«Sono Nek, sono Filippo Neviani, e sono papà, intrattenitore, musicista… E, a volte, agricoltore»

«Se non siete mai stati su un trattore, non sapete che cosa sia un'anima rock», parola di Nek

Nek  Credit: © Luisa Carcavale
24 Giugno 2021 alle 08:42

Il pezzo è buono? E allora via, che voli tra la gente! Nek la pensa così. E perciò ha deciso di aprire con “Un'estate normale”, singolo “a sorpresa” che stiamo ascoltando da qualche giorno, una stagione con un nuovo tour, “Live Acustico 2021”, che partirà: il 2 luglio; i primi appuntamenti sono già sul sito nekweb.com.

«È arrivato questo pezzo» spiega Nek «e mi sono detto “Ma sì, lo faccio uscire e poi va come va”. Oh, la musica è anche la necessità e il desiderio di dare qualcosa alle persone sperando di ricevere indietro un riflesso della tua emozione. E poi io sono felice comunque: dal 2 luglio sono di nuovo sul palco a suonare, e quindi male non va».

Partiamo da “Un'estate normale”, allora. Mi vengono in mente le parole di Lucio Dalla in “Disperato erotico stomp”: l'impresa eccezionale è essere normale… “Normale” è l'aggettivo perfetto per lei, Filippo Neviani in arte Nek: la popstar più normale, più “quadrata” che ci sia. Com'è questa vita da popstar normale?
«Normale? Ma no, io sono del tutto particolare! Mi piace la mia vita con la mia famiglia: questo lo vogliamo inquadrare come “normalità”? Boh… Io so che sono già sufficientemente esposto nella vita professionale, che per me è lavoro e passione, e quindi mi piace ritrovare il tempo per fare le cose che farebbe uno qualunque dei miei amici, uno con un lavoro normale, una vita senza troppi picchi emozionali. Così scendo dal palco, vivo la mia famiglia, vedo gli amici, bevo un bicchiere di vino in compagnia e non sono necessariamente Nek, ma Filippo. Così mi bilancio, mi ridimensiono e tengo basso l'ego».

Questa “doppia anima” si riflette nelle sue due passioni motoristiche: motociclette e trattori. Mi sembra che incarnino per definizione una vita rock e una vita anti-rock…
«Guardi che c'è poco che sia più rock di un trattore in movimento. Glielo posso giurare. Non so poi che cosa intenda lei per “rock”, ma un trattore che si muove è tanta roba!».

Ma qual è l'anima rock del trattore?
«L'anima rock del trattore è che non si ferma mai e va ovunque. Ovunque tu lo sappia portare, anzi, perché devi saperlo dominare e gestire. È uno strumento che lavora per te, ma ha i suoi limiti come tutti gli strumenti legati alla vita agricola, e non ti devi mai fidare. Non c'è niente di più rock che lavorare la terra: è sacrificio, lavoro e sudore, anche se lo fai per hobby, come me. Io sono cresciuto sui trattori, sono cresciuto con i contadini di mio papà che lavoravano il nostro fondo, e quando non c'è più stato papà abbiamo continuato io e mio fratello Gaetano, con un contadino che ci aiuta portando avanti tutta una serie di cose importanti, che vanno gestite con meticolosità. Non c'è niente di più rock che un trattore che ara la terra e lo senti quando torni a casa dopo averci passato sopra tante ore: non è simpatica la faccenda... Ho il privilegio di poter fare queste cose perché mi piacciono e quando arrivo a casa alla sera dopo un giorno in campagna mi sono rilassato e mi sono ricaricato fisicamente. È tanta roba, credeteci. Com'è tanta roba fare un lungo viaggio in moto: sono due situazioni opposte, certo, ma entrambe hanno la loro vena rock».

Lavorare nella natura ha i suoi rischi. Penso all'incidente di Gianni Morandi, caduto tra le braci mentre cercava di disfarsi di un tronco… E penso naturalmente a quel che è successo a lei in novembre: tagliando legna si è “massacrato” una mano…
«Sono stati due incidenti seri e brutti, sì. Distrazione? Può essere. Oppure eccessiva confidenza con certi “strumenti”: Gianni con il fuoco, io con questa sega. Però è un incidente che succede anche ai professionisti che fanno questi lavori tutti i giorni. Non conosco bene la situazione di Gianni oggi, ma ci siamo sentiti diverse volte, ci siamo fatti coraggio, e questa cosa ci ha uniti ancora di più, se possibile. Io so che la mia mano non sarà più come prima, ma sto facendo passi importanti per poterla usare il più possibile con gli attrezzi del mio mestiere, che naturalmente non sono un flessibile o qualcosa che taglia il legno, ma “roba” che fa musica».

