Home MusicaOmbretta Colli: la Spagna ha scelto come inno un suo brano, ecco perché

Ombretta Colli: la Spagna ha scelto come inno un suo brano, ecco perché

Dai balconi di Madrid, gli spagnoli hanno scelto la sua “Facciamo finta che… tutto va ben” contro il virus e a maggio uscirà il suo libro “Chiedimi chi era Gaber”

Foto: Ombretta Colli  - Credit: © Renato Lani

10 Aprile 2020 | 11:00 di Solange Savagnone

Buongiorno Ombretta, per prima cosa: come sta?
«Bene, grazie. Ma sempre allerta e attenta a evitare di contrarre il famigerato virus!».

E la sua Milano? Ha avuto modo di vederla in questa nuova veste?
«Mi trovo in Versilia, nella nostra casa di Camaiore, da prima che le giuste disposizioni vietassero gli spostamenti non urgenti. Gli amici mi parlano di una Milano semideserta. La vedo anch’io in televisione. Mi ricorda il Ferragosto ma purtroppo questa è una costrizione, non il risultato di un esodo vacanziero».

Cosa pensa dei “flash mob” che sono stati fatti dai balconi della città?
«Un segno importante di vicinanza, direi di autentica appartenenza».

Ha partecipato in qualche modo anche lei?
«Idealmente, perché qui in campagna non ci sono balconi! Ma ho visto le immagini, ed è proprio stata una bella cosa, commovente, vera».

In Spagna la sua canzone “Facciamo finta che… tutto va ben” è diventata l’inno contro il coronavirus. La gente la canta dai balconi dopo che è stata usata in un programma radiofonico. Le fa piacere?
«Certo che mi fa piacere! È una bella canzone, con un taglio molto popolare, come del resto le canzoni di maggior successo che ho cantato. E ha fior di autori: Franco Pisano, Maurizio Costanzo e un altro grande amico scomparso, Umberto Simonetta».

Come è nato questo brano?
«Era la sigla di una miniserie televisiva del 1975 intitolata “Giandomenico Fracchia”, con la regia di Antonello Falqui e il grande Paolo Villaggio come protagonista. Fu un grande successo».

Qual è il significato profondo del testo della canzone?
«Ironizza sul fatto che molte, troppe cose sembrino andare bene quando non è vero affatto, ma noi facciamo finta che sia vero. La strofa chiave recita: “Facciamo finta che… / Che il povero sia in fondo un gran signore / Che il servo stia assai meglio del padrone / Che le persone anziane stian benone / Che i giovani abbian sempre… un’occasione”».

Corrisponde a un momento particolare della sua vita?
«Tornavo in televisione dopo circa cinque anni di assenza, anche a seguito di un discreto successo come cantante. Fu un passaggio importante e anche molto felice della mia carriera. E nel frattempo anche il “teatro-canzone” di Giorgio esplodeva definitivamente».

Fu subito un successo?
«Sì, un motivo immediato che subito la gente canticchiava».

Ha un ricordo particolare legato a questa canzone?
«La miniserie era terminata da poco. Incontro per strada una giovane signora con una bimba di sei-sette anni per mano. La mamma mi riconosce e dice alla figlia che io ero l’interprete di quella canzone che evidentemente la bimba amava molto. Le chiesi se me ne cantava un pezzettino. La cantò tutta! Ero davvero commossa».

Com’è stato recitare con Paolo Villaggio? Che uomo era? Siete diventati amici?
«Paolo era straordinario. Spiritosissimo anche nella vita e nel lavoro, ma molto attento e rispettoso dei suoi colleghi. È stato uno dei primi, a parte mio marito, a valorizzarmi per la mia sensibilità e intelligenza che lui, bontà sua, considerava notevoli, lasciando finalmente in secondo piano l’aspetto fisico. Paolo per noi è stato anche un amico. Pochi anni fa venne per la Fondazione a Pietrasanta per inaugurare una mostra dedicata a Giorgio e non ha mai mancato di testimoniare la sua stima e la sua amicizia».

A suo marito Giorgio Gaber piaceva questa canzone?
«Molto! La trovava in linea con il mio stile e le mie scelte. E poi c’era Simonetta come autore che con lui aveva scritto i più importanti successi degli Anni 60: “La ballata del Cerutti”, “Trani a gogò”. “Porta Romana”, “Il Riccardo”».

La cantavate mai assieme?
«Più che cantarla, “facciamo finta che” era diventato un nostro modo di dire; il nostro “tormentone” quando dovevamo farci andare bene per forza cose sgradite».

A maggio uscirà per Mondadori un libro scritto da lei e dedicato a suo marito e alla vostra famiglia. Come mai ha deciso di scriverlo?
«Ho meno impegni di un tempo e mia figlia Dalia e Paolo (Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione e coautore del libro, ndr) hanno insistito molto. Mi sono trovata a chiacchierare con Paolo e a ricordare tante cose. Ho sentito quasi il bisogno di dar voce a questi pensieri».

Ce ne può parlare?
«È il racconto della mia vita intrecciato a quella umana e artistica di Giorgio. C’è un ordine cronologico ma non cronachistico. Ho scelto i momenti miei e suoi che ancora maggiormente mi emozionano. Non sono una scrittrice, ma spero di dare una testimonianza sincera dei momenti più significativi di due vite rese certamente non banali da un pubblico che ci ha seguiti con attenzione e affetto».

