Home MusicaTiziano Ferro: «Ho raccontato tutta la verità e ora sono finalmente libero»

Tiziano Ferro: «Ho raccontato tutta la verità e ora sono finalmente libero»

L’unica intervista per presentare il film-documentario intitolato “Ferro” che sarà disponibile su Amazon Prime Video dal 6 novembre. Per 90 minuti Tiziano si racconta con coraggio e sincerità

Foto: Tiziano Ferro, 40 anni e oltre 15 milioni di dischi venduti. È uno dei cantanti italiani più famosi e amati in tutto il mondo  - Credit: © Walid Azami

05 Novembre 2020 | 15:15 di Aldo Vitali

Non so da che parte cominciare. Fino a pochi minuti fa ero collegato in video con Tiziano Ferro, io a Milano, ore 18, lui a Los Angeles, ore 10 del mattino. Era a casa sua, vestito appunto da casa, una maglietta verde qualunque e via, e uno dei suoi due cani, da poco adottato, che gli gironzolava attorno: Jake.

«Jake allenava i cani da combattimento, per questo gli hanno limato i denti, per non ferire i “campioni”. Ora ha un collare che gli impedisce di leccarsi la gamba ancora ferita». Tiziano e suo marito Victor lo stanno curando. E in cambio, dice Tiziano «non ho più bisogno dell’orologio, mi regolo coi cani: se vengono a chiedere da mangiare sono le 6 del mattino o le 7 e mezzo di sera».

Ho cominciato parlando di cani, ma questo articolo in realtà ha un altro tema: il clamoroso e bellissimo film-documentario intitolato “Ferro”, che sarà disponibile su Amazon Prime Video dal 6 novembre. Per 90 minuti Tiziano si racconta con coraggio e sincerità, con lucidità e sì, anche con felicità, sebbene affronti per una parte del film il suo problema di dipendenza dall’alcol, un dramma del quale nessuno di noi fan si era accorto. Ma non solo: nel documentario ci sono tanti momenti spassosi di vita ordinaria, l’amore è una cosa semplice. Cominciamo.

“Ferro”

Dice Tiziano: «Nei documentari si parla sempre di problemi e speranze, invece qualsiasi storia va utilizzata al servizio della soluzione, anche la storia più controversa. Il mio problema era la dipendenza dall’alcol, la soluzione è stata partecipare alle riunioni degli Alcolisti anonimi. Perché ogni dipendenza si nutre di solitudine e invece è necessario ammettere di avere bisogno di aiuto. Negarlo è un errore».

Nel film si vedono anche alcune riunioni in cui adesso sei passato dalla parte di chi aiuta gli altri a sconfiggere la dipendenza. Quindi ora tu non sei più un alcolista?
«La verità è che tu non “sei stato” un alcolista, tu sei un alcolista, anche quando hai conquistato la sobrietà».

(Parentesi: mentre parliamo, ci sono momenti in cui a Tiziano viene un groppo alla gola, per esempio quando mi dice: «Se fossi rimasto a Latina, in provincia, sarei rimasto pieno di complessi». E nel film racconta le persecuzioni subite dal piccolo Tiziano per tutto: per il suo peso, per la mancanza di ragazze, per la sua diversità).

Scusa l’interruzione. Dicevi, Tiziano?
«Che tante cose non sarebbero successe se non avessi avuto la pressione esterna della fama. Questo mestiere mi ha spaventato abbastanza da farmi reagire e dire: “Io voglio una sola versione di me stesso, quella pubblica deve essere uguale a quella che vivo a casa mia”. Non è retorica se dico che la musica mi ha salvato la vita, perché se fossi rimasto a Latina chissà se avrei avuto la forza di reagire. A un certo punto non potevo più permettere che la mia vita andasse bene, vendessi dischi, fossi famoso, ma che non fossi felice. Non mi sono mai arreso a questo, l’ho sempre preteso da me. E l’ho fatto».

