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Adriano Panatta: vi racconto il mio Roland Garros

Intervista alla leggenda del tennis italiano, che in questi giorni è a Parigi come commentatore per Eurosport del più importante torneo al mondo sulla terra battuta. E a proposito di terra battuta...

05 Giugno 2015 | 20:03 di Stefania Zizzari

Lui è una leggenda del tennis italiano. Ma Adriano Panatta subito si schermisce: «Ma quale leggenda: non mi sono mai preso sul serio in vita mia, figuriamoci adesso». Sarà. Ma averlo di fronte e ascoltarlo parlare di tennis fa un certo effetto. Adriano racconta la sua nuova avventura come commentatore per Eurosport del Roland Garros e snocciola aneddoti irresistibili della sua incredibile vita di sportivo, nell’Olimpo del tennis mondiale. E allora McEnroe diventa John, Borg diventa Bjorn, Noah diventa Yannich.

Adriano, negli anni Settanta e Ottanta voi campioni del tennis eravate conosciuti da tutti, anche da chi a tennis non ci giocava. Eravate delle star…

«Ma no, non è così. Anzi. Gli atleti di adesso sono circondati dalla security, sono blindati, non li vedi mai in giro. A me questo divismo dà proprio fastidio. Ai tempi nostri era tutto più umano. Al Roland Garros giocavamo un match magari al centrale, facevamo una doccia e andavamo tutti insieme a mangiare un gelato in mezzo alla gente. Adesso sarebbe impensabile. Sembra chissà cosa debbano fare: in fondo stiamo in mutande a giocare con una palla…».

A proposito di Roland Garros, lei l’ha vinto nel 1976. Che ricordi ha di quel torneo?

«A Parigi ho sempre giocato bene, anche a livello giovanile e sono stato amato dal pubblico francese. Mi trovavo meglio lì che a Roma. Il Roland Garros è il più bel torneo del mondo. E anche il più difficile: tre set su cinque, sulla terra battuta, non è proprio una passeggiata, è faticoso. E poi la mascotte del torneo l’ho portata io».

Cioè?

«Un giorno facevo jogging al Bois de Boulogne. Ho trovato un cucciolo di cagnolino nero, sembrava un Labrador: era abbandonato e piangeva. L’ho preso e l’ho portato al Roland Garros. L’hanno chiamato Panattà, con l’accento sulla a e è stato adottato dal torneo: per anni ne è stata la mascotte».

Oggi torna a viverlo da protagonista in qualche modo, come commentatore per Eurosport.

«Sì, l’avevo giò fatto per gli Australian Open a gennaio e mi sono divertito moltissimo. Adesso ripeto l’esperienza per Parigi».

Come è cambiato negli anni il modo di commentare il tennis?

«Innanzitutto è cambiato il modo di mostrarlo. Allora c’erano sì e no 4 telecamere sul campo, ora ce ne sono almeno il doppio. Poi c’è l’alta definizione…è tutto molto spettacolare. Poi riguardo al commento, al di là del rilievo tecnico, quello che fa la differenza è che io posso capire cosa passa per la testa dei giocatori in quel determinato momento, perché ci sono passato. Ma sempre con un tono scanzonato. Odio prendermi sul serio. Anzi. Scherzo, prendo pure in giro il campione che magari commette un errore stupido. Perché è capitato a tutti».

Qual è il giocatore attuale che preferisce?

«Federer è il giocatore che gioca meglio a tennis, di tutti tempi. Tra quelli con cui ho giocato e quelli che ho visto giocare, come lui non ce n’è».

Ha detto che a Roma giocava peggio che a Parigi. Come mai?

«C’era grande aspettativa perché ero a casa mia e quindi ero troppo teso. Lì ci sono nato: conoscevo ogni angolo del Foro Italico, sapevo quale doccia funzionava bene e quali no»

E quelle che non funzionavano a chi le lasciava?

«A nessuno. A me bastava usare quelle che davano l’acqua calda per bene… In realtà a Roma è andata così: partecipavo, perdevo, partecipavo, perdevo. Poi all’improvviso ho vinto (sempre nel 1976 ndr). Al Roland Garros invece ho sfiorato più volte la vittoria, arrivando ai quarti, alle semifinali, poi l’ho vinto. La gioia è durata tre, forse quattro secondi e poi…il down»

Cosa intende?