Il titolo è “Chiedimi chi era Gaber”. Le chiedo quindi: chi era davvero Giorgio Gaber?
«La persona era ancora meglio dell’artista. E in fondo è quello che la gente si aspetta. Un uomo non può fare il percorso di pensiero e di scrittura che ha fatto lui, assieme a Sandro Luporini, se non è anche una persona di grande umanità, intelligenza e spessore».

A lui sarebbe piaciuto leggere quello che ha scritto nel libro?
«Penso di sì. Certo, perfezionista com’era, sarebbe intervenuto con aggiustamenti, suggerimenti e correzioni. Ma la sostanza dell’operazione l’avrebbe sicuramente apprezzata».

Ha raccontato cose che non si sanno di lui e di voi?
«Ho scavato un po’, come non avevo mai fatto prima, nelle nostre rispettive infanzie dove ci sono state anche fasi e momenti di fatica e di dolore per entrambi. E finalmente sono riuscita a lasciarmi un po’ andare anche nel racconto degli ultimi dolorosissimi anni».

Nel libro si accenna al vostro primo incontro, le va di raccontarcelo?
«Il primo approccio fu tutt’altro che gradevole. Mi chiamarono per delle pose fotografiche, poi non utilizzate, per una copertina di un suo 45 giri. Lui evidentemente non amava questo tipo di incombenze professionali e fumava una sigaretta dietro l’altra; io nervosissima perché chiamata all’ultimo minuto senza uno straccio di trucco e di preparazione. Ci siamo rivisti parecchio tempo dopo a Roma e lì, magicamente, è scoppiata la scintilla».

Cosa l’ha fatta innamorare?
«C’è una componente misteriosa nell’innamoramento. Puoi razionalizzare fin che vuoi, ma invano, nell’illusione di trovare una o più ragioni al tuo sconvolgimento emotivo. Poi col tempo apprezzi meglio le caratteristiche della persona. Ma innamoramento e ragione sono come l’acqua e l’olio».

E lui che cosa amava di lei?
«Credo fosse importante per lui avere sempre la certezza che ero disposta a battermi alla morte al suo fianco per difenderlo e sostenerlo».

L’amore vero è una fortuna o c’è un segreto per farlo funzionare?
«L’apice dell’amore è la liberazione dal proprio ego. Si diventa un noi e l’io sparisce e si entra in una dimensione quasi estatica. Ma purtroppo per poco. Poi l’ego ritorna, con tutti i suoi limiti, a rendere faticosa la vita. L’importante è avere fiducia che, seppure più raramente, questo “noi” ritorni».

Quali sono state le persone del mondo dello spettacolo che si sono guadagnate un posto speciale nei vostri ricordi di gioventù?
«Ne ricordo due. Per quanto mi riguarda Franco Battiato, amico adorato, insostituibile e genio assoluto. Per Giorgio, Enzo Jannacci: un sodalizio nato da ragazzi quando muovevano i primi passi nel mondo della musica e mai interrotto».

Cosa le manca di quel mondo?
«La semplicità. Delle cose, della vita, delle persone. Oggi tutto è distorto e sembra che nulla davvero ti appartenga. Manca sempre di più il rapporto fisico e concreto con la realtà».

Lei nel 1960 arrivò seconda a Miss Italia. Le è dispiaciuto non vincere?
«Le assicuro che già arrivare seconda fu un successo incredibile e difficilmente gestibile per una donna che era poco più che una ragazzina. Per fortuna c’era mia madre che mi ha sempre tenuto con i piedi per terra».

Come mai partecipò al concorso?
«Per un’aspirante attrice era normale provare a partecipare alle selezioni del concorso più visibile e importante che ci fosse allora. Mi andò bene».

Se oggi accanto a lei ci fosse Giorgio, come commentereste la situazione che stiamo vivendo in queste settimane?
«Giorgio dava sempre un contributo di pensiero e di analisi originale e intelligente alle cose che lo circondavano, pubbliche o private che fossero, sorprendeva sempre anche me. Quindi né io, né nessun altro possiamo prevedere quello che Gaber avrebbe detto. Ma l’essenza delle persone emersa con forza in questa situazione estrema lo avrebbe sicuramente molto interessato».

La cosa di lui che adesso le manca ancora di più?
«La sua autorevole dolcezza».

Lei come affronta la quarantena?
«Molta televisione, molte telefonate, giochi di società, soprattutto a carte, in famiglia. E scoprire che tante cose che sembravano decisive non sono poi così indispensabili».

Ha mai paura?
«Sempre meno. Più il passato si consolida, meno avverti il futuro come una possibile minaccia. È un privilegio la maturità».

C’è una canzone che le dà forza in questo momento ed è diventata un po’ il suo di inno?
«Mi trovo spesso in questi giorni a canticchiare “La solitudine non è mica una follia, è indispensabile per star bene in compagnia”. È una canzone firmata Gaber-Luporini del 1976!».

Appena finirà tutto questo, che cosa farà?
«Prima in Versilia e subito dopo a Milano, inviterò a casa gli amici. Per una cena, per un brindisi. Per tornare, alla normalità».