Home MusicaSaint Motel, la band di «My Type»: «Grazie all’Italia siamo usciti dal Purgatorio della musica»

Saint Motel, la band di «My Type»: «Grazie all’Italia siamo usciti dal Purgatorio della musica»

«Più tardi incontreremo Celentano» ci rivela A/J, il cantante della band californiana che ha conquistato le radio. «In Italia abbiamo fatto un grande salto in avanti e per questo vi ringraziamo»...

 - Credit: © www.saintmotel.com

01 Novembre 2014 | 23:42 di Antonio Mustara

Quando li incontriamo a Milano, negli uffici italiani della Warner Music, i Saint Motel sono stanchi ma felici: «Più tardi incontreremo Adriano Celentano» ci rivela A/J Jackson, il cantante e leader della band californiana che con «My Type» ha conquistato le radio e la classifica dei singoli più venduti. Per chi ancora non lo sapesse, nel video non ufficiale di «My Type» A/J si sostituisce al Molleggiato in una sequenza dello storico varietà «Milleluci» del 1974.  Al suo fianco, una scatenata Raffaella Carrà. «Io sapevo dell’esistenza di “Milleluci” perché seguo Mina, ma il pezzo di Raffaella con Celentano lo ha scoperto un nostro amico regista e mago degli effetti speciali» spiega A/J. «Ce lo ha mandato già con “My Type” al posto della traccia audio originale».

È stato difficile imparare la coreografia?
«A noi sono bastate due ore davanti a una telecamera, ma a Sam ci sono voluti mesi per completare gli effetti. Ho fatto del mio meglio per muovere a tempo il bacino, ma devo ammettere che alla fine mi faceva davvero male».

Come mai siete esplosi proprio in Italia?
«Siamo sembre stati una band underground, però eravamo troppo pop per essere considerati indie e troppo indie per essere considerati pop, quindi in America siamo sempre stati in una specie di purgatorio della musica. In Italia abbiamo fatto un grande salto in avanti e per questo vi ringraziamo ma sinceramente non sappiamo perché».

Quando avete inciso «My Type» pensavate che sarebbe stata la canzone della svolta?
«In realtà non ce ne siamo resi conto. L’unica differenza rispetto alla maggior parte delle nostre canzoni è il fatto che è nata velocemente, da un riff di pianoforte a cui abbiamo aggiunto i fiati. Anche il titolo è nato subito».

Il protagonista del testo sostiene che per essere il suo tipo una persona deve avere «a pulse and a breathing». Insomma, basta che respiri. La pensate così anche voi?
«Beh, è la natura umana. Tutti ogni tanto pensano “in questo momento mi andrebbe bene  chiunque, basta che respiri”. Su questa cosa ci abbiamo giocato e ne è uscita una canzone divertente, ma il bello è che pochi, a un ascolto distratto, si rendono conto del significato del testo».

Invece, «Ace in the hole», il brano che apre il nuovo Ep, descrive un tipo di attrazione più legata al sentimento. La ragazza che ha ispirato il testo esiste davvero?
«Può esistere una donna così? Forse sì forse no» (A/J arrossisce e non aggiunge altro).

La vostra musica, a un primo ascolto, è puro divertimento. Ma avrete anche voi un lato oscuro che si manifesterà più avanti?
«Quando abbiamo iniziato, la nostra vita era grigia, ognuno di noi aveva un lavoro poco eccitante e visto che la musica era il nostro secondo lavoro non volevamo fare canzoni tristi, volevamo fare musica d’evasione, musica “avventurosa”. Alcune canzoni però sono un po’ più tristi delle altre, ma poiché sono ritmate il testo viene travisato. Per esempio,  “Puzzle pieces” parla di un intervento di chirurgia plastica andato male, ma sembra una canzone divertente. Non è così raro che nella nostra musica convivano questi due opposti, del resto il nostro nome è fatto di due opposti: “Saint” non è certo la prima parola che si è soliti associare a un luogo come un motel, che evoca qualcosa di sordido. Ma chi lo sa, un giorno potremmo iniziare a scrivere testi allegrissimi su musiche cupe».