Le era mai capitato un “incidente” così grave nella sua carriera musicale?
«Allora, è chiaro che ci sono incidenti peggiori di quello capitato a me, ma quando un musicista rischia di ritrovarsi con una mano distrutta, con due dita recise definitivamente, non può non sentire un disagio psicologico, anche se le dita le ha salvate, perché i movimenti rimangono sempre limitati. Insomma, sono tensioni pesanti. Una situazione psicologica simile l'ho provata all'esordio a Sanremo, nel 1993, con “In te”. Arrivai al Festival con questo testo che parlava di un uomo che voleva tenere un bambino e una donna che non lo voleva: non mi trattarono mica tanto con i guanti, mi sentivo come carne pronta per essere macellata».

Fu quando le urlarono “bastardo” in conferenza stampa?
«Esatto! Credo che fosse la conferenza stampa finale: a ogni risposta seguivano fischi, palesi dimostrazioni di dissenso, e alla fine, dalle retrovie, uno mi gridò “Bastardo!”. Quando mi portarono fuori dalla sala, ero così stressato che non so che cosa avrei potuto fare. Avevo 21 anni, ero lì solo per cantare! E poi la storia di quella canzone è strana. Per quel Festival avevo scritto “Figli di chi”, il pezzo di Mietta. Lei era nella sezione Campioni e così mi dissero che o andavo nel gruppo che l'accompagnava, i Ragazzi di Via Meda, oppure in 48 ore dovevo scrivere per me un'altra canzone bella, forte, vincente, che piacesse a Pippo Baudo. Io mi diedi da fare, mandai il mio pezzo al mio paroliere Antonello De Sanctis, che purtroppo non c'è più, e lui raccontò una storia sua. Poi immagino che i miei collaboratori sapessero perfettamente che sarebbe stata una canzone che avrebbe incuriosito la stampa, ma… Ma non bisognava farlo sapere al giovane Filippo, perché avrebbe potuto perdere di spontaneità, avrebbe potuto impressionarsi prima della performance. E così mi ritrovai solo tra i leoni».

Avrà imparato a essere un po' leone…
«Grazie a Dio, per carattere io faccio sempre un passo indietro di fronte alle provocazioni. A meno che non si attacchi la vita privata e non ci sia bisogno di rispondere per ristabilire dei limiti, perché è giusto affermare la verità quando viene insidiata. Io sono sempre stato uno così, uno che non risponde. Però con l'età sto peggiorando, temo, e allora… Occhio!».

Parliamo di Nek e di Filippo Neviani. Nel 2007 aveva detto a Sorrisi che non ci si vedeva a farsi chiamare ancora Nek a 40 anni, e infatti a 41 uscì con l'album “Filippo Neviani”. Oggi, a 49 anni, i due nomi convivono serenamente. Ci ricorda come nacque questo strano nome d'arte?
«Suonavo il basso e cantavo in un gruppo che si chiamava White Lady. A un certo punto quell'avventura si fermò, e lo dico con tristezza, perché gli altri ebbero paura di continuare a lavorare nella musica da professionisti, così rimasi da solo. In quel periodo amavo molto la batteria, la suonicchiavo, e mi piaceva il suono della bacchetta sul cerchio metallico del rullante: da quel “tuc!” mi venne in mente Nek. Anzi Nèk, con l'accento. Se guardate la copertina del disco del Festival di Castrocaro del 1991, il mio debutto ufficiale in Rai, ritrovate Nèk scritto così. Poi l'accento se n'è andato».

Che notazione da collezionista di dischi! A proposito, com'è la sua “libreria musicale”?
«Media, discreta, ma non sono un collezionista. Ho 41 bootleg dei Police, però. Li ho comperati quando andava di moda il mercato di quei vinili: sono un fan dei Police da tempo immemore…».

