Home MusicaNewsNeri per caso: «Ecco come sarà il nostro nuovo album»

Neri per caso: «Ecco come sarà il nostro nuovo album»

In attesa di chiudere il festival a cappella «Vocalmente» di Fossano, il gruppo salernitano si racconta: «Oggi abbiamo la struttura di un'azienda»

Foto: I Neri per caso nella nuova formazione.

28 Agosto 2015 | 14:44 di Franco Bagnasco

Stasera cantano a Cesenatico, e domenica 30 agosto chiuderanno a modo loro la seconda edizione del festival internazionale a cappella «Vocalmente», iniziato ieri al Castello degli Acaia, a Fossano (Cuneo), con la direzione artistica di Tobias Hug. I Neri per caso non solo sono vivi e lottano insieme a noi, ma scaldano le corde vocali in attesa dell’imminente uscita del loro prossimo album. Per il gruppo parla il tenore Massimo De Vitiis.

Finalmente rieccovi con un disco, che arriva dopo «Donne», del 2010. Vogliamo dare alcune anticipazioni?
«Uscirà tra la fine di settembre e i primi di ottobre per la Elios Recording, stiamo facendo gli ultimi lavori di missaggio ed editing. Dovrebbe intitolarsi, molto semplicemente, “20”, in omaggio ai nostri vent’anni di carriera discografica, a partire dal boom de “Le ragazze”, nel 1995. In realtà se andiamo alla nascita del gruppo si arriva quasi a trenta».

Sempre immersi nella dimensione delle cover?
«La loro trasposizione a cappella è quella che ci ha resi più noti, del resto. Ma avremo anche un paio di inediti: uno l’ha scritto il nostro produttore, Nello Manvati, e l’altro è di Matteo Saggese e Peppe Servillo degli Avion Travel. Saggese vive da vent’anni a Londra ed è l’uomo che ha composto “Di sole e d’azzurro” di Giorgia e “Diamante” di Zucchero, per fare due titoli».

Veniamo alle cover.
«Cose che abbiamo sempre fatto dal vivo e mai incise: da “Englishman in New York” di Sting a “Caravan of Love” degli Housemartins, passando per “Human Nature” di Michael Jackson, “Michelle” dei Beatles e “Come away with me” di Norah Jones, pezzo che abbiamo utilizzato anche per lo spot sociale da noi realizzato poco tempo fa per CoorDown, l’associazione che sostiene il futuro delle persone con la sindrome di Down».

Intanto vi siete da poco esibiti al Ravello Festival con Bobby McFerrin, quello di «Don’t Worry be Happy”…
«Già, era un nostro sogno. Tutti lo conoscono per quel pezzo, ma in realtà è una sorta di scienziato della voce. Unico».

Due anni fa è uscito dal gruppo Diego Caravano. Perché? E da allora, come sono cambiati i vostri equilibri?
«Credo che in lui si fosse spento un po’ di entusiasmo per la dimensione comune. È insegnante di coro e pianoforte, e penso volesse dedicarsi soprattutto a quello. È stato sostituito da Moris Pradella, un ragazzo di Mantova originario dell’Eritrea. Diploma di pianoforte, bella voce… Ma ogni tanto, visto anche lui aveva alcuni contratti già firmati, lo sostituiamo con Daniele Blaquier, già visto anche a “The Voice”. Ecco, ci stiamo strutturando un po’ più come azienda…».

In che senso?
«Ma è naturale, col tempo… Abbiamo una media di 41/42 anni, ci conosciamo, sappiamo chi fa meglio cosa. Ciro, che ha anche un suo coro di 45 elementi, fa l’arrangiatore. Le relazioni con il pubblico, gli impresari, e queste cose, le seguiamo più io e Gonzalo; Mario è l’intrattenitore da palco, e via discorrendo».

Un po’ come i Pooh. Chi tiene la cassa?
«Nessuno in particolare: abbiamo sei partite Iva diverse».

Vi è mai capitato di esibirvi in cinque anziché sei?
«Certo, ma mai per interi concerti. Ti senti come una chitarra suonata con cinque corde. L’armonia è incompleta, ma si riesce».

Siete usciti dal giro delle grandi etichette, come Sony?
«Sony in realtà ci ha distribuito. Siamo passati attraverso la Emi e all’inizio la Easy Records di Claudio Mattone. Il debutto fu folgorante…».

700 mila copie con “Le ragazze”…
«Cifre oggi impensabili. Quando un disco va molto bene, in qualche mese, vende al massimo 200 mila copie. Già nel 2008, quando in piena crisi vendemmo 50 mila copie con “Angoli diversi”, fu un successo paragonabile agli inizi».

Perché oggi, è noto, si guadagna con i concerti…
«E noi in quel senso ce la caviamo: ci invitano ai festival a cappella, come questo di Fossano, tra i più importanti in Europa, ma ne esistono ovunque, per esempio in Germania. Facciamo tour in Asia, Sudamerica ed Est Europa. Piazze, locali… I dischi sono soltanto un bel biglietto da visita, ormai».

Però dalle grandi, visibili ribalte nazionali siete quasi spariti…
«Facciamo poca tv, ma anche per scelta, e non lavoriamo grazie a quella: bisogna selezionare un po’. Siamo stati da Savino a “Quelli che il calcio” e da Crozza a “Nel Paese delle meraviglie”. Poco, ma buono».

All’inizio c’era anche la moda Neri per caso…
«Quel periodo, esaltante, non poteva durare per sempre. Era evidente. Il bello è che da allora ci considerano un po’ i precursori di un genere, e quest’etichetta ci porta ancora visibilità e inviti vari ovunque nel mondo».

Dove ne avrete viste di tutti i colori…
«Una tra le più strane successe a Giacarta, in Indonesia, quando arrivammo per cantare e trovammo sul palco sei ragazzi che rpoponevano le nostre canzoni con lo stesso arrangiamento e testo, ma marcato accento locale. Curioso, ma una grande sodddisfazione, lo ammetto. A Shanghai invece ci imbattemmo in un gruppo di cinesi che facevano in napoletano, a modo loro, un classico partenopeo: “A città e Pulecenella”».