a cantare in italiano...
All'inizio non ne fui così felice. Provenivamo da tre album, più un EP, in lingua inglese e io ero ancora dibattuto. Trovavo l'italiano una sorta di forzatura, nonostante capissi la sua sensatezza in un frangente storico dove tutti volevano comunicare. Ok, c'erano già i Litfiba con Pelù, ma non mi convincevano granché. Da questo punto di vista molto meglio i nostri gruppi hardcore. O uno come Edda che all'epoca cantava ancora per i Ritmo Tribale. Ascoltavo i loro pezzi e mi dicevo: «Wow, lui ce la fa: è molto convincente. Dovrei provarci anch'io».

Cosa ti convinse definitivamente?
Sentire cantare per intero un pezzo degli Afterhours dal nostro pubblico di allora. Fu una sensazione travolgente.  

Se non foste passati all'italiano, nel 1999 non avreste scritto una canzone pop come "Bianca". Traccia che ora hai deciso di reinterpretare in duetto con Carmen Consoli. Perché proprio la Cantantessa?
Non poteva essere che lei. Carmen possiede una voce antica, forte, dalla spiccata matrice rock. E poi, come noi, è una grande fan dei R.E.M.! (sorride) Questa nuova versione di Bianca, inoltre, era davvero il pezzo che faceva al caso nostro. Non è un inedito perché quest'antologia è una "storia", un mattone, non un greatest hits. Questi quattro CD raccontano una vicenda precisa che, per come la giri, è comunque incentrata sul passato. Un brano nuovo - quindi rivolto al futuro - non ci avrebbe azzeccato granché.  

Hai parlato di una "antologia-mattone": puoi essere più preciso?
Beh, trent'anni di carriera sono un mattone bello pesante, inutile girarci attorno. Razionalizzare tutta questa musica (76 brani in totale, ndr) in un tale oggetto fisico - un po' disco, un po' libro - era una cosa che ci serviva tremendamente. Soprattutto dopo la mia idea di partecipare ad X Factor...

Non ti seguo.
Fare il giudice in quel programma di Sky, incontrare tutti quei concorrenti differenti, mi ha fatto capire una verità sconvolgente. Ovvero quanto poco del nostro lavoro sia riuscito a passare alla generazione successiva. Una generazione che di certo non venera il "successo" degli Afterhours, ma al massimo quanto sia figo riempire lo stadio di Wembley...

La triste logica del completamente sold-out.
Che peccato, vero? Per noi fare musica negli anni '90 significava campare del mestiere che più ci piaceva. Non ci interessava fare soldi a palate e finire sui grossi media, ma avere la libertà di incidere un altro disco e portarlo in tournèe. Ecco, Foto di Pura Gioia è essenzialmente questo: una prova schiacciante. Riuscire a fare il tuo onesto lavoro, per tre decenni di fila, senza per forza andare in televisione... Anche se poi io ci sono finito eccome in tv! (ride)

Non ti viene mai voglia di fuggire un'altra volta? Come già facesti a fine millennio quando spostasti la tua residenza da Milano a Bologna. Abbandonando di fatto una scena artistica che non ti intrigava più.
Forse sì, ma solo perché il mio ego è composto da due anime in perenne contraddizione. C'è la parte femminile di mia madre che, di suo, era una profuga istriana. Ovvero una donna che ha passato gran parte della sua vita a muoversi. E poi c'è quella di mio padre Italo che è sempre stato il patriarca per antonomasia. Stabile. Legatissimo al suo luogo di nascita. Ora che sono un papà felice, che avrei bisogno soltanto di radici, ogni tanto guardo in faccia la mia compagna e le dico: «Hey, quand'è che molliamo tutto e ce ne andiamo da qui?». Quella si che sarebbe la transumanza degli Agnelli! (ride)

Forse sarebbe il caso di rimandare visto che il prossimo 10 aprile vi aspetta la vostra unica data italiana del 2018: un impegnativo concerto-fiume al Forum di Assago.
Hai fatto bene a chiamarlo così perché di questo si tratterà: di un vero concerto rock e non di uno spettacolo. Non saremo lì a intrattenere la folla facendola divertire a colpi di effetti speciali da immortalare sugli smartphone. Qualche giorno fa siamo andati al Forum a vedere Nick Cave e la sua performance totale ci ha lasciato a bocca aperta: filmati su pellicola proiettati alle sue spalle ed invasioni di palco collettive perché Cave voleva davvero sentire con mano il suo pubblico. Farlo partecipare ad una sorta di messa-blues. E poi il silenzio: erano anni che non sentivo il silenzio durante un live visto che oggi stanno tutti lì a schiamazzare e a scattare foto... (sospira)

Qualche altra piccola anticipazione?
Sarà un concerto di tre ore che coinvolgerà parecchi ospiti. Per la maggior parte ex membri degli Afterhours più qualche altra sorpresina speciale...

Cosa manca attualmente ad uno come Manuel Agnelli?
La Porsche! Non sono mai riuscito a farmi la Porsche! (sghignazza) Scherzi a parte, a livello musicale c'è ancora molto da esplorare per la mia band. Situazioni diverse che adesso non sto qui ad elencarti, ma che prima o poi andranno vissute.

Nel 1990 la Geffen (ovvero l'etichetta dei Nirvana e dei Guns N' Roses) vi fece un'offerta per andare a incidere negli Stati Uniti. E voi non ve la siete sentita: fu proprio quella la fatidica chance mai agguantata dagli Afterhours?
Sì, hai ragione. Con i nostri primi due album in inglese (All the Good Children Go to Hell e During Christine's Sleep) ricevemmo delle ottime recensioni da parte di Alternative Press che all'epoca era un signor magazine di tendenza. Quegli articoli - dove si sosteneva che scrivevamo ottimi brani nonostante i testi romantici e scontati del cantante! - attirarono l'attenzione di uno come Gary Gersh, alias il discografico della Geffen che si occupava di mettere sotto contratto i nuovi talenti (e che in quello stesso periodo firmò Cobain e soci, ndr). Ci scrisse pure una bella lettera consigliandoci di andare a vivere negli States, ma noi eravamo giovani e declinammo in maniera gentile. Col senno di poi ti dirò che è stato meglio restare qua. Anche se...

Ti è rimasto il dubbio?
Beh, l'America è la mamma di ogni rocker, no? In Italia, però, siamo stati protagonisti di un momento importantissimo: i nostri anni '90 a stelle e strisce forse sarebbero stati meno significativi e quindi a posto così. In fondo la storia degli Afterhours non è stata malvagia anche da questa parte dell'oceano.