Mi aspettavo di vedere un film pieno di canzoni, e invece…
«A me interessava raccontare la verità. Per questo mi sono tenuto lontano dal documentario “professionale”, infatti c’è una sola canzone per intero e non volevo nemmeno quella, poi mi hanno convinto che ci stava bene e in effetti… Altra cosa: non abbiamo scelto le immagini e i momenti in base all’estetica, non c’è niente di edulcorato. L’obiettivo era evitare ogni genere di “bellezza” delle immagini imposta dal lavoro che faccio. Strano, no? Noi artisti passiamo ore a scegliere i vestiti giusti e l’immagine perfetta magari solo per un video o per un passaggio in tv di quattro minuti».

È un documentario-verità. Per esempio quando parli del tuo coming out (la dichiarazione pubblica di essere omosessuale), che tra l’altro ha aiutato un sacco di ragazzi a rompere gli indugi e le paure…
«Il grado della gravità del tuo disagio, qualunque sia il problema legato alla tua sfera personale (ansia, fame bulimica, alcol, gioco, droga, eccetera), è pari alla segretezza, per cui più eviti di parlarne e più sprofondi. Bisogna uscire dal segreto, l’ho scoperto col coming out, una cosa che ho fatto per me, per stare bene io. Io non sono il “cavaliere” di nessuno, anche se per esempio una ragazza che aveva il problema di fare coming out mi ha detto: “Grazie ad alcuni artisti come te io oggi so chi sono e ho avuto il coraggio di dichiarare la mia omosessualità”».

La musica

Foto: L’album di cover “Accetto miracoli: l’esperienza degli altri”, in uscita il 6 novembre, contiene canzoni di Franco Battiato, Mina, Giuni Russo, Domenico Modugno, Francesco De Gregori, Scialpi, Mango, Massimo Ranieri e molti altri. «Sono le canzoni che canto per me. Era un disco che non avevo previsto» dice Tiziano

Insieme con il documentario, esce anche un disco, “Accetto miracoli: l’esperienza degli altri”. Una raccolta di cover veramente originale: dentro c’è di tutto, da Mina a Scialpi, da Califano a Modugno.
«È un disco che non doveva esistere: non lo volevo fare, ma al tempo stesso avevo voglia di musica. Poi mi hanno chiesto dall’Italia una cover per “I love my radio”, la celebrazione dei 45 anni delle radio private. E così ho telefonato a Massimo Ranieri, l’ho convinto a duettare insieme in “Perdere l’amore” e da cover nasce cover… In realtà ne avevo provate molte altre, da Gabriella Ferri ai Ricchi e Poveri, perché sono le canzoni che canto per me».

E arriviamo a Sanremo 2020.
«Una cosa meravigliosa, anche se non è stato semplice. Talvolta l’emozione mi ha tagliato la voce, come quando ho cantato “Almeno tu nell’universo”. Alla fine ero arrabbiatissimo perché conosco quella canzone perfettamente, ma sul più bello mi sono inceppato…».

Hai messo anche quello in “Ferro”.
«Sì. Il mio operatore mi ha ripreso di nascosto dietro le quinte, aveva quasi paura a dirmelo, ma vedendo la scena ho deciso che era un altro momento sincero».

Tornando alla tua “liberazione”, due cose. La prima: quando hai sentito il cambiamento dentro di te, parlo dal punto di vista del tuo mestiere di cantante?
«Durante il mio primo tour da sobrio, quello del 2015: per la prima volta non avevo tremori e ho capito quanto fosse bello sentirmi libero».

Si capiva che stavi bene, l’avevo notato a San Siro, eri un’esplosione di gioia. E ora la seconda cosa: tutti i tuoi tormenti ti hanno portato a scrivere delle canzoni meravigliose. Ma non hai avuto paura di perdere l’ispirazione una volta trovata la sobrietà? La musica è piena di esempi di gente diciamo così “alterata” che scrive capolavori.
«Certo, potevano anche da quello nascere canzoni belle, sì, perché tutto ha un’influenza nell’arte. La prima canzone che ho scritto nel 2014, quando ho cominciato questo percorso di rinascita è stata “Il conforto”. Quindi la mia risposta alla tua domanda è ok, mettiamo pure che la sobrietà non aiuti l’ispirazione, ma il contrario è vero? Non voglio fare nomi, ma quelli che hanno ancora delle dipendenze, e ne vedo tanti in giro, scrivono ancora grandi canzoni?».

