Home MusicaZucchero “Sugar” Fornaciari: «Canto con Sting amico di una vita»

Zucchero “Sugar” Fornaciari: «Canto con Sting amico di una vita»

I due artisti insieme 30 anni dopo "Muoio per te": «Ci siamo conosciuti nel 1990 e mai più persi di vista»

Foto: Zucchero e Sting

17 Dicembre 2020 | 8:52 di Andrea Di Quarto

Sei nuove canzoni per rinvigorire il suo album “D.O.C.”, già Disco d’oro, che dall’11 dicembre è tornato (in versione doppio cd, in digitale e, in esclusiva per Amazon, in triplo vinile) con il titolo “D.O.C. Deluxe”. È il regalo di Zucchero “Sugar” Fornaciari ai suoi fan.

Ha preso spunto dal periodo di isolamento?
«Il primo mese ero un po’ spaesato. Ero abituato ad altri ritmi e poi mentalmente ero già in un tour di 150 concerti in giro per il mondo. Poi, la fortuna di avere una casa con tanta terra e degli animali ha fatto sì che mi riabituassi a dei ritmi più lenti, a pensare a cosa fare o non fare. Piano piano è venuta anche la voglia di mettermi a scrivere, che è un processo molto diverso dall’essere in tour: lì è tutto adrenalina, ogni giorno vai e, in un certo senso, devi fare solo quella cosa lì. Invece stare chiuso in studio è un lavoro un po’ più… francescano».

Com’è nato “September”, il brano cantato con Sting?
«È stato l’ultimo pezzo che ho scritto. Inaspettato, tra l’altro. Avevo già chiuso l’album. Sting mi ha chiamato agli inizi di giugno e mi ha detto che aveva composto questa melodia, che sentiva molto italiana, e mi ha chiesto di scrivere un testo. Ci abbiamo lavorato qualche settimana tra casa mia e la sua, nel Chianti, dove ha uno studio molto attrezzato. Non sapevo neppure se l’avrei usata... Invece eccola qui: anche lui l’ha inserita nel nuovo disco. Siamo amici da 30 anni, ci siamo sempre rispettati: abbiamo fatto tante cose insieme, compreso un mini-tour negli stadi dove io ero ospite».

Come vi siete conosciuti?
«La prima volta, nel 1990, andai a casa sua, in Toscana, portato da un amico comune. Dopo la cena Sting mi fa: “Domani battezziamo nostra figlia e lo vogliamo fare qui in Italia: ti va di farmi da padrino?”. È partita così. Poi lui mi ha chiesto di fare l’adattamento in italiano di “Mad about you”, ovvero “Muoio per te”, e da allora non ci siamo più persi di vista».

Tra i nuovi brani c’è “Non illudermi così”, cover di “Don’t make promises” di Tim Hardin, uno degli artisti americani degli Anni 60 e 70 più sottovalutati.
«Sia questa che l’altra cover, “Wichita lineman” (di Jimmy Webb, ndr), sono canzoni che ascoltavo e suonavo nelle balere da giovane con i miei primi gruppi. Quel suo ritmo in stile New Orleans mi è sempre piaciuto, così come il concetto di non farsi promesse. Solo che l’originale parla del rapporto con una giovane donna. Io l’ho spostata più sul piano sociale, parlo di tanta gente che fa promesse, ma sono bugie. Mi sembrava attuale. Non si può continuare a illudere le persone. Ormai anche con l’avvento di questi social... Riconosco che siano importanti e anche funzionali, ma allo stesso tempo sono pieni di contenuti effimeri, di poca sostanza».

Spopola, nel mondo, la musica iperprodotta. Pensa che a un certo punto si tornerà all’antico?
«Me lo auguro vivamente. Io sono uno che ama ancora la musica suonata, calda, fatta con strumenti, poca elettronica e musicisti veri. Insomma “soulful”, con l’anima. Per quanto mi riguarda continuerò a fare quello che ho sempre fatto: prediligere l’anima e l’istinto rispetto al calcolo. Perché alla fine quando usi i computer c’è anche un po’ di calcolo. A me piace l’imprevisto, l’imperfezione, la sbavatura, lo sbaglio, quelle cose che rendono tutto più umano».

Le manca il tour?
«Il tour è un rito che ogni sera si ripete. A me piace il viaggio, m’ispira. Certo è stancante, sei sotto pressione. Ma è stancante anche lavorare in miniera, noi siamo dei privilegiati. Viaggi, incontri gente nuova ogni sera, un pubblico diverso. Per me questo è vitale. Sia che suoniamo in posti da 3 mila spettatori o in grandi eventi, come quando facciamo i festival da 50 o 80 mila persone».

C’è un suo pezzo che l’ha sorpresa con un successo imprevisto?
«Sono uno specialista nel fare le canzoni e non capirne il potenziale. La prima fu “Senza una donna”. Io non volevo neanche metterla nell’album perché mi sembrava commerciale, troppo semplice. Devo ringraziare il produttore Corrado Rustici e il mio manager di allora che mi diedero del pazzo. Avevano ragione, perché poi fu un successo mondiale. Un’altra è “Per colpa di chi?”, che a me sembrava una canzoncina allegra, da cantare in trattoria. Ma ce ne sono state tante! “Donne”, per esempio, con quel suo “dududù”. Mi dicevo: dove vado con questo “dududù”?».