Home MusicaRoberto Casalino, l’autore più richiesto parla dell’album «E questo è quanto». L’intervista

Roberto Casalino, l’autore più richiesto parla dell’album «E questo è quanto». L’intervista

Ha scritto la musica e le parole di alcuni tra i più grandi successi italiani degli ultimi sei anni, da «Non ti scordar mai di me» di Giusy Ferreri a «Magnifico» di Fedez passando per «L'essenziale» di Marco Mengoni. Lo abbiamo incontrato per farvelo conoscere non solo nelle vesti di autore ma anche in quelle di cantautore...

Foto: Roberto Casalino  - Credit: © sito ufficiale

19 Novembre 2014 | 00:45 di Antonio Mustara

Tutti conoscono le sue canzoni, le ascoltano in radio a ogni ora del giorno e le cantano a squarciagola durante i concerti dei più affermati artisti italiani. Ma il suo nome, il suo volto e la sua voce non sono ancora noti al grande pubblico. Parliamo di Roberto Casalino, autore della musica e delle parole di alcuni tra i più grandi successi italiani degli ultimi sei anni, da «Non ti scordar mai di me» e «Novembre» di Giusy Ferreri a «Magnifico» di Fedez e Francesca Michielin passando per «L’essenziale» di Marco Mengoni. Lo abbiamo incontrato per farvelo conoscere non solo nelle vesti di autore ma anche in quelle di cantautore (il 4 novembre è uscito il suo secondo album «E questo è quanto»). È stata una lunga chiacchierata, ricca di aneddoti, rivelazioni e curiosità.

Roberto, la tua settimana è iniziata con il primo posto di «Magnifico» su iTunes. Com’è nata questa collaborazione con Fedez?
«A lui e al suo staff era piaciuta “Fuori tutto è magnifico”, un brano che avevo firmato con Dario Faini. Aveva una strofa piena di parole, un inciso efficace e il pianoforte che ruota per tutta la canzone, tutte caratteristiche che lo rendevano adatto per un pezzo rap».

Non è la prima volta che firmi un brano rap…
«È vero, ma con Guè Pequeno e i Gemelli Diversi eravamo partiti da una base creata da loro, sulla quale poi io ho scritto una melodia e un inciso».

Perché tutto questo tempo, cinque anni, tra un disco e l’altro?
«Sono stato assorbito dagli eventi e dagli impegni come autore, che mi hanno fatto rimandare più volte questo disco. Mi sono preso il tempo per scegliere bene i brani tra tutti quelli che avevo nel cassetto, curando ogni dettaglio affinché questo disco potesse rappresentarmi al meglio».

Dei tuoi brani affidati ad altri cantanti, ce n’è qualcuno che col senno di poi ti sei pentito di non aver tenuto per questo disco?
«No, anche perché nessuno mi obbliga a cedere una canzone. E infatti qualcuno aveva messo gli occhi su un paio di brani di “È questo è quanto” ma io ho preferito tenerli per me, anche andando contro i miei interessi economici, perché sentivo che queste canzoni dovessero parlare con la mia voce».

Di quali brani stiamo parlando?
«”Aspetto sia domani” e “In un istante”. Con il primo ero arrivato a un passo da “Sanremo Giovani” nel 2009, ma sono stato escluso nell’ultima fase».

Perché in Italia gli autori che, come te, vogliono essere apprezzati anche come cantautori, incontrano difficoltà ad emergere?
«Per assurdo, da noi, la visibilità come autore tende a dare meno credibilità alle altre cose che fai. Io nasco come cantautore, non smetterò mai di ripeterlo. Ho iniziato a dare le mie canzoni in modo quasi casuale nel 2008, con Giusy Ferreri a “X Factor”. Il successo di “Non ti scordar mai di me” ha cambiato la mia vita, ma da quel momento è stato più difficile far capire che io sono anche uno che le canzoni se le canta».

In America, invece, un disco come quello di Sia è diventato un evento proprio perché c’era molta attesa per il disco di una che per anni aveva scritto grandi successi per altri artisti…
«E il suo successo è diventato mondiale, arrivando anche da noi. Evidentemente in Italia ci sono dinamiche diverse».

