Zero Assoluto: «L’estate di “Sei parte di me” e la nostra “Psicologia sociale”!»

Il duo ci riporta all'esordio con "Semplicemente", alla vittoria del Festivalbar con "Sei parte di me", fino al nuovo singolo estivo

27 Luglio 2022 alle 17:43

Si sono incontrati sui banchi di scuola, al Liceo Giulio Cesare di Roma, «lui cambiava classe, io scuola, ero addirittura passato dallo scientifico al classico facendo anche un esame di integrazione di greco, proprio per arrivare in quella classe là» racconta Thomas, «il destino ci ha messo lo zampino» conferma Matteo. Mentre chiacchieriamo con gli Zero Assoluto il tempo sembra essersi fermato. Ci riportano all'esordio con "Semplicemente", alla vittoria del Festivalbar con "Sei parte di me". A Myspace e ai forum. “Psicologia sociale” è il loro nuovo singolo.

Oggi è cambiato tutto. O non è cambiato niente?
Matteo: «È cambiato sicuramente il nostro approccio alle canzoni, ma non alla composizione dei brani. Siamo diventati un po’ più grandi, quindi meno matti e meno ansiosi. La pausa di tre anni che abbiamo fatto ci aveva un po’ bloccato psicologicamente. Il lockdown ha portato cose terribili, ma da un punto di vista artistico ha aumentato il desiderio e il coraggio di far uscire nuova musica. Noi non abbiamo mai smesso di scrivere canzoni. E di certo non sono cambiate le emozioni. Quando aspetti la mezzanotte per l’uscita di un nuovo pezzo è come se si rinnovasse un capodanno. Ora sento di aver acquisito una grandissima serenità per vivere la musica nella maniera più pura possibile. Prima era tutto più punk ma in chiave pop». 
Thomas: «Concordo. È cambiato qualcosa, ma sono tanti piccoli dettagli, anche perché è cambiata la nostra vita, è cambiato dove viviamo. Prima la musica era qualcosa di più totalizzante e con meno metodo. La tecnologia ha cambiato tutto. Siamo passati dai fogli di carta ai primi smartphone tecnologici. Prima per dar vita a un pezzo dovevi per forza avere qualcuno che ti suonava qualcosa dal vivo, oggi quando ci incontriamo siamo più strutturati. La versione giovane del nostro percorso era sicuramente più istintiva». 

Siete tornati con “Psicologia sociale”: è un titolo curioso come è nato il brano e come è arrivato il titolo? 
T: «Il brano è capitato, come capita a volte a me e Matteo di incontrarci e scrivere. È nata di getto, ci siamo dati appuntamento in quattro, con noi c’erano anche i ragazzi della band ‘Le ore’. Scrivere per un pomeriggio intero ti mette in contatto e capisci subito se c’è affinità o no. È nata in un istante, da uno spunto che avevo tirato fuori io e da lì abbiamo iniziato a fare una riflessione sull’estate. Anzi, sulla fine dell’estate. Parla di quella malinconia mista a nostalgia, che hai non solo dell’estate in sé ma anche di te stesso, di come ti approcci tu all’estate. È uno stato mentale. È una sorta di sindrome dell’estate nel senso che ti liberi e poi da solo ti rimetti in una prigione».
M: «È una condizione che ti fa sentire libero. Ci ha sempre incuriosito il fatto che l’estate sia un momento che dedichiamo a noi stessi, ma ha un tempo determinato. Finisce quando ricomincia la routine. E il vero anno inizia per tutti in maniera scolastica a settembre, non c’è età da questo punto di vista, siamo predisposti a rientrare in binari psicologicamente limitanti per la nostra serenità. E comunque psicologia sociale è il primo esame che ho fatto all’università, ho preso 29 volevo dirlo! Anzi, ritornando indietro mi chiedo perché non mi sia imposto per chiedere una domanda in più per avere 30!».
T: «Mi sa che l’ho fatto pure io, era uno dei pochi esami che feci a sociologia. Non ero un grande studioso. Anzi, Sociologia delle religioni è stato l’ultimo esame che ho fatto e che con Matteo abbiamo preparato insieme, ma come titolo era meno affascinante!”. 

