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Amadeus «Lo dico: sono proprio un ragazzo fortunato»

Niente vacanze per il conduttore di «Reazione a catena»: «Sanremo? Certo non rifiuterei»

Foto: Amadeus  - Credit: © Alessandro Garofalo/Newfotosud

21 Luglio 2017 | 12:31 di Stefania Zizzari

Sul tavolino, due caffè e due golosissime sfogliatelle. «Mi piace quella riccia» precisa Amadeus. Ormai Napoli è la sua casa. Perché è da qui che tutti i giorni va in onda «Reazione a catena», il quiz show di Raiuno che conduce con successo per il quarto anno consecutivo. Ed è sempre da qui che ha condotto anche gli altri suoi programmi, «Stasera tutto è possibile» e «Music quiz».

Amadeus, diventerà napoletano di adozione.
«Ho un legame forte con questa città. Mia moglie Giovanna è napoletana. Io ho fatto il militare qui vicino, a San Giorgio a Cremano, e ho presentato due finali del “Festivalbar” in piazza del Plebiscito. In realtà, mi definisco uno senza fissa dimora: sono nato a Ravenna da genitori palermitani, ho vissuto a La Spezia, a Verona e a 20 anni mi sono trasferito a Milano».

Mi dice la frase in napoletano che pronuncia più spesso?
«“Jamm ca, forza”, un incitamento a darsi da fare, a sbrigarsi».

Ormai è famoso, ma che ricordi ha di quando si chiamava ancora Amedeo Umberto Rita Sebastiani?
«Il nome d’arte me l’ha dato Claudio Cecchetto ispirandosi a un successo degli Anni 80, “Rock me Amadeus” di Falco. All’inizio non mi piaceva per niente, allora i primi tempi in radio mi presentavo così: “Ciao a tutti da Amedeo Sebastiani in arte Amadeus”. Poi ho capito che quel nome particolare con la esse finale se lo ricordavano tutti. Cecchetto aveva ragione».

Come ha cominciato?
«Durante i primi Anni 80 lavoravo nelle piccole radio private, nelle feste di piazza, ai matrimoni, alle sagre. Spesso presentavo la serata in cambio dei buoni pasto per me e i miei amici, così mangiavamo gratis».

Poi ha fatto un incontro importante...
«Sì, quando vivevo a Verona. C’era una data del "Festivalbar” all’Arena. Sapevo che Vittorio Salvetti (il patron dell’evento musicale, ndr) alloggiava nel tale albergo e lo avvicinai nella hall. “Le vorrei dare un mio provino” gli dissi, e lui: “Va bene, salgo in camera e scendo subito”. Lui andò in camera, si fece portare il pranzo, fece la pennichella e scese sei ore dopo. Per tutto quel tempo non mi mossi da lì, non un caffè, non una pipì. Quando scese, ne rimase impressionato. Lo accompagnai alle prove all’Arena e poi mi presentò Claudio Cecchetto».

In quel periodo, primi Anni 80, nasceva a Milano Radio Deejay. Si trovò al posto giusto al momento giusto.
«Al momento giusto sì, al posto giusto… non esattamente».

Che cosa intende?
«Claudio cercava persone di Milano e io, che vivevo a Verona, bluffai. “Dove abiti?” mi chiese. Io non conoscevo Milano e dissi: “Vicino alla radio”. “E cosa fai a Milano?”. “Il doppiatore di telenovelas”, la prima cosa che mi venne in mente! Prese il mio provino dicendo: “Ti farò sapere”. Ne avevo già consegnati almeno altri 50 e nessuno mai mi aveva “fatto sapere”».

E invece?
«Il giovedì successivo mi chiamò per dirmi che avrei cominciato il lunedì, turno dalle 7 alle 9. Trovai una pensione col bagno in comune, tristissima. Rimasi lì per qualche tempo poi cominciai a fare avanti e indietro da Verona. La mattina alle 4 mi svegliavo per prendere un treno locale fino a Brescia e poi un espresso fino a Milano, alle 7 ero in radio. Dopo un paio di mesi ero distrutto. Andai da Cecchetto e gli confessai tutto, convinto che mi avrebbe licenziato, invece mi aiutò a trovare un monolocale. Sono riconoscente a Claudio».

