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Alessio Boni ripercorre con noi la sua lunga carriera

L'attore sta girando una fiction per la Rai e a breve inizieranno le riprese delle nuove puntate di "La compagnia del cigno". Intanto, tra un set e l’altro, ci ha raccontato alcuni aneddoti

Foto: Alessio Boni è stato protagonista quest’anno di “La compagnia del cigno” su Raiuno. L’attore è testimonial di Save the children e, da anni, del Cesvi, la onlus che si occupa di infanzia e di diritti umani nel mondo: ha partecipato a molte missioni umanitarie

13 Giugno 2019 | 08:50 di Stefania Zizzari

Abbiamo appena visto Alessio Boni al cinema con il film "Non sono un assassino" di Andrea Zaccariello. Un legal thriller in cui è protagonista accanto a Riccardo Scamarcio, Edoardo Pesce e Claudia Gerini.

Alessio, nei panni del giudice Giovanni Mastropaolo, nel film, era quasi irriconoscibile…
«Già. Questo personaggio doveva essere dimesso, non fisico, non aitante. Sul suo viso c’è il geroglifico dei segni di una vita trascorsa lottando contro la “nuova camorra pugliese”, vedendone di tutti i colori. Proponendomi questo ruolo mi hanno invitato a nozze: più i personaggi sono lontani da me, più mi interessano».

Quante ore di trucco servivano per trasformarla?
«Tre ore e mezza tutti i giorni. Certo, se devi girare alle otto ti devi svegliare alle cinque, a volte anche prima. Però questo non mi ha mai fatto paura: se la storia mi intriga, mi piace trasformarmi. Può essere stancante ma… chisseneimporta! (ride)».

Qual è stato il lavoro più faticoso della sua carriera?
«Senz’altro i film storici, perché vivi una condizione che non è la tua. Quando ho fatto Ulisse, per esempio, sul set indossavo sandali e gonnelline e per imparare a combattere nelle battaglie con il gladio andavo in palestra tutti i giorni… quello è stato faticoso fisicamente. Lo stesso per Caravaggio: ho fatto mesi di prove perché dovevo utilizzare una spada del 1500, che è più grande e ben più pesante di un fioretto dei tempi nostri. Con il maestro d’arme sono stato a lungo in palestra per preparare i sei duelli che Caravaggio pare abbia affrontato. Non volevo avere controfigure. Ma se ci penso il lavoro più faticoso è stato interpretare Walter Chiari».

Come mai?
«Lo scarto psicologico mi ha davvero massacrato. Tutte le sere, quando rientravo in albergo dopo il set, mi chiedevo: “Perché ho firmato questo contratto?”. Walter Chiari è un numero uno, è un’icona. Tutti lo conoscono e chiunque poteva dire: “Caro Boni, Walter Chiari non era così come lo interpreti tu”. Se digiti il suo nome su Internet vengono fuori caroselli, prime serate in tv, interviste e io mi sono studiato tutto… ci ho messo quattro mesi per prepararmi sulla sua camminata, sulla sua parlata, sul suo sguardo, sui movimenti del viso e del corpo. Non solo, era un personaggio che mi faceva tremare i polsi perché era imprendibile. Un giorno era all’apice del successo, il numero uno, quello dopo era in carcere. Un giorno era con Ava Gardner, la donna più bella del mondo, il giorno dopo era depresso. E quello dopo, ancora felice di poter passare del tempo con il figlio Simone… era un caleidoscopio di emotività: avevo paura di non riuscire ad acchiapparlo».

Nei suoi 30 anni di carriera c’è stato un momento difficile in cui ha pensato: «Basta, mollo tutto e torno indietro»?
«Sì, eccome. Verso i 30 anni. Avevo finito l’Accademia d’arte drammatica e avevo già lavorato con Luca Ronconi e Giorgio Strehler in teatro. Poi per 11 mesi sono stato fermo. Ma non come adesso che se stai fermo magari fai una lettura, un incontro per un progetto culturale… No, praticamente un anno fermo senza sapere se mi avrebbero ancora chiamato nella mia vita. Entrai in una sorta di depressione. Non avevo neanche voglia di vestirmi e andare al bar a prendere un caffè per non dire buongiorno agli amici. Ho tentato di sbarcare il lunario facendo di tutto, il pony express, il cameriere. Ho provato a entrare nel doppiaggio, ma non mi hanno proprio calcolato. Ero davvero in crisi. Mangiavo male, aprivo scatolette, non avevo la possibilità di comprare cibo buono, risparmiavo anche su quello. Mi sentivo un fallito. Sono tornato a casa da mia madre e mio padre».