Dal brano si respira voglia di leggerezza, oggi vi sentite più liberi rispetto a quando avete iniziato? Cos’è oggi per voi la libertà? 
M: «Professionalmente parlando io mi sento l’uomo più libero del mondo ed è una conquista, è una delle cose che auguro di provare a tutti. Avere la libertà di muoverti come vuoi e prendere le direzioni che preferisci è un grande lusso. Per me la libertà è questa. È avere la possibilità e il privilegio di scegliere cosa fare, dove impegnarmi e cosa sottolineare. E veramente lo trovo il più grande guadagno che ho ricevuto con l’età che piano piano è andata (ride, ndr), non voglio dire che avanza perché sono sempre un po’ pischello! ».
T: «Con Matteo c’era un patto. Ci eravamo ripromessi che quando trasformi una passione in un lavoro c’è un momento in cui ti rendi conto che metti un po’ a rischio la passione perché ti cadono addosso responsabilità, aspettative, intorno a un progetto sai che vivono tante persone e tu sai che deve funzionare a tutti i costi. Da artista che fa musica ti scattano paranoie perché la musica non è matematica. Quando abbiamo capito che metteva a rischio la nostra passione ci siamo detti "ok, assicuriamoci la possibilità di fare musica ma in maniera libera sempre", quindi da subito abbiamo iniziato a fare tante cose contemporaneamente. Abbiamo fatto la radio, i dj, produzioni televisive, messo su delle società di comunicazione, sempre cose creative, abbiamo fatto gli esperimenti più assurdi ed effettivamente oggi abbiamo la possibilità di fare la musica con i tempi che vogliamo noi. Non deve per forza essere una rincorsa al successo e lo dico anche nell’ottica di un mondo che è tanto cambiato, perché ora è digitale. Misurare un ragazzo di 18 anni oggi è più facile, perché il suo pubblico usa piattaforme misurabili, il nostro pubblico oggi è fatto in parte di ragazzi- e devo dire che ci stupisce in grandi numeri- ma anche di gente che lavora e che vedi più ai concerti. A noi piace l’idea di fare musica con i tempi che piacciono a noi. Le modalità che piacciono a noi. Le persone che piacciono a noi. E questa è la libertà di cui parla Matteo». 

In un momento in cui tutti lanciano tormentoni che fanno ballare voi ci fate riflettere, un po’ come avevate fatto nell’estate di “Sei parte di me”, nel 2006…
M: «La malinconia è sempre stata un ingrediente delle nostre canzoni. Se pensi che la canzone che veramente ci ha cambiato è stata "Semplicemente", che è tutto fuorché una canzone che ti fa ballare, ed è uscita a fine estate…  Abbiamo puntato sempre sull’emotività. Poi abbiamo anche dei pezzi leggeri che ti fanno muovere come "Per dimenticare", però abbiamo sempre adorato pezzi che hanno qualcosa di malinconico e nostalgico». 
T: «Si, ce l’abbiamo dentro!”.

Se chiudete gli occhi la prima immagine che vi viene in mente di quell’estate 2006 qual è? 
M: «La vittoria al Festivalbar. Quando abbiamo iniziato a fare musica, sì l’ambizione era andare a Sanremo però il Festivalbar era qualcosa di incredibile. Che ti fa dire ‘O mio dio, Non ci voglio credere!’. Di quell’estate ricordo che eravamo con Svegliarsi la mattina al secondo posto, e Sei parte di me al primo. Avevamo due pezzi nella posizione dei singoli più venduti. Allora si vendevano proprio i singoli, quindi era un risultato clamoroso. È stata l’estate più incredibile che ci sia mai capitata! Ah, il premio è a casa mia volevo dirlo!».
T: «Sanremo era una competizione storica della musica italiana, ma con canzoni inedite, invece le canzoni che erano già arrivate al pubblico erano al Festivalbar, quindi stare lì era una conferma. Tra l’altro non ce l’aspettavamo minimamente che avremmo vinto, è stata una super sorpresa!». 

