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TIZIANO FERRO, l’intervista prima del concerto all’Olimpico di Roma: «Che gioia cantare in questo stadio!» GALLERY

All’Olimpico di Roma Tiziano Ferro ha cantato due volte, nel 2009, ma lo stadio in quell’occasione era a capienza ridotta: «Ho tenuto quei concerti davanti a una curva» ricorda. «Ora invece avrò lo stadio tutto per me». E ammette: «Tre anni fa non me la sono goduta veramente»...

23 Giugno 2012 | 07:09 di Antonio Mustara

clicca l’immagine per sfogliare la gallery (foto Massimo Sestini)

All’Olimpico di Roma Tiziano Ferro ha cantato due volte, nel 2009, ma lo stadio in quell’occasione era a capienza ridotta: «Ho tenuto quei concerti davanti a una curva» ricorda. «Ora invece avrò lo stadio tutto per me». Per realizzare il servizio fotografico di copertina, Tiziano e il nostro Massimo Sestini si sono avventurati, arrampicandosi, in una zona di Roma quasi inaccessibile. Tiziano rivolge spesso lo sguardo all’Olimpico, che da quassù, forse, fa meno paura. E ammette: «Tre anni fa non me la sono goduta veramente».

Come mai?
«Perché non ero sereno, non avevo ancora completato quel percorso psicologico che oggi mi permette di vivere pienamente la vita, condividendola con tutti».

A rivedere quelle immagini però non si notano segnali di infelicità.
«Perché sul palco stavo bene, il brutto veniva dopo. Appena uscito dai concerti avevo sempre il muso, ero triste. Invece di andare a festeggiare con la band e gli amici mi rintanavo in albergo. In quel periodo ero talmente in conflitto con me stesso da chiedermi come mai tanta gente venisse ai miei concerti. Entravo in scena nervosissimo e pensavo: “Ma siete proprio sicuri?”. Questa volta, invece, percorrerò i metri dagli spogliatoi al palco con grande serenità, gioia e voglia di condivisione».

Ha in serbo qualche sorpresa per il concerto del 14 luglio?
«Spero di avere un grande ospite romano, però non posso ancora rivelarne il nome. E poi metterò mano alla scaletta aggiungendo qualche chicca. Non me ne vogliano i miei fan delle altre città, ma voglio che questo concerto sia un po’ speciale. Perché torno a casa e voglio godermela in maniera particolare».

Finora il pubblico dei concerti come ha accolto i brani del nuovo album «L’amore è una cosa semplice»?
«Ho scoperto che alcune canzoni sono arrivate ai fan con una forza maggiore di quanto mi aspettassi. E in base a questa risposta ho scelto il prossimo singolo».

Quale canzone ha scelto?
«Il brano che chiude l’album, “Per dirti ciao!”. Il pubblico lo canta come se fosse uno dei miei pezzi storici. Pur essendo ritmata è una canzone malinconica. Nasce dalla lettera di una giovane vedova, che mi ha raccontato di come le mie canzoni abbiano fatto da colonna sonora alla storia d’amore vissuta col marito».

Una canzone può cambiare la vita?
«Me lo auguro, e spero che le mie possano suggerire cose positive alle persone. Nei miei testi parlo della mia vita e la metto ad esempio, nel bene e nel male. Io mostro le mie carte, se poi qualcuno vuole usare il mio schema di gioco, faccia pure. Magari gli servirà ad evitare qualche errore».

Oggi, quando canta i pezzi di dieci anni fa, che cosa prova?
«Le canzoni più vecchie mi fanno tenerezza, le ho scritte tra i 17 e i 20 anni quando neanche pensavo che un giorno le avrei pubblicate. Riflettono il periodo della vita in cui sei dominato dai sentimenti estremi come l’incoscienza, la voglia di andare via, il timore di non farcela, tutti sentimenti che adesso ho sconfitto. Per esempio ancora canto “Imbranato” ma non mi sento più così».

E «Xdono», il primo successo?
«È una canzone a cui voglio bene, che mi ha permesso di arrivare fin qui, ma ormai la canto per sfinimento. È come chiedere a Jovanotti di cantare “È qui la festa?”. Infatti quest’anno in concerto l’ho sdrammatizzata con la coreografia hip hop».

E quale canzone ha cancellato dai concerti?
«La più famosa è “Scivoli di nuovo”. Ha un testo talmente triste che non riesco più a immedesimarmi. E per questo l’ho abbandonata».

