Carlo Massarini è di nuovo Mister Fantasy per Vincenzo Malinconico

Dopo 40 anni riveste i bianchi panni del suo alter ego musicale per la fiction di Rai1

27 Ottobre 2022 alle 08:44

È una cosa che può succedere solo in “Vincenzo Malinconico, avvocato d'insuccesso”, la fiction di Rai1 che ci accompagna in questi giovedì sera. Questa cosa è che l'avvocato creato dallo scrittore Diego De Silva e incarnato in televisione da Massimiliano Gallo, si ritrovi in casa un amico immaginario e lo accolga subito con una felicità che è tanto grande quanto incredula. Perché quell'amico è Mister Fantasy, l’idolo musical-televisivo della sua giovinezza. E nei panni rigorosamente bianchi dell’amico non poteva che esserci Carlo Massarini, che tra il 1981 e il 1984, alla guida dello show “Mister Fantasy”, cambiò il modo di raccontare la musica in tv facendola soprattutto vedere, quando canali come Mtv e VideoMusic non erano ancora stati accesi.

Giornalista, fotografo, curioso di molto se non di tutto, Carlo Massarini non è stato solo Mister Fantasy, però. Prima, in trasmissioni radiofoniche come “Per voi giovani” e “Popoff”, ha contribuito ha far conoscere al pubblico italiano una valanga di nuovo rock che fioriva tra la California e la Giamaica (il foto-racconto del suo viaggio in quella “epoca musicale tra il 1969 e il 1982 in cui tutto era possibile” è diventato nel 2009 un fenomenale volumone, “Dear Mister Fantasy”; per il prossimo anno, Massarini prepara una nuova uscita, che dovrebbe intitolarsi “Vivo dal vivo” e raccoglierà un tesoro di foto e racconti di concerti vissuti dal 2010 a oggi); dopo è stato anche esploratore televisivo di mondi nascenti che oggi sono quotidianità, dalla comunicazione digitale con “MediaMente” (dal 1995 al 2022) alla “nuova economia” con “Startup Economy” (nel 2020 e 2021). Nel ruolo d'attore, però, non s'era mai visto…

Massarini, questo ritorno di Mister Fantasy non stupisce solo Malinconico, ma un po' tutti noi.
«Mi sono stupito anch’io! Nei libri di De Silva, Malinconico incontra, sempre in maniera surreale, una serie di artisti, e qui si poneva un problema: quanti artisti chiamare? Bene, hanno deciso di chiamare uno capace di portare “con sé” tutti gli artisti e la musica, e hanno avuto l’idea di ripescare me. All'inizio ho fatto anche fatica a capire che ruolo dovessi avere, ma De Silva e Ivan Carlei, il produttore Rai della serie, sono andati dritti e sicuri: l'amico immaginario».

È stato il suo esordio da attore: com’è andata?
«Sia il presentatore che l’attore stanno in scena, ma sono mestieri molto diversi. L’attore ha un suo modo di riempire lo spazio, il silenzio, gli sguardi… Così mi hanno insegnato un po’ di mestiere, e mi sembra che sia andata bene. Fondamentalmente ho fatto me stesso, ma un po’ “recitato”: un curioso mix».

Ha ritrovato anche l’iconico look “tutto bianco”.
«Non mi vestivo così da una quarantina d’anni, quindi mi hanno rifatto i vestiti. Avessimo fatto le riprese oggi, sarei un pochino più “figurino”, perché nel frattempo ho perso otto chili. E invece, di fianco a Massimiliano Gallo che non è poi così alto, risulto proprio “grosso”».

Malinconico è rimasto colpito dalle sue cravatte sottili ispirate alle visioni estetiche del gruppo Memphis, un collettivo che ha segnato il design degli Anni 80. Dove le aveva conservate?
«Naturalmente e rigorosamente in casa. E ben tenute, perché non si sa mai».

