Ron: «”Sono un figlio” ha preso vita dal silenzio»

Il cantautore ci racconta la sua nuova “città per cantare”: un disco atteso da otto anni

Ron
6 Ottobre 2022 alle 08:23

Non c'è giorno senza musica per Ron. Suona da quando era il ragazzino Rosalino Cellamare e sognava di mettere su un “complesso” («All'epoca si diceva così», specifica: «I gruppi, le band non esistevano ancora!») per dare sostanza al mondo di musica in cui già si sentiva immerso. Eppure ha atteso otto anni, da “Un abbraccio unico” del 2014, per proporre un nuovo album d'inediti, che ora è finalmente uscito, s'intitola “Sono un figlio”, e curiosamente è nato da un lungo momento di mesto silenzio.

Un periodo che Ron ricorda così: «Con l'arrivo del disastro della pandemia mi sono trovato a non riuscire proprio ad avvicinarmi alla chitarra e al pianoforte. Una cosa brutta: non riuscivo a far nulla… Dopo un anno, però, ho cominciato a organizzarmi. Cominciavano ad arrivarmi testi, anche da giovani autori, e anch'io ho ripreso a lavorare con la musica e a buttar giù testi». Sono parole che suonano strane, se pronunciate da un artista che un paio d'anni fa ha festeggiato cinquant'anni di intensissima carriera: il suo esordio “ufficiale” avvenne al Festival di Sanremo del 1970, quando arrivò settimo cantando “Pa' diglielo a ma'” in coppia con Nada… E da questo anniversario partiamo per raccontare “Sono un figlio”.

Cinquant'anni di carriera, Ron: non sono pochi…
«No, no, sono tanti. E benedetti, perché non è mica facile!».

Con questa esperienza alle spalle, quand'è che ha capito di avere per le mani un nuovo album?
«Intanto diciamo che io sono uno che lavorerebbe a un disco fino a tre, quattro giorni prima della sua uscita. Sono uno che non si stanca, forse anche perché ho un mio studio di registrazione e questo facilita le cose. Però un giorno mi sono reso conto di avere un piccolo parco di canzoni, anche abbastanza diverse l'una dall'altra, e questa idea mi è piaciuta, così mi sono detto “Adesso, forse, è il caso di smettere di lavorarci e chiudere il progetto».

A partire dalla canzone che gli dà il titolo, “Sono un figlio” è un album che suona molto personale, quasi autobiografico. Eppure molti testi sono stati scritti da altri…
«Vero. Sono stati degli incontri… Penso, per esempio, a Donato Santoianni, che ha cominciato a scrivermi perché abitava vicino a me: lui sta a Vigevano, io a Garlasco (un “viaggio” di una ventina di chilometri, ndr). Insomma, gli ho chiesto di poter leggere qualcosa di suo e ho capito subito che era uno attento al mondo, attento alla scrittura (usa anche termini molto particolari…), e sono rimasto affascinato, così ho proposto una musica, lui ha cominciato a metterci un testo, ed è nata “Questo vento”».

Alcune canzoni sono firmate anche da Guido Morra, autore ormai storico della nostra musica: da “Luna” a “I migliori anni della nostra vita”…
«Sono sempre stato un suo ammiratore, ma non l'avevo mai conosciuto, così ho cercato il suo numero di telefono, l'ho chiamato e gli ho chiesto se gli andava di scrivermi un testo. Mi ha mandato “Abitante di un corpo celeste” e l'ho musicato subito. Poi lui ha continuato a scrivere, io ho continuato a metterci la musica, e sono saltati fuori altri tre pezzi».

Rimaniamo sul tema della sua prodigiosa capacità di lavorare con gli altri, dalle collaborazioni con Lucio Dalla e Francesco De Gregori ai tanti progetti benefici a cui ha partecipato o di cui è stato motore (penso al suo sostegno alla ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica). Che cos'è che lei sa portare agli altri? C'è un “fattore Ron”?
«Penso a un pezzo come “Non abbiam bisogno di parole”: prima mi è venuta la musica, poi le ho dato un arrangiamento, e questo senza che ci fossero ancora le parole. Eppure l'ho finito proprio come si sente oggi, e allora penso di avere dentro di me un mondo di note, di musica, di suoni su cui poi si può “parlare”, e forse è questo il mio “numero”, il mio fattore».

Parliamo di nomi. Nel 1978, col singolo “Occhi verdi mari calmi”, scompaiono Rosalino Cellamare e Rosalino, e arriva Ron. Come venne il cambiamento? Che differenza c'era tra Ron e chi l'aveva preceduto?
«Un giorno venne da me Lucio Dalla e mi disse: “Adesso bisogna che ti cambi il nome. Sei diventato grande, non puoi chiamarti ancora Rosalino”. Io pensavo che avrebbe potuto farsi i cavoli suoi e gli ho detto “Ma come la prende mia madre se mi cambio il nome!?”. Lucio fu chiaro: “Ma che ti frega!”. E come dovrei chiamarmi? Lui, subito: “Ron”. “Ma neanche morto!”, gli ho risposto. Dal giorno dopo, però, mi chiamavo Ron».