Che cosa si prova ad essere considerato un autore molto affidabile, praticamente infallibile?
«Questa cosa mi lusinga ma mi mette anche tanta ansia, a volte capita che i discografici mi dicano: “Dai Roberto, facci il miracolo”. La mia affidabilità probabilmente è dovuta al fatto che le canzoni che consegno ai miei editori devono avere, prima di tutto, un senso per me. Poi, è chiaro che il successo non dipende solo dalla bellezza della canzone».

Tra l’altro, i discografici continuano a pescare in tutto il tuo repertorio, anche tra le canzoni non recentissime, segno che i tuoi brani invecchiano bene.
«Se una canzone è bella, prima o poi trova il modo di uscire, a volte basta darle un vestito nuovo, un arrangiamento più attuale. Mi è successo spesso dal 2008, e ormai so che una canzone scritta oggi può diventare un successo già domani oppure fra due anni. Non bisogna avere fretta, l’importante è cercare di scrivere sempre cose belle e originali».

Il tuo 2014 è stato ricco di soddisfazioni. Per esempio, ti aspettavi il successo di «La pioggia è uno stato d’animo» dei Dear Jack?
«Appena l’ho scritta mi sono reso conto delle sue caratteristiche da tormentone, con quell’arrangiamento incalzante che strizza l’occhio ai Muse e un testo importante. Aveva avuto diverse attenzione da parte di altri artisti, ma poi non se n’era fatto niente. Nel disco dei Dear Jack è entrata in corsa  perché a Maria De Filippi piaceva molto e ha voluto assolutamente che venisse provinata dalla band. Il destino poi ha voluto che uscisse in un’estate particolarmente uggiosa. Qualche amico, scherzando, mi ha accusato di essere il responsabile di tutta quella pioggia».

Perché hai voluto recuperare «Quella parola», incisa nel 2013 da Angela Semerano, una cantante di «Amici»?
«Purtroppo Angela è stata eliminata in una delle prime puntate del serale. A quel punto, “Quella parola” non ha più potuto avere l’esposizione che meritava. E io mi sono accorto che, quando la proponevo dal vivo, il mio pubblico si emozionava e allora ho deciso di darle un’altra possibilità».

Quali altre canzoni vorresti recuperare per dare loro la visibilità che non hanno avuto?
«La prima è “Prato di orchidee”, incisa da Annalisa per l’album “Mentre tutto cambia”. I miei fan la cantano a squarciagola anche se non è uscita come singolo, e poi “Così così”, incisa da Antonio Mungari, un ragazzo di “Amici 10”, e “Quello che vorrei”, che ho scritto con Francesca Michielin».

In quasi tutte le canzoni di «E questo è quanto» domina una componente drammatica, la stessa che in fondo caratterizza tutta la tua produzione. Come mai?
«È perché io sono un po’ tormentato, che vive tutto in modo estremo, soprattutto le emozioni negative come le delusioni d’amore. Non riesco a metabolizzarle in poco tempo e immagino che finiscano in un ripostiglio dal quale prima o poi escono per diventare le parole di una mia canzone. Però sì, è vero, sono sempre un po’ tormentato, dovrei scrivere qualcosa di più spensierato. Ma quando lo faccio, i miei editori sono i primi a dirmi che anche quando provo a essere più leggero, c’è sempre una frase o un concetto pesante. Fa parte di me, è qualcosa che mi contraddistingue».

Del resto, nelle note di copertina scrivi: «Sento la mancanza della mia spensieratezza per quanto spensierato io non lo sia stato mai».
«Quello è il discorso che introduce i miei live, e quella frase mi definisce bene: mia madre ricorda che non sono mai stato un bambino spensierato, qualunque cosa accadesse intorno a me io la vivevo come un dramma. Stavo male anche per situazioni negative che non mi toccavano direttamente. Vorrei che le cose mi scivolassero addosso ma non ci riesco».

«Ventidieci», il titolo dell’ultimo brano del disco, indica una data o un anno?
«È una data per me importante, il 20 ottobre di qualche anno fa. È una sorta di dichiarazione d’amore scritta di getto in spiaggia. Non avevo con me il taccuino e l’ho salvata sull’applicazione “Note”  dell’iPhone. La versione piano e voce presente nel disco è quella registrata in presa diretta, senza editing. Ho voluto lasciare qualche imperfezione e la voce rotta in alcuni punti».