Si sente “colpevole” per aver educato diverse generazioni alla buona musica?
«Colpevole? Direi meritevole. Fin da subito ho avuto abbastanza chiara l'idea del fatto che un ruolo possibile nella mia vita avrebbe potuto essere quello di “medium” tra l'arte (e, in un secondo tempo, la tecnologia) e il pubblico. All'inizio stavamo alla radio come i Beatles o i Rolling Stones stavano al music business: abbiamo avuto la sensazione di poter fare, o provare a fare certe cose, sapendo che magari dopo un po' di anni saremmo andati a fare altro. Quando Brando Giordani, al tempo direttore di Raiuno, sentì i miei primi abbozzi di presentazione per “Mister Fantasy”, mi disse “Non stai parlando ai tuoi amici: siamo su Raiuno e tu devi parlare al grande pubblico”. Mi sono sempre ricordato di queste parole e quindi non ho mai avuto un atteggiamento elitario, anche se parlavo di una musica un po' più da intenditori: David Byrne, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Joni Mitchell… Ecco il mio “taglio”: parlare di cose magari un po' più sofisticate, ma in maniera accessibile. E allora di una cosa mi dichiaro responsabile, in radio, in tv e in tutte le cose che ho fatto: di aver portato le persone a conoscere cose belle».
Facciamo un bel salto indietro nel tempo. Il suo “esordio” nel mondo della musica è molto particolare. Il 5 luglio 1969 lei, sedicenne, si presenta allo storico concerto dei Rolling Stones ad Hyde Park, a Londra: doveva essere la presentazione di Mick Taylor, il nuovo chitarrista della band, e invece c'era da commemorare Brian Jones, morto due giorni prima, dopo essere uscito (o fatto uscire) dal gruppo. Lei bussa alla porta del backstage e le aprono…
«Sono arrivato “all’italiana”, chiedendomi “Dove si può entrare?”. Fossi stato tedesco, non ci avrei neppure provato! Avevo visto questa distesa di gente nel parco e avevo capito che sarei stato ad almeno cento metri dal palco… E che ci fai a cento metri? Così sono arrivato con una busta di dischi in mano, il mio foulard alla Lucio Battisti e la macchina fotografica, e ho detto che ero un giornalista e fotografo italiano. Era metà pomeriggio, un momento tranquillo, e m’hanno fatto entrare. Così mi sono visto e fotografato il concerto da sotto al palco. Non male…».

Immagini che il suo “allievo” Malinconico le chieda come si deve comportare uno che entra nel backstage degli Stones senza conoscere nessuno, come fece lei. Che gli dice?
«Quello, però, non era il classico backstage: era un'area aperta e i Rolling Stones sono stati in una roulotte finché non sono saliti sul palco. Insomma, non era una di quelle situazioni in cui mangi, bevi e dai una pacca sulle spalle del chitarrista. In generale, diciamo che per prima cosa non ci si deve prostrare come un fan adorante: a un artista fa piacere sapere che chi gli sta davanti sappia quel che ha fatto, ma troppi complimenti danno un po' fastidio: “Che palle questo qui: sa fare solo complimenti”. Poi bisogna guardarsi intorno, capire la “vibrazione”: sono tutti ubriachi e si danno delle gran pacche sulle spalle, o c’è tensione perché il cantante ha il mal di gola? Poi è sempre bene agganciare qualcuno per non fare la figura del “solitario”. E alla fine bisogna portare qualcosa di sé. Puoi tirar fuori qualcosa di tuo che pensi possa fare colpo. È un rischio, certo, perché magari fai colpo in negativo, ma devi tirarlo fuori: devi incuriosire la persona con cui parli, devi dargli l'impressione di non essere un fesso che è lì solo per baciare le scarpe all'artista. Mai essere troppo subalterno e mai fare lo “sborone”, l'esagerato, come dicono a Bologna: devi trovare il tuo posto».

Devi fare scattare una curiosità…
«Quando uno va da un artista e gli dice “Il tuo album è veramente bello”, quello che cavolo deve dire oltre a “Sì, grazie”? Devi dirgli qualcosa che lo metta in condizione di risponderti. Io non faccio lo stratega della comunicazione, ma so che è fondamentale creare un dialogo e non farsi solo ascoltare».

Ha ricordato di essere entrato nel giro di RadioRai perché, avendo vissuto alcuni anni in Canada, sapeva bene l'inglese. Era il 1970 o giù di lì: eravamo messi così male a inglese?
«Sì. Penso che a quei tempi ci fosse forse una persona su dieci che sapeva bene l'inglese. Oggi magari siamo attorno ai cinque su dieci. Ma queste cose fanno la differenza. È come conoscere il russo o l'ucraino in questi giorni di guerra russo-ucraina: puoi “intercettare” le persone di cui si parla e dialogare con loro. Io sono entrato a “Per voi giovani” un anno prima di andare al microfono perché traducevo i testi. Stavo lì col disco, una penna, un foglio, e riga dopo riga, anche non capendo alcune parole, tiravo giù i testi e li traducevo».

