Home TvAndrea Delogu: «Basta discoteche, ora penso a radio e tv»

Andrea Delogu: «Basta discoteche, ora penso a radio e tv»

Romagnola, 33 anni, personaggio in grande ascesa, conduce «I Sociopatici», «Troppo Giusti» ed è la presenza femminile del «Processo del lunedì».

Foto: I conduttori de «I Sociopatici». Da sinistra, Saverio Raimondo, Andrea Delogu e Francesco Taddeucci.

28 Ottobre 2015 | 16:34 di Franco Bagnasco

Se dici «personaggio in ascesa nel mondo dello spettacolo», oggi come oggi il nome che ti torna alla mente è soprattutto uno: quello di Andrea Delogu.

33 anni, romagnola di Rimini con inevitabili trascorsi discotecari, piglio giocoso da amicona sexy della compagnia, bazzica le telecamere sin da quando, a 19 anni, si fece notare come Letteronza alla corte della Gialappa’s Band. Oggi fa gli onori di casa a «Troppo Giusti» (Raidue), ingentilisce «Il processo del lunedì» (Raitre) e conduce con il pubblicitario Francesco Taddeucci e lo stand up comedian Saverio Raimondo «I sociopatici», dal lunedì al venerdì alle 15 su Radio 2. Curato da Patrizia Critelli, il programma di infotainment della rete diretta da Paola Marchesini gioca di sponda sul mondo dei social network per arrivare a intercettare il pubblico per definizone più sfuggente e difficile da catturare: quello dei ragazzi.

Delogu, ci dà il suo libretto di istruzioni? Come si fa a passare dai «Su le mani!» in discoteca ai programmi in radio e tv?
«La tv, la piccola tv, in realtà l’ho sempre fatta, anche all’inizio. Le reti locali sul satellite, DeeJay Television, il lavoro con i gialappi su Italia 1 che mi ha regalato l’emozione del primo bonifico. La svolta è arrivata con il libro “La collina”, la storia della mia famiglia, al quale ho lavorato tre anni con l’indispensabile Andrea Cedrola. All’inizio non ci si filava nessuno, poi è andata».

E l’epoca del «Su le mani!», oggi è finita?
«Le serate come vocalist le ho fatte per tanto tempo. Anche la cubista e la piccola P.R. D’altra parte se vieni dalla Romagna e non hai un lavoro, sempre lì si capita… È partita in sordina, ed è cresciuto tutto col tempo; la gente ci riconosceva, i ragazzi dai 15 ai 25 anni nei locali, e a un certo punto l’ho messo anche nel curriculum. Ora è un’esperienza chiusa: nel weekend devo dormire! Sabato a Ferrara con l’amica Ema Stokholma faremo l’ultima cosa».

In lei c’è più amore per lo spettacolo, o determinazione, voglia di arrivare?
«Sulla questione, essendo in analisi, mi sono anche interrogata. All’inizio volevo emergere a tutti i costi. Sentivo di dover dimostrare di essere brava. Credo che oggi, con l’età, questa smania mi sia passata. Voglio fare bene, con puntiglio ma senza strafare».

A chi deve di più?
«Senz’altro ai miei genitori. Penso per esempio a mia madre Titti Peverelli, che mi ha insegnato che gli urti della vita si avvertono oggi, ma il giorno dopo ci si deve per forza riprendere. E nello spettacolo a Marco Giusti, che ha rischiato scommettendo su di me quasi al buio, dopo avermi vista soltanto un po’ brillante su Twitter».

Con Tadduecci e Raimondo, per fare «I Sociopatici», vi siete dati qualche regola, qualche modalità operativa particolare?
«Una, ma fondamentale: se trattiamo un argomento, deve interessare almeno uno di noi, altrimenti, nel 90% dei casi, arriverà qualche messaggio di protesta anche dagli ascoltatori. L’interesse personale come test è un ottimo discrimine».

Al «Processo del lunedì» che cosa fa, l’Alba Parietti 2.0, quando ai tempi si occupava di calcio?
«Con lo stacco di coscia meno lungo, però. La verità è che è un mondo che non conoscevo e che imparo pian piano a conoscere, con le sue dinamiche e gli interessi mostruosi che stanno dietro. Mi hanno presa proprio per questo: per avvicinare il pubblico che non mastica l’argomento, ma vuole approfondirlo. Non posso avere una memoria storica, ma imparo. E poi amo la diretta!».

Con tutti i suoi imprevisti…
«Amo anche quelli. Se si sbaglia si chiede scusa e si passa ad altro. Giusti mi rimprovera sempre in onda, che male c’è? Di un programma mi piace conoscere bene i tempi, gli stacchi, ma nella zona attiva fra un buco e l’altro di pubblicità deve avvenire tutto nel modo più sereno e spontaneo. I leccatini perfetti sono odiosi».

Lei è una goliardona naturale. Nel mondo di Giusti, quello del cinema e della commedia, dovrebbe trovarsi a proprio agio…
«È fantastico: lavoro con lui da quattro anni. Presento il programma, me lo sento sulla pelle. E in studio viene gente talmente sopra le righe, che ho provato l’eperienza per me inedita di dover contenere e redarguire io gli ospiti per qualcosa, e non il contrario».

Chi sono i suoi fari nel mondo spettacolo?
«Fiorello, per la sua capacità di far diventare show anche un caffè preso al bar. E avendo fatto anche i villaggi, ne ho viste e visti tanti. Poi impazzisco per Antonella Clerici, perché è genuina, terra terra. Sembra di essere a casa sua».

Come si immagina in futuro?
«Fra 40 anni farò la produttrice».

Ecco, magari un attimo prima, che cosa le piacerebbe fare?
«Per ora continuo così, lavorando, imparando e godendomela giorno per giorno, sapendo che potrebbe finire da un momento all’altro».

Avrà a che fare con il prossimo Sanremo?
«Sono nella giuria di Sanremo giovani. Quando mi ha chiamata Carlo Conti per dirmelo, pensavo al classico scherzo telefonico. Carlo è una persona gentilissima».

Beh, lei è carina, quindi risulta più facile. La cosa le avrà aperto spesso la strada, immagino.
«Sì, ma non è sempre vero. A volte l’aspetto fisico aiuta a portare lavoro. A volte ti chiude altre porte».

Lei nella vita sta con l’attore Francesco Montanari, «il Libanese» di «Romanzo criminale». Vi date consigli reciproci per la carriera nello spettacolo?
«Io non faccio l’attrice, lì l’esperto è lui. Io so solo se un film mi piace o no. Una cosa però col tempo l’ho capita. Non credevo di trovare qualcuno con una sensibilità superiore alla mia per il lavoro. Stare con un attore non è facile: sono sempre molto tormentati. Non sai mai se un commento, anche casuale, sulla professione, possa caricarli o abbatterli. Ci vuole molta cautela».