C'è un verso di “Un'estate normale” che mi ha colpito: “C’è una radio che passa canzoni che non conoscevo / È strano come adesso non so più farne a meno”. Di che cosa si è accorto all'improvviso di non potere più fare a meno nella vita?
«Oh, ne parlavo ieri con la mia famiglia e dicevo che i soldi meglio spesi, soprattutto in questo periodo, non sono quelli, per dire, per i vestiti, che pure piacciono a tutti, ma sono quelli spesi per il tempo da avere a nostra disposizione. Quando riesco a portare la mia famiglia e i miei amici a cena in un posto tranquillo, dove alle dieci e mezza hai l'arietta che si alza e ti dà un po' di sollievo, dove ridi, scherzi e saluti qualcuno che ti ferma per fare una foto in amicizia. Ma che cosa migliore potrebbe esserci? Spendete i soldi nel tempo che trascorrete con chi amate di più, perché è il tempo che vi rimarrà per i momenti difficili, quelli in cui bisogna stringere i denti».

Torniamo alla musica suonata: che cosa ascolteremo nel prossimo tour, “Live acustico 2021”?
«Racconterò i miei trent'anni di carriera attraverso le canzoni che hanno costruito la loro traiettoria. Partirò da “Take me home, country roads” di John Denver, cioè i miei inizi con i Winchester, il duo che formai da ragazzino con Gianluca Vaccari, e arriverò a “Un'estate normale”. Insomma, racconterò come mi sono andate le cose, anche se non potrò entrare nei dettagli, perché ci vorrebbero più di tre ore e invece sarà un concerto di un'ora e mezza circa. Con me ci sarà Max Elli alla chitarra, perché io non riesco ancora a suonarla a causa dell'incidente alla mano. Poi, a un certo punto, arriverà Bunny…».

Bunny chi?
«È il mio contrabbasso elettrico: Bunny come Bunny Brunel, il suo costruttore. Ho visto che la mano infortunata quello riesce già comunque a suonarlo, così l'ho tirato fuori dal ripostiglio, l'ho risistemato e lo userò più di quanto non abbia fatto in oltre vent'anni che ce l'ho».

È stato tra i direttori artistici dell'edizione 2016 di “Amici”. Quell'esperienza che cosa le ha lasciato?
«È stata una stagione molto bella, e penso che fare la direzione artistica della squadra Blu con J-Ax sia stato mille volte più interessante di quanto sarebbe stato fare il giudice. Giudicare sarebbe stato molto più complicato che condividere il lavoro dei ragazzi, affiancarli, aiutarli dicendo “Guarda che io sono già passato dalle ansie che stai vivendo tu adesso, quindi la situazione la puoi prendere in questo modo o in quell'altro”… Momenti di intimità nei quali ho potuto dare consigli da fratello maggiore o addirittura da padre. Poi “Amici” mi ha aiutato anche a prendere più confidenza con la televisione, ad affezionarmici di più. Di solito quando vai in tv, fai la tua canzone, dai tutto te stesso in tre minuti e poi non hai modo di fare gran che altro. Lì ho potuto intravvedere un futuro anche diverso dalla musica e ora mi piacerebbe molto lavorare in tv, non necessariamente cantando».

Maria De Filippi ha scoperto un nuovo talento…
«Certo! Maria l'aveva vista lunga affiancando me e J-Ax, due che avrebbero potuto fare qualcosa in più in tv. E visto che a me piace misurarmi con cose nuove, se venissero anche dalla tv io mi sentirei attratto».

Parliamo tra coetanei: quale trasmissione del passato le piacerebbe poter rifare?
«Dico la verità: io vorrei riportare in vita il “Festivalbar”. Se mi dicessero “Ti piacerebbe presentare il Festivalbar?”, io non ci dormirei più la notte: subito! Il “Festivalbar” mi è rimasto nel cuore: per fortuna i Seat Music Award hanno preso un po' il suo posto, perché, ahimè, la musica è sempre un po' poco considerata nei palinsesti. Per questo lo scorso anno mi è piaciuto condurre lo speciale “Viaggio nella musica”, dedicato ai lavoratori dello spettacolo: una bella prova e spero ce ne siano altre. Oh, guardi che sto già lavorando a dei contenuti! Non è che sto qui con le mani in mano a guardare chi ha la testa più grossa, come diciamo dalle nostre parti: io mi do da fare! Scherzi a parte, la musica è la mia vita e ci mancherebbe, ma sono attrattto anche da altro. Nella vita di un creativo, più sollecitazioni diverse ci sono e meglio è».

Giunto a questo punto, dunque, se si mette di fronte allo specchio, come si presenta alla persona che ci vede dentro?
«Sono Nek, sono Filippo Neviani, e sono papà, intrattenitore, musicista… E, a volte, agricoltore».

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