«Una malinconia che mi prendeva dopo ogni vittoria importante. Mi chiedevo “e adesso?”. Era come un rilassamento mentale e emotivo dopo una tensione altissima. Per qualche giorno dopo la vittoria di Parigi sono voluto rimanere da solo, cenavo solo, non parlavo con nessuno».

Tra i campioni di allora ha qualche amicizia?

«Sì. Borg, Nastase, Yannich Noah, McEnroe. E poi gli australiani Newcombe, Laver, Roche, la vecchia guardia insomma».

Amici nel senso che vi frequentate?

«Ci sentiamo, ci vediamo quando capita, andiamo a cena insieme»

Di cosa parlate?

«Di tennis pochissimo. Parliamo di vita».

Con Borg avete un’amicizia in comune: fu lei a presentargli Loredana Berté?

«Smentiamo una volta per tutte questa cosa. Non li ho presentati io. Quando io e Loredana stavamo insieme avevamo 22 anni e Borg solo 16. Lui l’ha conosciuta molto tempo dopo. Poi io sono pure andato al loro matrimonio a Milano, ma non c’entro niente con Cupido…».

Ha giocato con tanti personaggi dello spettacolo: chi è il più bravo?

«Luca Barbareschi gioca bene, Neri Marcorè è bravissimo. Ho fatto un doppio con Nanni Moretti che è bravino ma serissimo: non riuscivo a farlo sorridere».

Paolo Villaggio è stato il suo coach a Wimbledon…

«Già. Un anno per tutto il torneo ha finto di essere il mio coach e non se ne è accorto nessuno. Meno male, sennò cacciavano pure me…».

Alcuni grandi tennisti, come Agassi, hanno confessato di aver sempre odiato il tennis. È successo anche a lei?

«No, a me piaceva. Ho iniziato a 5 anni. Volevo fare un corso di nuoto ma c’era posto solo per quello di tennis. E così ho cominciato».

Lei è cresciuto sulla terra rossa

«Mio padre era il custode del circolo Parioli a Roma. Ma sui campi non ci mettevo piede: giocavo da solo sul muro di casa. Mio padre aveva tracciato una linea all’altezza della rete e lì passavo le ore con la racchetta di legno con il manico segato da papà per renderla a misura di bambino. Alle medie abitavamo all’Eur. Dopo la scuola tornavo a casa, mangiavo, prendevo la bici, attraversavo Roma e arrivavo fino al circolo dove lavorava papà. Poi mi comprarono un Solex usato. A 14 anni con i primi guadagni mi feci un motorino».

Lei ha vinto il Roland Garros con la racchetta di legno…

«E con le scarpe di tela, con la suola che scottava. Adesso li vedi in campo sembrano astronauti».

Se ripensa a quell’epoca cosa prova?

«Mi viene da ridere. Sono stato felice. La vita era dura, ero sempre in viaggio, non riuscivo a frequentare gli amici, però le gratificazioni erano tante».

È vero che ha perso i tuoi trofei?

«Sì, non ho idea di dove siano. Si saranno persi durante i traslochi»

Ma non le dispiace?

«Ma no, sono pezzi di latta in fondo…ı

Ma se lo ricorda come era fatto quello del Roland Garros?

«Non era neanche tanto grande. Dovrei avere una foto da qualche parte. Forse. Anzi no. Che fine ha fatto? Non ho idea di dove sia manco quella. Una cosa che mi fa orrore sono le vetrinette degli ex campioni. Per carità…».

La sconfitta che le brucia più delle altre?

«A Wimbledon nel 1979 ai quarti di finale contro Pat Du Prè. Giocavo molto bene, stavo vincendo facile e poi ho perso concentrazione, forse per troppa sicurezza. Poi la partita “si è impicciata” e alla fine ho perso. Ma quell’anno potevo vincere. Mi fa ancora arrabbiare».

Diversi campioni hanno dei tic e delle manie. Come mai? È così forte la pressione psicologica?

«Perché il tennis è uno sport da matti, fa male (ride ndr). Ivan Lendl si strappava con le mani i peli delle sopracciglia…»

Come è il tennis italiano oggi?

«Abbiamo due buonissimi giocatori che sono Fognini e Seppi, tanti ragazzi che stanno venendo su, le donne hanno vinto un po’ di più negli ultimi anni. Io spero tanto che qualcuno riesca a vincere un torneo come Roma non tanto perché sono tifoso, ma perché tutti a chiedermi “ma com’è che in Italia non c’è più nessuno che vince come vincevi tu?” E che ne so? Ecco, Spero che qualcun altro cominci a vincere così non se ne parla più».