Home MusicaRoby Facchinetti: «Che baldoria quando vincemmo il Festival!»

Roby Facchinetti: «Che baldoria quando vincemmo il Festival!»

Lo storico musicista dei Pooh pubblica un nuovo album e un libro pieno di aneddoti. «Nel ‘90 il risultato si sapeva un’ora prima della proclamazione. Noi eravamo in hotel e abbiamo sfondato un letto saltandoci su!»

Foto: Roby Facchinetti

24 Settembre 2020 | 9:35 di Barbara Mosconi

Roby Facchinetti non si ferma mai. Dopo lo scioglimento dei Pooh quattro anni fa, ha intrapreso un tour da solo e ora ha pubblicato il singolo “Fammi volare” (scritto con l’ex Pooh Stefano D’Orazio), mentre sta per uscire un triplo album (“Inseguendo la mia musica. Live”) con brani dal vivo e inediti. Infine in libreria arriva il suo primo romanzo “Katy per sempre” (evocativo della mitica “Piccola Katy”).

Roby, da dove preferisce cominciare, dal libro o dalla musica?
«Dalla musica. Sentivo l’esigenza di un progetto musicale e questo è un “progettone”».

Come nasce quest’esigenza?
«Con la composizione a marzo del brano “Rinascerò, rinascerai”. Era un momento molto doloroso per la mia città, Bergamo. Non volevo comporre, ero al pianoforte a suonare e inconsapevolmente è arrivata questa melodia. Chiamai Stefano (D’Orazio, ndr), in poche ore ha scritto una poesia straordinaria».

Che racconta la tragedia del Covid.
«A me sono morti due cugini e altri cinque parenti di Covid: uno a febbraio era andato alla partita Atalanta-Valencia, dopo dieci giorni non c’era più. Gli amici che ce l’hanno fatta, quando li incontri, li guardi in faccia e non hanno più la stessa espressione, sono altre persone».

Da lì in poi ha continuato a comporre.
«“Fammi volare” è un pezzo energico e positivo; “Invisibili” è per le persone anziane, le più dimenticate; “Cosa lascio di me” è sulle paure di un uomo innamorato. Poi c’è “L’ultima parola”, un brano su coloro che se ne vanno all’improvviso. Lo dedico a Valerio Negrini, il fondatore e l’anima dei Pooh. L’avevo sentito soltanto un’ora prima che avesse un infarto fulminante e fatale... ».

Anche nel libro “Katy per sempre” parla di Valerio. Ma com’è che lei è diventato scrittore a 76 anni?
«Da molto tempo mi chiedevano un libro autobiografico, ma a me non piace neanche la parola “autobiografia”. Avevo il desiderio più profondo di un libro che parlasse del potere della musica, ma non riuscivo a trovare l’aggancio».

E poi l’ha trovato.
«Il 30 dicembre del 2016, dopo l’ultimo concerto dei Pooh a Bologna, sono sceso dal palco e non sapevo neanche dove mi trovassi. In camerino ho acceso il telefono e tra i messaggi ho letto: “Questa sera finisce la mia vita con voi, la mia storia la conosci, chissà se un giorno vorrai raccontarla”. Si firmava Katy».

Come la protagonista del libro.
«Mi sono ricordato di aver conosciuto una fan speciale, Katy: mi aveva detto che la nostra musica l’aveva salvata. Mi aveva colpito molto. Alla sua si sovrappongono altre storie che ho raccolto: a me piace parlare con la gente».

Parla pure dei colleghi: «Al Bano, quel tipo occhialuto del Sud che sembrava un tenore», «Mina si ascolta in religioso silenzio», «Battiato con quell’ironia che denuncia il degrado».
«Per non peccare di presunzione! Anche io, pur essendo un Pooh, vivevo una vita normale come tutti, ascoltando e apprezzando i colleghi».

Scrive anche: «Roby, l’autore della maggior parte delle musiche dei Pooh, con il suo stile compositivo aveva creato l’originale linguaggio della band».
«Mi sono concesso due righe di autobiografia (ride)».

C’è qualche aneddoto: è vero che dopo la vittoria al Festival di Sanremo nel 1990 avete sfondato il letto dell’hotel?
«All’epoca il risultato si scopriva un’ora prima della proclamazione. Noi eravamo al Festival con “Uomini soli”, un brano impegnativo, un testo non facile: non era il pezzo “acchiapparello” sanremese. Abbiamo saputo della vittoria in hotel e non ci siamo contenuti».

Gli altri Pooh hanno letto il libro?
«Non ancora. Ma il libro parla anche di loro. La “filosofia poohica” dice che per trovare il giusto equilibrio tutti ci devono essere. Io ho vissuto più con loro che con la mia famiglia».

A proposito di famiglia: il romanzo è dedicato a sua moglie Giovanna che l’ha “sopportata” come musicista. E come scrittore?
«Come scrittore è sicuramente più facile, perlomeno sto a casa, consegno tutto, poi ci pensa l’editore».