Chi c’era con lei alla radio?
«Dopo di me trasmettevano Gerry Scotti, Albertino, Linus e poi nell’85 arrivarono Fiorello, Jovanotti, Sandy Marton, gli 883, Nicola Savino. Lì si formò nel giro di un anno il gruppo storico di Radio Deejay».

Poi arrivò la tv.
«Con “1, 2, 3 Jovanotti” su Italia 1 nel 1988: il mio debutto assoluto. Indossavo una giacca con le paillettes rosa che da daltonico pensavo fossero bianche».

E non si è più fermato.
«Dal 2008 al 2012 ho avuto quasi uno stop: sono stati anni complicati nei quali ho lavorato poco».

Come si supera un momento di difficoltà?
«Ti poni delle domande, capisci che tante cose non capitano per caso, magari hai fatto delle scelte sbagliate. Dopo di che ti rimbocchi le maniche. Non ho mai avuto il “piano B” in tasca: l’alternativa sarebbe stata aprire una pizzeria. Ma quel periodo buio in fondo mi è servito».

In che modo?
«L’ostacolo è uno stimolo a superarlo. Un insegnamento che arriva da mio padre, insegnante di equitazione. Mi ha sempre detto: “Se cadi da cavallo ti devi rialzare e rimontare subito in sella”».

E lei da cosa è ripartito?
«Da “Mezzogiorno in famiglia”. E l’ho fatto come fosse la cosa più importante della mia vita».

Poi con «Tale e quale show» ha ritrovato la popolarità.
«Al provino ho portato Renzo Arbore e Umberto Tozzi, ma quando ho cominciato a fare Amanda Lear tutti si sono messi a ridere e mi hanno preso».

L’imitazione di Amanda Lear, un vero successo.
«Devo dire grazie a Cecchetto. Quando lui faceva “Discoring” sfoggiava una stella da sceriffo per distinguersi. Nessuno si ricordava il suo nome, ma tutti dicevano: “È quello con la stella”. Amanda Lear è stata la mia stella. E feci la stessa cosa al “Festivalbar”».

Un’altra stella?
«Un abito color giallo canarino che conservo ancora oggi. Non si poteva guardare tanto era brutto, ma sui giornali mi identificavano come “quello vestito di giallo”. Ero riuscito a farmi notare».

A settembre compirà 55 anni. Se tornasse indietro rifarebbe tutto?
«Sì, anche gli errori perché le cose nella vita non capitano per caso».

Cosa significa?
«Nel lavoro amo rischiare e provare cose nuove. Nella vita privata sono invece l’opposto: ansioso, protettivo e ipocondriaco. Chiamo Giovanna e i miei figli anche quattro volte al giorno per sapere se stanno bene».

Come riesce a rinnovarsi nel suo lavoro?
«Io guardo alla gallina domani, ma non è detto che la gallina domani arrivi. Giovanna, che è più razionale di me, mi invita a stare tranquillo e spesso devo darle ragione: quando conquisti una cosa e la porti al successo, perché dopo un anno la devi lasciare per farne un’altra? Goditela».

E le dà retta?
«Il fatto è che mi piace imparare. Ho lo stesso entusiasmo di quando ero ragazzo e bussavo alle porte con i provini».

Se le offrissero la conduzione del Festival di Sanremo?
«A Sanremo non si dice di no. Ma sono fatalista, le cose non capitano per caso. Se dovrò aspettare degli anni, vuol dire che se lo avessi fatto prima non sarebbe andato bene. Ma se non dovesse capitare, sono già un “ragazzo fortunato”, per dirla con Jovanotti».

A settembre tornerà su Raiuno con i «Soliti ignoti»: e le vacanze?
«Quelle aspetteranno ancora un po’».