Home MusicaParla Joe T. Vannelli, l’Highlander dei Dj italiani

Parla Joe T. Vannelli, l’Highlander dei Dj italiani

Sta dietro la console dal 1977, ne ha viste di tutti i colori e ce le racconta. La filosofia dell'artista della dance e dell'house music

 - Credit: © Angelo Lanza

13 Maggio 2015 | 13:22 di Franco Bagnasco

C’è un Highlander dietro la console. C’è un ultimo immortale che fa dell’intrattenimento discotecaro una scienza esatta. Si chiama Joe T. Vannelli (o JTV), 56 anni, tarantino ma cittadino del mondo. Dj, produttore discografico, conduttore, doppiatore, voce da spot. Ovunque, dove c’è un posto dove si balli (o si sballi), lui ha lavorato.

Vannelli, se la chiamo Giuseppe (Troccoli), il suo nome all’anagrafe, come la vede?
«Mi fa un po’ impressione: non mi chiama Giuseppe neanche mia madre…».

Una vita spesa per l’house e la dance, possiamo dirlo?
«Direi proprio di sì. Stavo riascoltando poco fa un pezzo mixato come JT Company, vent’anni fa, e mi sembra praticamente uguale a una cosa appena sfornata da Jamie Jones. Sto anche valutando se ci siano gli estremi per una causa per plagio. Mi piace l’idea di non passare di moda. Stanno tornando prepotentemente l’house e i suoni che negli Anni 90 abbiamo creato noi con le prime tastiere Roland».

Prossimi impegni?
«Sto per andare al Wall Lounge di Miami, poi partirò per Dubai, e in seguito ci sarà “Tomorrowland”, il Festival in Belgio che vede esibirsi 400 dj da tutto il mondo, e io sono tra questi. Una cosa monstre: hanno già venduto 200 mila biglietti, il cui costo varia da 300 a 2.000 euro».

Come spiega questo ritorno dell’house?
«È come nel fashion style: tutto ritorna, prima o poi. C’è poco da fare.

Qual è il pezzo o la produzione di cui va più fiero?
«Sicuramente “Sweetest Day of May”, questo pezzo di vent’anni fa, il primo gospel fatto da un italiano, realizzato ai tempi in cui lavoravo in una discoteca gay, e che ora ho remixato. Vediamo se rinverdirà i fasti del passato. E poi “Play with the voice”, fatto con questa ragazza molto brava di Budapest, Csilla».

C'è un pubblico più difficile da «scaldare», in pista?
«Chi si aspetta la musica commerciale, quella che ascolti in radio. Il perfetto Dj porta la propria musica e cerca di farla amare a chi balla. Quando vedi che chi sta in pista ti sorride, e vuole risentire le tue cose, dai energia e ne ricevi in cambio, sei al massimo della felicità e lì vorresti ritornare sempre. Se arriva uno e ti chiede, faccio un esempio a caso, “Maracaibo”, è la desolazione per il Dj. Perché il vero dj ama insegnare ad amare i suoni. L’orecchio è un muscolo da allenare, e sono convinto che noi abbiamo anche una funzione educativa, in qualche modo».

Quindi il suo compito sarebbe?
«Creare l’onda musicale perfetta nell’arco di quei 15-20-30 brani, a seconda dei casi, che compongono il tuo dj set. Far saltare per aria il pubblico con le tue cose, che arrivano con maggiore energia proprio perché sono tue. Gliele lanci addosso».

Un suo dj set ha fatto da cornice al primo appuntamento di «Expo City Events», la rassegna di appuntamenti collaterali ad Expo 2015 promossa da Mondadori a Milano…
«L’Expo purtroppo non l’ho ancora visitato, ma mi ha fatto molto piacere partecipare a quella serata. Anzitutto perché vengono organizzate in location pazzesche, come questa a Meritalia, che è quasi un museo d’arte moderna. E poi, tra architetti e chef, io che mi sento un sound designer, ho avuto la sensazione di aver fatto la mia parte per ciò che riguarda il suono. E ho imparato molto».

