“Only the strong survive”: ecco il cuore black di Bruce Springsteen

Il nuovo album del Boss è un grande omaggio al soul e al rhythm’n’blues

17 Novembre 2022 alle 08:13

Sotto la doccia con Bruce Springsteen. Non è una battuta, né una cattiveria: forse “Only the strong survive”, il nuovo album del Boss, uscito l’11 novembre, è nato proprio così. A due anni da “Letter to you”, Springsteen è tornato con 15 canzoni che teneva nel cuore, classici del soul e del rhythm’n’blues sparsi tra gli Anni 60 e 80 (ma c'è un’appendice datata 2001) che avrà ascoltato e cantato mille volte per farsi compagnia. E ne ha fatto un gioiello.

«Ho tenuto 15 pezzi e altri 40 sono finiti nel cestino» ha detto Bruce. «Sostanzialmente ho scelto canzoni che amo e che mettono in evidenza la mia voce». E quale situazione mette l’ugola più alla prova che non una cantata sotto la doccia? Risultato: Bruce sfodera una voce così “black” da lasciare incantati. Se il suo udito pare sia ormai provato da una vita di rock (pare che a casa porti gli apparecchi acustici, con un certo dispetto della moglie Patti Scialfa che non capisce se lui non senta o non voglia sentire…), sull'ugola il Boss non ha dubbi: «Sono stato fortunato, perché la mia voce migliora con gli anni», ha detto in una recente intervista.

Che cosa troviamo, allora, nell'album? Una raccolta di “canzoni del cuore”, appunto. Un omaggio a una schiera di grandi interpreti come Supremes, Four Tops, Temptations, Commodores, Jerry Butler, Jimmy Ruffin, Ben E. King e Walker Brothers (che non erano né fratelli, né neri, ma avevano dentro tanto di quel soul da far tremare i muri), impreziosito in due pezzi dall'intervento dell'ottantasettenne Sam Moore, metà del mitico duo Sam & Dave e uno degli ultimi antichi maestri rimasti in attività.

Gli arrangiamenti non tradiscono troppo le versioni originali e quindi è naturalmente forte lo strappo musicale rispetto ai lavori di Springsteen con la E Street Band e a quelli più solistici. Qui al fianco di Bruce c'è solo Ron Aniello, collaboratore ormai di lunga data che suona tutti gli strumenti che non siano fiati o archi. Il colpo d'ala, comunque, arriva là dove la voce è più protagonista. Il Boss sbanca con questo pokerissimo: “Only the strong survive”, “Nightshift”, “The sun ain't gonna shine anymore”, “7 Rooms of gloom” e “What becomes of the broken hearted”. E tra questi titoli respiriamo anche un certo profumo d'Italia, visto che non ci dimentichiamo di una “Nightshift” di Mario Biondi (2015), di varie versioni di “The sun…” proposte col titolo “Il sole non tramonterà” (ricordiamo quelle di Caterina Caselli e dei Casuals, entrambe del 1967), e di una “What becomes…” che lo stesso Jimmy Ruffin, l'interprete originale, cantò in italiano nel 1967 col titolo “Se decidi così”. Non finisce qui: Springsteen riprende anche “Don't play that song”, resa eterna da Ben E. King e Aretha Franklin, che nel 1962 diventò popolare anche da noi grazie a Peppino di Capri (che la incise in inglese) e a Ricky Gianco che la trasformò in “Tu vedrai” cambiandone il senso di lamento d'amore disperato in un inno alla potenza di Dio.

La domanda fatale: perché Bruce Springsteen ha deciso di fare un disco così? La risposta l'ha data lui stesso dicendo «La mia carriera è stata una conversazione lunga una vita con il pubblico, e sono grato ai miei fan che sono ancora interessati alle cose che interessano anche me», e questa musica è quella che Bruce amava e suonava da ragazzino. Non aveva nulla da dire di “suo”? È ancora il Boss a parlare: «Scrivere certi pezzi è una fortuna. Ci metti la tua abilità “artigianale”, il tuo talento, gli anni che hai vissuto. Insomma, lo sai come mettere insieme una canzone. Ma al contempo sai anche che ci sarà sempre qualcosa “di più” che entra in gioco e che tu non puoi capire. È l'X Factor».

Oggi per Springsteen l'X Factor forse è quel mix di cuore e memoria, che già aveva esplorato nel 2006 proponendo “We shall overcome: The Seeger sessions”, album dedicato al folksinger Pete Seeger. Un mix che per molti grandi della musica americana diventa un'urgenza per far capire che senza radici non si esiste: pensiamo anche alla saga “American” di Johnny Cash. Non sono nomi fatti a caso, perché li ha evocati lo stesso Springsteen recentemente: «Mi sono imbattuto nel lavoro più fortunato che ci sia, Perché mi hanno coperto di soldi per fare qualcosa che avrei fatto gratis… Penso a gente come Johnny Cash e Pete Seeger e mi dico “Non so se farò per sempre dei concerti da tre ore, ma posso suonare un'infinità di tipi di musica”. Quel tipo di spettacolo che ho portato a Broadway (si riferisce a “Springsteen on Broadway”, una colossale serie di 266 concerti tenuti in due teatri di New York tra il 2017 e il 2021, ndr) lo posso fare per tutto il resto della mia vita, in quella forma o in una forma simile, se voglio. È per questo che non riesco proprio a vedermi come un pensionato». E infatti noi rivedremo in Italia il Boss in maggio (a Ferrara e Roma) e in luglio (Monza). Voce e anima gli danno ragione.

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