Torniamo a quella che secondo me è la canzone più bella, «Aspetto sia domani». Che cosa te l’ha ispirata?
«L’ho scritta tra il 2008 e il 2009, un periodo segnato dalla morte di mio padre. Pochi giorni prima che lui si spegnesse, l’ho “spiato” mentre parlava con mia madre in ospedale. Li guardavo senza poter sentire che cosa si stessero dicendo e dentro di me è cresciuto un sentimento di dolcezza per loro, che erano consapevoli di doversi separare e probabilmente si stavano facendo le ultime promesse, le ultime raccomandazioni. Con le lacrime agli occhi, mi sono appuntato alcune frasi che sono diventate poi “Aspetto sia domani”».

Perché hai scelto «Torno io se torni tu» come primo singolo?
«Quando l’ho scritta con Dario Faini ho pensato che potesse essere il brano giusto per dare la direzione al nuovo disco. Ha un testo semplice che giocando con il verbo “tornare” crea una sorta di tormentone. ma sono più legato a canzoni come “Aspetto sia domani” e “Portami a casa».

Ogni giorno, le tue canzoni interpretate da altri artisti passano in radio molte volte. Ti capiterà spesso di ascoltarle… Ci hai fatto l’abitudine?
«Ogni volta che succede, se sono da solo alzo il volume al massimo, perché mi meraviglio sempre. Se invece sono in compagnia, faccio finta di niente perché mi sento in imbarazzo. Comunque è sempre una bella sensazione».

E quando sei a un concerto di Emma, Renga o Mengoni, dove migliaia di persone cantano le tue canzoni, che cosa provi?
«Lì sto in silenzio e ascolto la folla. Non faccio neanche i video con l’iPhone. Ho fatto un’eccezione per 15 secondi l’altra sera al concerto di Emma, quando è partita “Cullami”. È un’emozione bellissima, che ti fa tornare a casa felice».

Quando hai deciso di dedicarti a tempo pieno alla musica?
«Prima del successo di Giusy Ferreri nel 2008 con “Non ti scordar mai di me”, avevo un posto fisso, facevo l’impiegato in un centro congressi e ho continuato a farlo per tutto il 2009: lavoravo, preparavo gli esami universitari e la sera mi chiudevo in sala d’incisione. Poi ho deciso di prendere sei mesi di aspettativa e nel 2010, con l’uscita dell’album di Emma con tre mie canzoni (“Cullami”, “Con le nuvole”, “Arida”, ndr), ho capito che dovevo rischiare e dedicarmi solo alla musica».

In che modo il tuo idolo Carmen Consoli ha influenzato il tuo modo di scrivere testi e comporre musica?
«Mi sono nutrito delle sue canzoni da quando l’ho vista cantare “Confusa e felice” a Sanremo. E infatti se vado a riascoltare le prime cose che ho scritto, sembro il Carmen Consoli maschile. In fondo mi piaceva l’idea di esserlo, ma poi è uscito Moltheni ovvero Umberto Maria Giardini e io sono rimasto di stucco, mi sono sentito “superato”. Comunque dal loro lavoro ho capito che si possono raccontare in modo originale cose già dette, e lo si può fare con parole che smuovono come un uragano. Lo stesso vale anche per artisti come Damien Rice, Elisa, Tracy Chapman, Placebo».

Tu fai parte di una nuova generazione di autori. Che rapporto c’è tra di voi?
«Io ho bisogno di scrivere principalmente da solo, e i miei editori sanno bene che difficilmente mi inserisco nelle sessioni di scrittura dove devi stare lì con altri autori e scrivere nuove canzoni. Non si può dare appuntamento alla creatività, io non ci riesco. Non è snobismo il mio, ma una necessità. Però, con alcuni di questi autori è nato un rapporto di stima e di complicità e ogni tanto ci incontriamo, in particolare con Dario Faini, per lavorare insieme su un’idea. “Ti porto a cena con me” di Giusy Ferreri è nata così, una mattina a casa di Dario. Ma c’è anche un po’ di sana, a volte malsana, rivalità, proprio come c’è in ogni lavoro».

Per Sanremo 2015 hai pronto qualcosa?
«Dopo tre edizioni vissute con le palpitazioni, penso che quest’anno passerò. Ma so che c’è un progetto in ballo, di più non posso dire. Non so se andrà in porto, lo scoprirò come tutti all’ultimo momento».