Quindi è stato il passaggio dall'artista da giovane all'artista adulto…
«Esatto. Del resto, nel periodo in cui cambiai nome cominciai a fare cose molto diverse. A me piacevano molto Lou Reed e David Bowie, e feci una canzone che si chiamava “I ragazzi italiani” e per lei il nome Ron era perfetto. Pensi al testo, a come la cantavo (era mezzo parlata…): non avrebbe potuto essere “Rosalino canta «I ragazzi italiani»”.

Non possiamo non parlare ancora un poco di Lucio Dalla…
«È un piacere».

Lei è uno degli autori di “Piazza Grande”. Io ho chiesto un paio di volte a Dalla quale fosse questa famosa piazza e mi ha risposto che era piazza Maggiore a Bologna. Temo però che fosse un meraviglioso mentitore…
«È vero!».

…E che mi rispondesse così perché sapeva di farmi piacere. Un'altra interpretazione, però, dice che fosse piazza Cavour, la piazza bolognese dov'era nato…
«(ride) Io credo che piazza Cavour non c'entri nulla, ma di “Piazza Grande” Lucio e io facemmo solo la musica: il testo era di Sergio Bardotti e Gianfranco Baldazzi. Questa cosa di piazza Cavour l'ho sentita solo qualche tempo fa, e ci sono rimasto pure un po' male».

Torniamo al disco nuovo e a una canzone di cui ha già parlato, “Questo vento”. Il terzo autore è Leo Gassmann, che canta anche con lei. Com'è nato il duetto?
«Avevo sentito Leo a Sanremo e avevo capito da un'intervista che aveva un mondo dentro, così, di nuovo, l'ho cercato e gli ho proposto di condividere questa canzone, che parla di due generazioni diverse che si fanno domande e trovano risposte. Però gli ho detto: “Vorrei che scrivessi tu quel che canterai”. Per me il risultato è davvero forte e sono contento di aver lavorato con lui. Lo stimo, è una persona carina che non se la tira per niente, è uno forte forte».

Si immagini come un anziano maestro. Dal nulla io arrivo da lei con i miei vent'anni (magari!) e la mia musica: che faccio? Come mi butto in questo mondo?
«Il mondo bisogna che uno inizi prima a prepararselo a casa, perché ognuno di noi comunque ha un mondo dentro. Ma è vero che all'inizio non siamo mai convinti di noi stessi, e quindi cerchiamo prove, aiuto, e così usciamo per strada, cominciamo a conoscere persone, a sapere quello che sta succedendo eccetera. E allora: prepararsi, ma anche iniziare a vivere un po'».

Nell'album propone “Quel fuoco”, una cover di “Break my heart again” di Finneas. Lei ha sempre lavorato con grande cura alle cover: come le sceglie? Come ci lavora?
«Nascono tantissimo dall'istinto e dal fatto che a me piace essere curioso. Finneas lo propongo con suoni e arrangiamento completamente diversi. Ma è una cosa d'istinto, non è che mi faccio problemi sul “sarà meglio così o cosà?”. Poi magari sbaglio, e le assicuro che dei grandi errori ne ho fatti. Ma bisogna fare anche quelli».

Ci dica un suo grande errore, allora…
«No, non parlo di errori di canzoni uscite. Dico che mentre lavoro provo. Per esempio ci sono canzoni di questo album che hanno avuto sei o sette arrangiamenti, perché non trovavo mai la quadra tra testo e musica, poi alla fine ce l'ho fatta. Ma ancora adesso rimetterei le mani sul disco».

Qual è stata la canzone che l'ha fatta penare di più?
«Direi “Più di quanto ti ho amato” di Toni Bungaro. Mi è arrivata con un arrangiamento e io ho cercato di “andare” anche da altre parti, ma non mi soddisfaceva mai. Poi ho riascoltato un mio pezzo del 1992, “Sabato animale”, un pezzo strano, con le chitarre elettriche e un tempo tirato. Così ho deciso di fare due versioni di “Più di quanto ti ho amato”: quella del disco e una in stile “Sabato animale”, lanciata prima come singolo per le radio».

Qual è la canzone della sua vita? Quella che, quando la sua mente è sgombra, le fa capolino dal silenzio?
«Qualche sera fa ho cantato a Roma con Renato Zero. A un certo punto è arrivata “I migliori anni della nostra vita”: ecco, io credo che quella sia una canzone pazzesca, veramente straordinaria. Tra le mie, lo dico subito: “Una città per cantare”. Non ci ho scritto nulla, il testo di Danny O'Keefe è stato tradotto da Lucio Dalla, ma quando l'ho sentita ho detto “Sono io”. E lo sono ancora adesso».

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