Home MusicaTutta la storia di Irama, dall’infanzia alla vittoria di Amici 17

Tutta la storia di Irama, dall’infanzia alla vittoria di Amici 17

Conosciamo il trionfatore del talent show di Canale 5: dall’infanzia in Toscana alla scuola di Maria De Filippi

Foto: Irama  - Credit: © Ufficio Stampa

22 Giugno 2018 | 12:18 di Alessandro Alicandri

Ha vinto affrontando la finale da vero fuoriclasse: Irama (nome d’arte scelto perché è l’anagramma di Maria, il suo secondo nome, visto che all’anagrafe è Filippo Maria Fanti) con il 63% dei voti è il vincitore di «Amici» 2018. Anche se è entrato a fine gennaio nella scuola, di lui si conosce davvero poco. Addirittura Maria De Filippi, una delle conduttrici più riservate della tv, durante il Serale ha fatto di tutto perché si raccontasse di più al pubblico. «Solo lei, con la sua infinita dolcezza è riuscita a sbloccarmi» spiega Irama. «Maria mi ha fatto capire che non posso parlare alle persone stando barricato dietro a un muro». In questa intervista, che ha assunto i tratti di una seduta psicologica, abbiamo provato a continuare quel discorso cominciato nel talent. Per conoscere chi si cela dietro quegli occhi con lo stesso colore del ghiaccio. Chi è davvero Irama?

Cresciuto tra i cantautori

«Sono nato a Carrara e cresciuto fino alle elementari con tutti i miei parenti in Toscana. Lì avevo già il pallino per la musica. I miei, mamma Patrizia e papà Marco, ascoltavano tanti cantautori italiani: Guccini, De André, Battisti. Non sono cresciuto in una famiglia con tanti soldi, ma io e mia sorella Iolanda ci siamo arricchiti tanto come persone. Non c’erano i soldi per le lezioni di canto: anche quando ci siamo tutti trasferiti a Monza non ho mai studiato musica. Eppure a 7 anni ho scritto la mia prima canzone».

Adolescente inquieto

«I miei genitori sono razionali, vanno dritti al punto. Mio padre era uno sportivo abituato alla routine, agli schemi. Io invece ero quello “storto”, ho sempre voluto fare la vita da “scappato di casa”, anche se da casa non me ne sono mai andato davvero. Mi piaceva fin da piccolo fare il nomade, tanto da aver cambiato tre scuole superiori in pochi anni. Liceo classico, poi lo psico-pedagogico e poi ragioneria. Ho mollato tutto e mi sono dedicato solo alla musica. Non riuscivo a fare altro che scrivere canzoni. Esprimermi con i miei brani più che un pallino era un’ossessione».

I primi passi nel rap

«Se non mi trovavano, quasi certamente ero dietro il cinema Capitol di Monza. Lì mi trovavo con i miei amici a improvvisare rime rap. È stata quella la mia scuola più importante prima di “Amici”: in tanti ci provano a rappare e ci sono un sacco di cose belle da dire, ma nel rap quelle cose bisogna saperle dire bene. Anche in quel contesto ero sempre il più strano. Mi piaceva già fondere i generi, avevo uno spirito che non parlava solo il linguaggio del rap, ma anche quello della tradizione italiana».

Le mie piume

«Ho l’aria di uno che ha visto mezzo mondo, ma la verità è che non sono mai andato via dall’Italia se non in rare occasioni. Mi affascina l’Egitto, la sua cultura e i suoi simboli. Tutto è collegato: ho tanti tatuaggi, ma l’unico che non toglierei è quello che ho in mezzo al petto. Sono quattro simboli che indicano una data. Il 6 marzo del 2011 è il giorno in cui ho scelto il mio nome d’arte e in quel momento ho fatto un “voto”, se così si può dire, alla musica. I due “uno” sono raffigurati come due piume, le stesse che ho negli orecchini che indosso sempre. Non riesco a immaginarmi senza, fanno parte di me».

Scrivere canzoni come De André

«Da piccolissimo cantavo “Volta la carta” di Fabrizio De André, una canzone divertente ma con più livelli di lettura. Lo so, è ambizioso, ma il mio sogno è scrivere canzoni così. In fondo, tendo a essere un po’ criptico. Una volta Annalisa Scarrone, in una lezione, mi ha chiesto di spiegare com’è nata la mia “Un giorno in più”. Ecco, non sono riuscito ad andare oltre una manciata di parole. In quel brano dico a mio padre tutto quello che gli dovevo dire, ma a modo mio. Papà ha scoperto poi che quel brano era dedicato a lui e non credo che abbia ancora capito il mio messaggio per lui. Con i miei limiti, voglio raccontare cose vere, che mi riguardano davvero. Voglio portare alle persone emozioni, le stesse che ho vissuto io quando ho visto pubblicato il mio Ep. Per essere uno che non piange e mostra poco cosa ha dentro, quello che emerge in superficie lo difendo. Ho bisogno di sentirmi vivo».

«Risbocciato» in aula

«Sono entrato nella scuola per capire se quella della musica poteva essere ancora la mia strada a livello professionale. Dopo un Sanremo tra le Nuove proposte e la vittoria tra i Giovani al “Summer Festival”, ho avuto uno stop forzato che mi ha mandato in grande crisi. Questa vittoria, per me del tutto inaspettata, mi ha fatto risbocciare come una rosa. “Amici” non è solo un trampolino di lancio per giovani talenti, ma anche una scuola durissima. Professionale e di vita. Quel bambino dallo spirito “nomade” adesso non vuole fermarsi mai più. Ho un altro sogno: partecipare all’Eurovision Song Contest».