Home MusicaNewsMassimo Ranieri: «Canto l’amore per Napoli a ritmo di jazz»

Massimo Ranieri: «Canto l’amore per Napoli a ritmo di jazz»

Il cantante racconta a Sorrisi di sé e del suo nuovo album «Malìa», in attesa di tornare su Raiuno a gennaio con «Sogno e son desto 3»

Foto: Massimo Ranieri  - Credit: © Saglio @ Photomovie

16 Ottobre 2015 | 15:24 di Andrea Di Quarto

Le Officine Meccaniche di Mauro Pagani sono molto di più che uno studio di registrazione di Milano. Qui sono nati capolavori come «Crêuza de mä» di Fabrizio De André e hanno inciso artisti del calibro di Daniele Silvestri, Samuele Bersani, Bluvertigo, Negramaro, Stefano Bollani, Elisa e star straniere come i Muse e i Franz Ferdinand.

È qui che incontriamo Massimo Ranieri, da anni frequentatore assiduo dello studio in cui ha visto la luce anche il suo ultimissimo «Malìa», disco di rara eleganza che ripropone 12 classici della canzone napoletana degli Anni 50 e 60 in versione jazz, suonati da un dream team di musicisti che annovera, tra gli altri, Enrico Rava, Stefano Di Battista, Rita Marcotulli, Riccardo Fioravanti e Stefano Bagnoli.

«Erano anni che volevo fare un disco così» ci dice Ranieri. «La mia paura era di “ranierizzare” troppo queste canzoni che sono delle piccole perle. Volevo mettermi al servizio di queste melodie. Credo di avere fatto un passo avanti nella mia carriera, forse anche due».

Prima di questo disco qual era il suo rapporto col jazz?
«Zero. Ho alcuni dischi di Miles Davis e John Coltrane, ma ho sempre fatto fatica a capirlo, a entrarci dentro. Non voglio certo spacciarmi ora per un conoscitore del jazz, eppure ne sono attratto: chi mi ha avvicinato è stata certamente la divina Ella Fitzgerald. Poi piano piano sono passato a Count Basie: pezzi un po’ più morbidi, un po’ più digeribili. Gli artisti jazz mi affascinano, capisci che non seguono nessuna linea, vanno per conto loro e gli devi star dietro. La fortuna con “Malìa” è stata che i grandi jazzisti che vi hanno suonato mi hanno condotto con dolcezza nel loro mondo e mi sono divertito. Spero di rifarlo».

Perché «Malìa»?
«È la forza che ammalia, appunto. Quella che ha a che fare con il sedurre, una parola che oggi quasi non si usa più. Non c’è più tempo, non ci lasciamo più sedurre dalle cose, dalle persone, da un quadro, da un’alba, dalle parole».

Lei è sedotto dalla musica napoletana, però dalla sua città se n’è andato da bambino…
«Sì, ma me so’ purtato u’ sacco appriess (letteralmente “ho portato il sacco con me”, un’espressione che sottolinea il legame profondo con la città, ndr). Ci vado spesso,  anche se abito a Roma da 50 anni. Ultimamente sono stato 12 giorni al Teatro Diana col mio spettacolo e ho sentito lo stesso profumo e la stessa atmosfera che si respirava negli Anni 70 e 80 ai tempi di Pino Daniele, Napoli Centrale, Almamegretta. C’è un nuovo fermento, si sente nell’aria. Questa città si è risvegliata un’altra volta, c’è voglia di fare, di un nuovo rinascimento. Oggi la “corrente del Golfo” sono i rapper, che rappresentano per i ragazzi quello che erano i Daniele e i De Piscopo. C’è una vitalità palpabile, c’è  voglia di rivivere certe cose. E questo mi ha riempito di gioia».

Quali sono i suoi posti del cuore in città?
«Santa Lucia, il mio quartiere. Dove io sono nato anche come cantante. Giovanni Calone (il vero nome di Ranieri, ndr) viene da lì: quando passo da Napoli devo per forza andarci e farmi una passeggiata in quel posto».

Cantante, attore di cinema e teatro, conduttore: lei si è sempre ciclicamente rinnovato. Mai sentito il bisogno di certezze?
«Cerco sempre sfide nuove. Voglio imparare. Pensi che noia, altrimenti! La ricerca è il sale della vita, se no avrei fatto un altro mestiere. Io mi diverto così. Spero sempre che quella porta si apra ed entri qualcuno che m’insegni qualcosa; mi sento ancora allievo e voglio esserlo. Come dico sempre: io a casa mia sto in pigiama, ma con le scarpe. Pronto a uscire alla bisogna».

Professionalmente come si definirebbe?
«E che ne so? Rubo una definizione a Totò: un operaio dello spettacolo».

A 12 anni si faceva chiamare Gianni Rock ed era già in tournée in America. Non le è mai mancata un’infanzia normale?
«Eccome! A sette anni già lavoravo, a 12 cantavo, che però era sempre lavoro. Non ho mai avuto giocattoli, a parte la mia professione».

Perché non ha mai scritto canzoni?
«Al massimo in vita mia ho scritto una cartolina. Ho la quinta elementare, ma mi hanno promosso perché ero bravo a cantare, altrimenti stavo ancora là. Non ci ho mai provato. Mi sono sempre detto: lasciamo fare a chi sa fare. Io sono un interprete, categoria ormai sparita. Oggi tutti se la cantano e se la suonano, come dicono a Roma».

La rivedremo in tv?
«Il 16 gennaio torno con “Sogno e son desto 3”. Squadra che vince non  si cambia, c’è ancora Morgan e l’impianto rimane quello che la gente ha apprezzato. Saranno tre puntate e finiremo la settimana prima di Sanremo».

Ha mai avuto un modello di riferimento?
«Due: Mimmo Modugno, non a caso attore anche lui, e Lelio Luttazzi. Era meraviglioso: cantava, suonava, conduceva, era anche attore se ne aveva l’occasione. Io l’ho adorato, volevo essere come lui. È stato inconsciamente il mio faro».

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