Che cosa pensa di «Top DJ», il talent sul vostro mondo, che va in onda su SkyUno?
«Ho visto al lavoro Albertino, Lele Sacchi e Stefano Fontana, che sono amici. Credo abbiano voluto fare qualcosa di figo. In generale mi pare positivo che ci sia gente che vuole fare questo mestiere seriamente e che si sottoponga al giudizio di una giuria in un programma. Dà maggiore dignità e consacrazione anche al mio lavoro. Ricordo quando tanti anni fa dicevo a mio padre di voler fare il Dj, e lui mi rispondeva: “Sì, ma di lavoro che cosa vuoi fare?”. Sono cambiati i tempi. Oggi persino il mio salumiere vuole dare il disc jockey».

Già, molti artisti o personaggi famosi si cimentano alla console più o meno per hobby. È favorevole, o vorrebbe maggiore selezione all’ingresso?
«La selezione nasce da sola, con la capacità di fare, col talento. Non ci si improvvisa. Oggi persino Paris Hilton si mette a fare la Dj. E magari molta gente va a sentirla. Ma è talmente nota che avrebbe il negozio pieno anche se facesse la parrucchiera».

Poi ci sono le star della console…
«Lavorano con staff incredibili, effetti, banchi di luci, in contesti molto lussuosi o discoteche enormi. Creano ogni volta l’evento. Uno come David Guetta prende 150 mila euro a serata. Skrillex è un altro gettonatissimo. Ho parlato con alcuni di loro e mi hanno confessato di fatturare anche 40-45 milioni di dollari l’anno. Sono come calciatori, o aziende…».

Si esagera, non trova?
«È un mondo dove girano molti soldi. Poi c’è il gioco dei tavoli, delle bottiglie costose… Al “Gotha” di Cannes mi è capitato di vedere tra il pubblico un brasiliano e un indiano che facevano a gara nello strisciare con la carta di credito bottiglie di champagne giganti di Dom Perignon da 10/12.000 euro ciascuna, quelle che ti portano quattro ragazze sexy, per poter avere il tavolo vicino alla postazione di David Guetta. In una decina di minuti saranno volati 60-70 mila euro. Queste sono evidenti degenerazioni».

Lei forse non guadagna queste cifre, ma sembra divertirsi ancora nonostante lavori da molti anni.
«Certo, e vorrei continuare a farlo. Poi ci sono i normali club, e i festival, che oggi sono il vero business. A chi fa questo lavoro con passione in teoria basta una grande sala vuota con quattro casse negli angoli e la gente che si diverte, che suda e balla, che si carica con la tua energia. Certo, non è sempre tutto merito tuo: in pista spesso si beve – oggi va molto la vodka -, e questo contribuisce a rilassare il pubblico, che è più disposto a divertirsi».

E le droghe?
«Sono contrario, lo dico esplicitamente. Girano in alcuni contesti, ma non posso farmi carico di un problema più ampio del quale non è compito mio occuparmi. Non mi sono mai drogato, neanche spinelli, ho fumato sigarette per qualche anno, finché ho capito che cosa potevo perdere, e ai miei figli dico: se restate con me, niente droga, niente piercing, e niente tatuaggi».

Per la droga ok. Ma perché niente piercing e tatuaggi?
«Perché farsi buchi addosso o tatuarsi il nome dello zio o altre simboli sul braccio credendo sia sintomo di particolare eccentricità o trasgressione, mi sembra una gigantesca scemata. Lo fai al limite se sei un guerriero Maori che va in combattimento».

Quest’estate, che cosa combina?
«Lavoro, tanto per cambiare. Sono dj resident al Tito’s di Palma de Mallorca, e poi andrò in Salento, che ha avuto il suo boom negli ultimi due anni. Vedrà che tutti i più grandi disc jockey di fama mondiale quest’estate passeranno di lì. Il Salento oggi è come Riccione e la Romagna di qualche anno fa».

Per chiudere, si autodefinisca.
«Mi sento un artista dell’house».