Home MusicaPetite Meller, l’intervista alla lolita di “Baby Love”

Petite Meller, l’intervista alla lolita di “Baby Love”

La cantautrice ex modella franco-israeliana ci racconta la sua musica e la passione per l'Africa, per i sogni di Freud e per il cinema italiano

Foto: Petite Meller  - Credit: © TV Sorrisi e Canzoni

15 Luglio 2015 | 15:56 di Valentina Cesarini

Piccola come un folletto e bianca come il latte: Petite Meller sembra davvero una Lolita dei giorni nostri, con le lunghe trecce bionde scompigliate e la voce flebile come se volesse raccontarti costantemente qualche segreto inconfessabile. Non appena vede i miei appunti registrati su un piccolo taccuino, sorride e mi dice «Anche io amo mettere milioni di cose in piccoli fogli di carta. Quando studiavo ci permettevano di portare all'esame un foglietto per pochi appunti, ma io riuscivo a scriverci di tutto.»

Il grande successo di "Baby love", un pezzo pop coinvolgente dalla ritmica calzante, che è già tormentone estivo, ha portato la giovane a trasferirsi da Parigi a Londra per lavorare al disco di esordio insieme al produttore Craigie Dodds (che ha lavorato, tra gli altri, con Amy Winehouse). 

Petite Meller, con un breve passato da modella e un futuro da cantautrice, porta in tasca una laurea in Filosofia, conseguita alla Sorbona. Ad aumentare l'aura di mistero intorno a questo personaggio apparso all'improvviso nelle classifiche musicali è l'età, che pare sia impossibile da scoprire.


Foto: Petite Meller guarda il video di "Baby Love" nella sede di Universal - Credit: © Tv Sorrisi e Canzoni

Ciao Petite, raccontaci qualcosa sul concept del singolo "Baby Love".
Ho scritto questa canzone mentre soffrivo per un amore finito. È quindi una canzone triste, ma mentre la scrivevo avevo in testa alcune ispirazioni musicali come Fela Kuti e Paul Simon, avevo i suoni africani nella mia testa e facevo beatbox io stessa. Ho deciso quindi di usare i bongos (strumenti musicali tipici dell'Africa, ndr) e la musica è diventata piena di gioia.

E l'idea per il video come ti è venuta?
Fin dall'inizio sono sempre riuscita ad immaginarmi tutto del video. Nonostante non fossimo mai stati in Africa, abbiamo scritto lo storyboard sapendo già tutto quello che volevamo metterci. Devo ringraziare la collaborazione con il fotografo Napoleon Habeica (American Apparel, ndr) e il regista A.T. Mann, che ho conosciuto in rete e ho poi fatto incontrare: loro due insieme hanno creato un team perfetto. Avevo voglia di ambientare il videoclip in Africa perché la canzone è rivolta a ragazze col cuore spezzato che hanno bisogno della musica e del ritmo per stare meglio.


Anche su di te la musica ha questo potere?

Sì, mi aiuta a far uscire fuori tutto il dolore e a lasciarlo andare via da me. E questo è esattamente quello che voglio fare con la musica del mio album: aiutare le persone a ritrovare la serenità ascoltando le canzoni e ballando con gioia.

Cosa puoi anticiparci del disco?
Uscirà all'inizio del 2016 e il titolo sarà "Milk Bath", bagno di latte [traduce in italiano ridendo].

Hai dato un nome al tuo genere musicale: Nouveau Jazzy Pop. Cosa significa?
È un mix di musica francese, jazz, sassofoni e bongos africani. L'africa di Fela Kuti è molto presente nel disco.

Quando sei andata per girare il video, cosa ti è piaciuto di più dell'Africa?
I bambini [sorride]. Sanno ballare ancora prima di averne coscienza: quando si muovono, ogni movimento risulta perfetto. Ai protagonisti del video io ho solo insegnato poche mosse, che sono quelle che faccio sempre, come quella del cuore spezzato, ma per la maggior parte del ballo loro si muovono in libertà, semplicemente ascoltando la canzone e andando a tempo di musica.

Tra le tue passioni c'è la psicanalisi. Come mai Freud ti affascina così tanto?
Perché analizza i sogni, le fantasie, i desideri: per Freud i sogni sono dei simboli che compongono un puzzle, dove realtà e fantasia sono mischiate e sta a noi dar loro un senso. I miei video sono proprio così, dei sogni.


Quali altre passioni hai oltre alla musica e alla psicanalisi?
Amo molto il cinema, soprattutto quello italiano degli anni 60: Michelangelo Antonioni è il mio preferito. Quando vedo la trilogia "L'avventura", "La notte" e "L'eclisse", ogni volta mi innamoro. Le storie parlano di coppie e relazioni, ma la cosa interessante è che se guardi lo sfondo vedi i monumenti classici italiani, e quegli edifici rappresentano le emozioni dei personaggi. Non avevo mai visto una cosa del genere al cinema, prima di questi film.

Come hai scoperto il cinema italiano e Antonioni? Grazie a qualcuno della tua famiglia?
Sì, mio nonno [ride].