La nuova vita

Nel film si vede casa tua, una casa non grande, mi sembra, con un piccolo giardino. E ci sei tu che vai al supermercato, che a Los Angeles vivi una vita molto normale. Hai una cucina normale, un salotto normale…
«Sto bene a casa mia, in realtà io e Victor stiamo cercandone un’altra, ma con il lockdown, che qui in California va avanti da marzo, è difficile. Pensa che hanno appena riaperto i parrucchieri dopo un sacco di tempo. Ma ancora non puoi andare a vedere le case, quindi per ora restiamo qui».
Ho trovato bellissime, commoventi ed esilaranti anche le scene del tuo matrimonio.
«Sì, sono divertenti, per esempio il racconto di quando mia mamma ha voluto vedere una foto di Victor quando gliene ho parlato per la prima volta e ha detto: “Ha 50 anni, vero?”. O quando ricordo a mio papà, davanti a mio marito, ai suoi parenti e a tutti gli invitati americani, una sua battuta proprio sugli americani: “Mentre loro ancora cacciavano i bisonti con le lance, noi avevamo gli ascensori”. E poi quella sera ho raccontato un’altra cosa, che nel film non c’è. E ti fa capire bene come gli americani vedono noi italiani».
Cioè?
«Siamo in Italia e Victor vuole assolutamente comprare il burro di arachidi, una cosa di cui loro sono ghiotti ma da noi… a me poi proprio non piace. Bene, vede un negozio di alimentari e dice: “Ferma la macchina che lo vado a comprare”. Io sorrido perché so che in quel negozietto non lo troverà mai. Lui scende sicuro di sé. Dopo un po’ torna, ha l’aria scocciata: “Certo voi italiani siete strani: non si trova il burro di arachidi, ma lì c’erano 25 tipi di prosciutto. Che ve ne fate di 25 tipi di prosciutto?”».
Hai anche dei suoceri molto simpatici.
«Sai come si dice, no? Quando ti sposi, sposi tutta la famiglia. A me è andata molto bene coi suoceri. E ho dei nipoti stupendi».
Manca solo un figlio…
«Non ti nascondo che è un idea che c’è, un desiderio forte. Ma il lockdown l’ha messa momentaneamente in pausa».
Chi cucina in casa, tu o Victor?
«Io. Io sono il cuoco di casa. Recentemente ha avuto molto successo tra i miei amici la torta “sbrisolona”, che faccio in due modi: classica con la frutta secca o, più fuori dagli schemi, con la Nutella».
Altre specialità?
«Piace molto il mio pollo ai carciofi. L’altra sera ho cucinato pesce spada panato alla siciliana. E ora che arriverà il freddo preparerò i tortellini in brodo».
Quanto soffri il fatto di non poter uscire di casa per via del Covid?
«Io esco raramente anche a cose normali, sono un isolato seriale. L’unica cosa positiva di questa situazione è che scrivo come un matto, scrivo continuamente. E aiuto anche una ragazza di talento che mi ha fatto sentire le sue canzoni: hai presente la scena nella scuola di Los Angeles dove i ragazzi imparano l’italiano anche con le mie canzoni?»
Certo, è una delle scene più emozionanti del film.
«Ecco, un giorno lei si è avvicinata, mi ha fatto sentire le sue canzoni, e insomma la sto aiutando a trovare la sua strada».

Finito. Anzi no, il bello inizia adesso, almeno per voi che ancora non avete visto “Ferro” e non avete sentito il disco di cover. Mentre lo fate, immaginate Tiziano che sorride, perché ha ripreso tutta la propria vita in mano.
(Intanto Jake, mentre ci salutiamo, inizia ad abbaiare. Eppure non è l’ora della pappa. Mah).