Una volta disse a Sorrisi che con le canzoni poteva dire cose che non aveva il coraggio di dire in faccia alle persone. È ancora così?
«La canzone resta una buona maniera per dire le cose, la mia preferita, ma adesso non è più l’unica. Possiede due grandi forze: la sintesi e la capacità di arrivare in poco tempo nel quotidiano delle persone con la radio, la tv e Internet».

A proposito, lei frequenta poco i social network. Come mai?
«In realtà non li frequento per niente. Ci ho provato con Facebook ma è stato un esperimento fallimentare. Twitter non so neanche com’è fatto e non intendo scoprirlo. Lascio a che a occuparsi delle mie pagine ufficiali siano gli amici della casa discografica, i miei fan questo lo sanno».

Da dove nasce questa avversione?
«Per me i social network rappresentano un’invasione legalizzata della privacy, la maniera più sottile e legale di fare stalking. Perché è vero che tu in teoria decidi le informazioni che vuoi condividere e con chi, ma poi non è proprio così. Uno i fatti tuoi se li può comunque fare ed è una cosa che mi terrorizza sotto mille punti di vista. Anche perché, nonostante tutte le migliorie che ho apportato alla mia persona e alla mia personalità negli ultimi due anni, io resto uno molto riservato e schivo».

Lei ha sempre avuto problemi con la fama. La situazione è migliorata?
«Non molto, ma è un rapporto odio-amore con il quale ho imparato a convivere serenamente. Il successo avrà tanti effetti negativi ma rimane un buon mezzo per fare ciò che mi piace».

La fama, come nel caso di Amy Winehouse e Whitney Houston, può anche uccidere…
«La morte di Amy m’ha devastato, sono anche andato a portarle un fiore al cimitero ebraico a nord di Londra. L’avevo conosciuta prima che diventasse famosa, quando ancora faceva la fioraia e si esibiva nei locali di Camden. Già allora era sempre ubriaca, ma so perché lo faceva».

Perché?
«Quando uno anestetizza se stesso così tanto, con l’alcol, con la droga, e io l’ho fatto per molto tempo con il cibo, lo fa perché ha un mondo interiore talmente grande che è impossibile da gestire quando diventi famoso. Quello che è successo a lei a a Whitney ha rafforzato la mia convinzione che bisogna imparare a dire di no per non diventare vittima dei meccanismi della fama. Il problema è che quella sensibilità, quando è così spiccata, ti porta a pensare che dire di no è sbagliato e ti fa sembrare una persona presuntuosa, cattiva, ingrata. I no invece sono una maniera per instaurare un bellissimo rapporto tra te e chi ti sta intorno. Un no è un favore che fai anche a chi lo riceve».

Il suo amico Ivano Fossati, che per lei ha scritto «Indietro», si è ritirato dalle scene. Lei ha mai pensato di farlo?
«Penso che Ivano abbia fatto bene, lo ammiro e lo rispetto. Il giorno che lo farò io, però, non avrò il coraggio né di dichiararlo né di celebrarlo. Sparirò in silenzio, come i gatti feriti che non vogliono essere visti».

Nel frattempo continua a scrivere i suoi quaderni che poi diventano libri?
«Continuo a scrivere quaderni, ma basta libri. Già il secondo era stato un’appendice, il capitolo mancante che spiegava cos’era successo dopo l’uscita del primo libro. Quella storia adesso è conclusa. Ho raccontato una bella favola, quella di Tiziano e del suo piccolo scrigno sentimentale custodito dai mostri. Abbiamo aperto lo scrigno, abbiamo cacciato i mostri e tutti vissero felici e contenti».

È ancora convinto che l’amore sia una cosa semplice?
«Io continuo a crederlo, per me ormai è un mantra. Poi è ovvio che la quotidianità di una vita di coppia fatta di convivenza, e adesso anche di separazioni per via del tour, complica la vita a tutti, ma fa anche emergere i lati più interessanti dello stare insieme, come la capacità di adattarsi alle situazioni più estreme. Scopri, per esempio, che quando sei lontano ti mancano anche dei difettucci che nel quotidiano ti urtano. Insomma, nelle sue meccaniche l’amore potrà anche non essere semplicissimo, però mi semplifica la vita. Perché me la migliora».

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