C'è un testo del rock che le sta nel cuore?
«Nessuno m'ha cambiato la vita da solo. Direi però che “Late for the sky” di Jackson Browne, “Thunder Road” di Springsteen, tante canzoni di Joni Mitchell (“A woman of heart and mind” per esempio) sono state tra le canzoni che in quegli anni mi toccavano nel profondo, per motivi diversi. E anche Leonard Cohen: “Master Song”, “The Stranger song”… La musica è la cultura con la quale sono cresciuto. Questi sono gli artisti che hanno costruito il giovane Carlo. Poi naturalmente sono stato bravo e fortunato, perché ho scelto gli artisti giusti, tutta gente che non a caso ha fatto quel che ha fatto nei venti, trent'anni successivi».

Qual è stato il primo disco della sua vita?
«Gianni Morandi, “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”. I singoli di Morandi li ho tutti, comunque, e prima o poi vorrei farne un’installazione e chiedergli di autografarla».

Dal primo disco agli ultimi che ha comprato o ascoltato…
«Le Ibeyi, gli Smile di Thom Yorke, Caparezza, Lamar Kendrick, i brasiliani Sessa e Caetano Veloso… Ho sempre comprato moltissimo, ma negli ultimi due anni ho rallentato. Anche per motivi economici: ormai gli album costano un botto».

Torniamo a “Mister Fantasy”. Perché l'avvocato Vincenzo Malinconico e tanti suoi coetanei portano ancora quella trasmissione nel cuore?
«Diciamo che i meriti miei cominciano da quando siamo andati in onda, e lì ho fatto il mio. Il merito grande, però, va dato tutto a Paolo Giaccio (dirigente della Rai e storico conduttore di “Per voi giovani”, ndr) che aveva avuto un'intuizione notevole. Aveva visto girare questi videoclip: un po' glieli portavano le case discografiche e un po' già si vedevano… Pensate che in Rai erano usati come “pecore elettroniche”: li utilizzavano come intervalli al posto, appunto, delle immagini delle pecore accompagnate dalla famosa musica d'arpa. Giaccio ha capito che potevano diventare “materiale televisivo” molto importante, e da lì lentamente è nato tutto. Mario Convertino, poi, ci ha messo tutta la parte grafica. Io ci ho messoil mio ruolo di divulgatore molto giocoso. E naturalmente anche il pubblico ci ha messo il suo, perché s'è creato un seguito di culto e addirittura un lessico: rimanevano frasi come “Fra il tg della notte e l'alba”, “Le creature della notte”… Sono quelle situazioni in cui ogni cosa va al suo posto e le stelle sono tutte allineate. Non capita tante volte nella vita. Quella volta è capitato».

Malinconico ricorda con commozione il suo saluto: “Benvenuti nell’iperspazio”. Ma che cos’era questo iperspazio?
«Un amico, Emanuele Bevilacqua, aveva usato questa frase in un articolo sul “manifesto” e mi era piaciuta molto. L’iperspazio è il momento in cui, in “Guerre stellari”, la navicella di Han Solo supera la barriera della velocità della luce. L’iperspazio è tutto e niente, forse un luogo meraviglioso fuori dalla nostra portata. Ma era la parola giusta per “Mister Fantasy”, che era davvero una cosa iperspaziale, mai vista prima, che avveniva in uno studio tutto bianco, fuori dallo spazio e dal tempo, in cui non c’era nessuno. Salvo un uomo vestito di bianco e, di fianco a lui, un organista. Ma non è che mi voleva chiedere anche qual è la mia canzone preferita?».

In effetti non ci avevo pensato, ma certo che sì! Qual è?
«Intanto io mi alzo ogni giorno con una canzone in mente. Questa mattina era “She said, she said” dei Beatles, qualche giorno fa è stata “Che sarà” dei Ricchi e Poveri e José Feliciano… Canzoncine che poi mi accompagnano tutta la mattina. Ma il mio singolo preferito di tutti i tempi probabilmente è “A whiter shade of pale” dei Procol Harum».

Immagino che ai tempi di “Mister Fantasy” fosse “Glad”, il pezzo dei Traffic che l'accompagnava dentro lo studio…
«No, non direi. Certo, era dei Traffic che avevano fatto “Dear Mr. Fantasy” ed è ovvio il collegamento diretto tra quella canzone e il titolo della trasmissione. “Glad”, però, era perfetta per essere la sigla di una persona che, come me, amava i Traffic: ha quello swing un po' jazzato, che funziona a più livelli. È una gran canzone, ma non è la “mia” canzone, né la più bella di tutti i tempi. Però me la porto dietro ancora oggi quando faccio uno spettacolo o qualcosa di personale: è la mia sigla».

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