Non deve essere stato facile. Suo padre non le aveva parlato per due anni quando decise di mollare l’attività di famiglia per andare a Roma a studiare in Accademia.
«Mi aspettavo mi dicessero: “Te l’avevamo detto, hai lasciato un lavoro certo di piastrellista per i tuoi grilli per la testa. E ora eccoti qua”. In fondo l’ho capito, mio padre. Avevamo un’attività avviata e io avevo mollato tutto per andare a fare “il saltimbanco”, come diceva lui, a Roma».

E invece?
«Invece lui non mi ha detto nulla perché vedeva che stavo male. Mia madre non ha studiato ma ha una intelligenza del cuore, non mi ha chiesto nulla, mi lasciava lì tranquillo anche se dormivo tutto il giorno. Poi mi ha visto piano piano riprendermi, e dopo un mese circa sono ripartito per Roma. Poi è arrivato l’angelo custode».

L’angelo custode?
«Sì, e lo ringrazierò per sempre. Fu lui a scoprirmi, il regista Carlo Lizzani. Dopo quattro provini mi prese per “La donna del treno”, il primo giallo che mi ha visto protagonista in Rai, e da lì è partito tutto. All’ultimo provino Lizzani mi disse: “Va bene, ho visto l’intensità. Adesso però voglio che tu mi faccia sorridere: un po’ di ironia ci vuole in questo personaggio. Inventati qualcosa”. Io non sapevo cosa dire. Mi venne in mente una filastrocca in bergamasco che mi canticchiava sempre mia nonna. Uno scioglilingua che faceva così: “Hik hak de hòk hèk che i hèka al hul hel holér” (cinque sacchi di ceppi secchi, che seccano al sole sul solaio, ndr). Lui si mise a ridere: era fatta. Le mie origini sono servite! Non posso descrivere l’emozione nel vedere il mio nome sulla porta del mio primo camerino nella roulotte su un set cinematografico. Quando sono entrato e ho visto che c’erano anche un cesto di frutta e una bottiglia d’acqua minerale non ci potevo credere: era la mia vittoria».

Invece il momento più bello della sua carriera?
«Con “La meglio gioventù” siamo andati al Festival di Cannes e ci sentivamo un po’ una Cenerentola perché era un film per la televisione. Ricordo le sei ore di proiezione in sala. Era la prima volta che lo vedevo montato. Il film finisce, io ero emozionato. Musiche finali, titoli di coda, silenzio totale. Mi dico: “Non è piaciuto”. Mi giro: il pubblico piangeva. All’improvviso è scoppiato un applauso fragoroso che è durato un quarto d’ora. Me lo ricorderò sempre come la cosa più pazzesca del mondo. C’erano mio padre e mia madre che piangevano e mi abbracciavano, i miei fratelli commossi. Con la mia famiglia ci siamo fatti una foto sulla scalinata di Cannes: è incorniciata e campeggia tuttora nel salotto di casa».

E adesso cosa l’aspetta?
«Sto girando una fiction per la Rai su Giorgio Ambrosoli e poi comincerò a girare, sempre per la Rai, un film tv su Enrico Piaggio, l’imprenditore che costruì la Vespa. Prenderò parte a un film diretto da Toni D’Angelo (il figlio di Nino, ndr) che si chiama “Calibro 9”, il sequel di “Milano Calibro 9”. Interpreto un commissario di polizia, ci sono anche Marco Bocci e l’attrice russa Ksenia Rappoport. In autunno dovrebbe andare in onda “La strada di casa 2”, che abbiamo finito di girare. E poi ci sarà la seconda serie di “La compagnia del cigno”, ma non so ancora quando cominceremo le riprese».