Home MusicaNewsNeffa, ecco la mia «Resistenza»: l’intervista integrale

Neffa, ecco la mia «Resistenza»: l’intervista integrale

Il cantautore racconta in esclusiva a Sorrisi come sono nate le canzoni dell'album in uscita il 4 settembre

01 Settembre 2015 | 09:39 di Barbara Mosconi

Da oltre vent'anni Neffa appare e scompare dal mondo delle sette note per brevi e intensi periodi, arriva in scena, canta, poi si chiude a scrivere e comporre per sé e per altri, e il suo nome aleggia qua e là come qualcosa di ineffabile e desiderato. Il 4 settembre esce il suo nuovo album intitolato «Resistenza»: 13 brani da lui composti e cantati, aperti per l’appunto dall’omonimo «Resistenza», passando per i singoli estivi «Sigarette» e «Colpisci».

Questo nuovo album come nasce?
«Ci ho messo un anno e mezzo a farlo. Prima ho finito di scrivere per il disco di Nina Zilli e poi, sull'onda, ho continuato a scrivere. Ho composto “Sigarette” e di seguito gli altri pezzi, più sofferenti. È una questione cronologica, canzoni come “Dubai” e “Twit” sono venute fuori un anno dopo. Ma nascono tutti dallo stesso Big Bang (la rottura fra Neffa e Nina Zilli, ndr). È un album totalmente autobiografico».

In «Sigarette» canti: «La speranza di riaverti se n’è andata già tempo fa».
«È stata la prima canzone che ho scritto e che non ho proposto a Chiara (Nina Zilli, ndr). Quando la scrivevo ho capito: “Questo è il tipo di canzone che devo fare io”. Ci sono canzoni che scrivo e che, finché posso cantare, le devo cantare io. Le mie canzoni non le scrivo per dei quindicenni, mi piacerebbe, ma il mio modo di scrivere è comunque un po’ troppo adulto. Io mi sento mille anni addosso».

«Sigarette» è stato uno dei tormentoni estivi.
«Basta con questa storia dei tormentoni, i tormentoni sono canzoni sceme, solo perché dico “la-la-la”? Sigarette è un dramma! Parla di un alienato, che non ha amore né speranza di rivedere la sua donna».

Sei sempre arrabbiato come in «Colpisci»?
«Sembro arrabbiato? “Colpisci” parla di uno che va incontro alla propria sorte con una certa dignità. Parlo dell’assassinio dell’amore, della possibilità che una persona possa essere così orgogliosa da uccidere il proprio amore per non essere ferita. Chiude la porta dell’amore. In questo non ci vedo tanto amore. Alla fine ho capito che per stare insieme a una persona devi rinunciare a un pezzo di te».

A un primo ascolto sembra un disco energico e solare nei suoni e negli argomenti, ma nei testi è pieno di malinconia.
«Prendi “Occhi chiusi”, per me è un classico esempio, si parla dell’acqua che sta bollendo, ma parlo anche delle acque che si surriscaldano e dei pesci che muoiono. Se vuoi solo il primo strato della mia canzone, perché è morbido e ti ci vuoi distendere, è perché non c’è voglia o non c’è tempo di andare oltre. Ma io in una canzone ci metto almeno tre strati. Anche quando ascolto i Beach Boys io vado sotto e trovo roba».

«Resistenza» cosa significa?
«Certo non è una canzone d’amore, ma è una canzone sociale: ci hanno messo in un angolo, ci hanno ammorbato di cattiveria, di competizione, ci hanno tolto il lavoro, la lettura, gli italiani non prendono un libro in mano, non votano, non si è parlato de “La grande bellezza” finchè non ha vinto l’Oscar. Ma in un angolo noi resistiamo».

E tu resisti?
«Io sono un po’ alienato, quello che mi rende vero sono le canzoni, la musica è quello che mi permette di parlare con gli altri. A un certo punto ho scoperto che la musica mi scorreva dentro. Per me è una ragione di vita. Noi siamo come dei ripetitori e la musica arriva da cose che non sappiamo».

A te da cosa arriva?

«Quando mi viene un’idea, sento una musica nella mia testa, e poi la musica mi fa sentire anche il suono delle parole, ad esempio se una frase finisce per “e” o per “a”. In “Sigarette” il primo suono che avesse un senso, la prima frase che ho messo su, è stata: “la mattina”. Allora ho scritto: “Sigarette la mattina”. Potevo anche scrivere: “Erba fresca la mattina”. Ma mi piaceva più “sigarette”».

Sei contento di questo disco?
«Mi emoziona. E io mi sento una persona migliore quando una mia canzone mi emoziona. E ringrazio tutti quelli che in questi anni sentivano una mia canzone e sono venuti da me dicendomi che l’avevano sentita dentro».

Alcuni ti definiscono un cantante di «nicchia».
«E perché? Io faccio musica popolare, non ho mai scritto per poche persone. Forse all’epoca dei Sangue Misto ero ascoltato da poche persone, ma a me piace una musica popolare».

Musica «pop»?
«Io preferisco dire “popolare”, pop mi sembra un voler ridurre, quando si dice pop è come quando fai qualcosa per incontrare i gusti del pubblico, io mi sento uno del popolo e faccio musica per le persone».

Carlo Conti ha fatto il tuo nome per il Festival di Sanremo 2016.
«Andrei a un Festival di Sanremo fatto da Carlo Conti, ci trovo più garanzie per un cantante rispetto a dei Sanremo fatti da altre persone. Ma Sanremo in sé mi sembra un’occasione per parlare di tutto tranne della musica».