I vostri brani hanno fatto da colonna sonora ai film di Federico Moccia, che serie guardate? E quale colonna sonora vi piacerebbe firmare?
M: «Abbiamo scoperto che un nostro pezzo "Certe cose non cambiano" è in "Love & gelato", un film uscito da poco su Netflix e sono molto contento che sia finito in una serie un pezzo come quello che non è radiofonico, anche se è uno dei nostri preferiti. Io oggi mi drogo di serie. Anzi, vi consiglio White Lotus su Sky. Una serie per cui vorremmo fare la colonna sonora? Tutte!».
T: «Il problema è trovare qualcosa di non visto, Matteo ha visto tutto! Italiana? Una delle serie che mi è piaciuta di più è stata Skam. Nonostante generazionalmente non coincidesse. Quindi perché no? Una colonna sonora per Skam?!».

Avete cantato e scritto di amore, e continuate a farlo anche oggi, in tutti questi anni avete trovato una risposta o una definizione più vicina alla parola amore?
M: «No, perché cambia sempre il punto di vista, di come ti senti, di come stai, di chi hai intorno, di come va la tua vita. In realtà è una lunga rincorsa, una lunga lotta che facciamo quotidianamente verso, anzi contro la felicità. A volte trovi ostacoli o distrazioni che ti fanno fare un giro un po’ più lungo. È impossibile trovare una definizione e menomale perché attraverso le canzoni hai la possibilità di raccontarla sempre in una modalità diversa e con uno stato d’animo che cambia. E cambia in base a come ti senti tu».
T: «Io penso di non averla mai avuta una definizione, forse ho avuto un’idea dell’amore. L’abbiamo sempre raccontata con un immaginario irreale, magari più romantico di quello che poi è la realtà, però continuiamo a crederci. A volte ti va di buttarti a sognare!».

Quando avete iniziato c’era Myspace, voi siete stati un po’ degli antesignani perché avevate un rapporto vicino ai fan, con i social pensate che sarebbe cambiato? 
M: «Noi abbiamo vissuto la nascita dei social network, c’era Myspace ma soprattutto il mondo dei forum, era gigantesco. Avevamo un forum da 1 milione e mezzo di iscritti ed era una sensazione di comunità incredibile, paradossalmente più intima dei social. Il nostro approccio con i social oggi è abbastanza basico. Li gestiamo senza troppe invasioni, non ci va di recitare il gioco del sono super attivo, ti racconto qualsiasi cosa. Li utilizziamo in maniera molto istintiva… E quindi da 40enni (ride, ndr)!».

Un cantante della generazione Z che vi piace? 
T: «Io li ascolto tutti, ma Gazzelle è uno di quelli che anche se non fosse stato un amico mi sarebbe piaciuto tantissimo, forse quello più a fuoco nel mio mondo, che è un mondo che oggi potrei definire indie, non pop mainstream, lui ha dentro quella modernità vintage che è un po’ il nuovo cantautorato». 
M: «Sono tutti della generazione Z, da tha Supreme a Blanco o Gazzelle. Il digitale ha portato una competizione molto più ampia, ma anche un’offerta pazzesca, un approccio e una maturità alla musica incredibile. Il sound della musica in Italia è diventato molto più internazionale. Grazie alle piattaforme digitali e ai social. A livello produttivo l’Italia ha fatto dei passi da gigante dal punto di vista musicale, ci sono tantissimi prodotti musicali che possono avere sbocco internazionale. E non a caso il mondo dei producer è diventato alla stregua degli artisti ed è l’esempio eclatante».
T: «Negli ultimi anni proprio a livello di producer e di produzioni abbiamo recuperato. Sarà che c’è stata una grandissima diffusione di competenza. Noi abbiamo vissuto la trasformazione da analogico a digitale, abbiamo avuto i primi computer, le prima schede audio, i primi programmi, prima non sapevano tutti come si creava un suono, ora grazie a internet i ragazzi hanno più possibilità di imparare, ci sono piattaforme che ti insegnano a fare tutto». 

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