Claudio Lauretta, la rivelazione di “Tale e quale show”

Dalle sagre di paese a "Striscia", scopriamo la storia del simpatico concorrente che spopola il venerdì sera

14 Ottobre 2022 alle 08:56

Prima è “diventato” Renzo Arbore, poi Pino Daniele. Claudio Lauretta non è un novellino della tv (e delle imitazioni). Ma al “Tale e quale show” di Carlo Conti ha conquistato tutti. Proviamo a scoprirne i segreti...

Claudio, la somiglianza era impressionante. Quanto dura una sua “trasformazione”?
«Per diventare Renzo Arbore, solo di trucco e costumi ci ho messo cinque ore e mezza. Prima mi hanno incollato i capelli e poi tutte le protesi: mento, sottogola, naso... persino i lobi delle orecchie erano finti! Poi siamo passati ai costumi, e qui voglio darvi un’idea della cura maniacale che ci mettono: non riuscendo a trovare le calze con le stelline bianche che aveva visto indossare da Arbore, la sarta le ha ricamate di persona! E poi ci sono le prove. E qui devo ringraziare i miei coach, Antonio Mezzancella ed Emanuela Aureli».

Il giudice Loretta Goggi ha commentato la sua trasformazione in Arbore con una sola parola: «Chapeau» (francese per «tanto di cappello!»).
«È stata un’emozione speciale perché io mi sono innamorato di questo mestiere proprio grazie a lei. Da bambino guardavo “Fantastico” e restavo incantato dalle sue imitazioni. Poi mia mamma mi ha fatto vedere i filmati di Alighiero Noschese, Gigi Sabani e di tanti altri».

I suoi genitori approvavano questa passione?
«Mi hanno sempre sostenuto. Quando avevo 15 anni mi portavano in auto a tutte le sagre, matrimoni, feste di quartiere dove cominciavo a esibirmi».

Una bella scuola.
«Bella e difficile, perché li trovi gente che vuole mangiare e ballare, mica è venuta a vedere te. Una volta, mentre stavo per salire sul palco, mi hanno chiamato a un tavolo per fare l’ordinazione. Pensavano fossi il cameriere... forse ero troppo elegante. Però ho avuto anche tante soddisfazioni. A una convention mi sono trovato di fronte Johnny Dorelli e Gloria Guida che mi hanno fatto i complimenti».

Il suo scopritore?
«Antonio Ricci. Era in giuria al Festival del cabaret di Torino. Io imitavo Antonio Di Pietro. Vinsi. Due giorni dopo ero a “Striscia” a duettare con Greggio e Iacchetti».

La consacrazione?
«Sì, ma per sicurezza ho continuato ancora per due anni a fare quello che era il mio primo lavoro: il vetraio a Basaluzzo, il mio paese in provincia di Alessandria. I miei mi hanno insegnato a tenere i piedi per terra. Solo che ogni volta che andavo a riparare una finestra o cambiare uno specchio mi dicevano: “Ma lei è quello di Striscia!”. E allora ho ceduto l’attività e mi sono buttato».

Altre soddisfazioni “storiche”?
«Platinette mi ha regalato la sua parrucca: “Così hai l’originale”. Paolo Villaggio mi fece i complimenti a modo suo: “Lei è molto bravo, ora mi raccomando non si monti la testa se no la prendo a schiaffi!”. Poi ho cominciato a fare “Ciao belli” su Radio Deejay. Imitavo spesso Gerry Scotti. Un giorno me lo sono visto entrare in studio al grido di “Io ti denuncio! Pensano tutti che quello in radio sia io”. Ma per fortuna scherzava. Invece Adriano Celentano mi ha querelato davvero».

Come andò?
«A “Markette” Piero Chiambretti ebbe l’idea di fare uno scherzo ad Alfonso Signorini. Lo invitò in studio, lo stuzzicò finché lui non fece un appunto a Celentano e in quel momento telefonai io, fingendomi un Adriano arrabbiatissimo. Venne fuori un casino, anche perché in quei giorni Celentano conduceva “Rockpolitik” e aveva l’esclusiva per la Rai, quindi c’era anche un problema di diritti».

E come è finita?
«In niente. Il diritto di satira esiste».

Altre vittime illustri?
«A dire la verità ci siete anche voi di Sorrisi...».

Noi? E come?
«Una volta ho chiamato la redazione fingendomi Renato Pozzetto: “Eeeh, ma visto che allegate tutti questi dvd, perché non date anche il nuovo film che sto girando ad Amsterdam con Cochi?”. E mi sono messo a raccontare una trama assurda. La giornalista mi ha dato corda finché non ho fatto il galante: “Allora guardi facciamo una cosa: vengo lì col dvd e ce lo guardiamo insieme, taaac!”. Lì mi ha sgamato e si è messa a ridere».

Ci siamo cascati ma ci sta, lei è un imitatore professionista! A “Tale e quale show” dev’essere una passeggiata.
«Io sono un imitatore comico. Sul palco sono abituato a fare parodie, a sottolineare i difetti. Nel programma di Carlo Conti, invece, bisogna diventare identici ai personaggi proposti. Insomma, devo cambiare un approccio consolidato in tanti anni».

E quindi?
«Quindi per me non è più facile che per gli altri. È più difficile!».

Ma alla fine cosa rende facile o difficile un’imitazione?
«Più il personaggio è popolare e meglio è, perché il pubblico riconosce i suoi tic. La difficoltà più grande è nel fisico: se sei corpulento sarà dura imitare Pupo. E poi il dialetto. Per fortuna mentre provavo Pino Daniele in sala trucco vicino a me c’era Francesco Paolantoni, un napoletano doc. Mi ha dato una vera lezione di dizione».

E ora chi vorrebbe imitare?
«Il direttore di Radio Deejay, Linus. Così posso chiamare l’ufficio del personale e farmi aumentare lo stipendio per “Ciao belli”!».

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